playground

playground
Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post

sabato 18 febbraio 2017

Il Crotone è davvero rognoso, ma l'Atalanta vince pure questa


Delle tre squadre palesemente candidate alla retrocessione, il Crotone è quella più viva. E allenata. Visto il materiale a disposizione, Nicola sta facendo il massimo.

I calabresi hanno preparato al meglio anche la sfida di Bergamo. Hanno studiato l’Atalanta e, per tutto il primo tempo, l’hanno imbrigliata. Ali tenute basse, Petagna e Gomez seguiti a uomo ovunque, mediani raddoppiati sistematicamente. Per 45 minuti, i nerazzurri non hanno giocato. Anzi, non hanno potuto.

Merito del Crotone, ovvio, ma gli orobici ci hanno messo del loro: frustrati dall’impossibilità di esprimersi come in altre occasioni, si sono intestarditi e hanno cestinato decine di palloni. Buon per loro che i calabresi non abbiano pareggiato la tenace prova difensiva con un attacco altrettanto efficace. Hanno fatto girare palla, ma non sono mai arrivati al tiro. Come gli avversari, d’altronde.

Per la Dea, un primo tempo da cassare e l'obbligo di sovvertire l'inerzia. Se non attraverso il gioco ragionato, con la voglia e la tenacia.

Gasperini deve aver toccato le corde giuste negli spogliatoi, perché la ripresa atalantina è stata di tutt’altro spessore. Esemplari i primi 5 minuti, all’assalto. Sufficienti per schiacciare gli avversari e “ritrovarsi”. Con un’azione tipica, ecco l’1-0: scambio Gomez –Petagna, cross basso ed esterno opposto che si getta verso la porta. Conti alza le braccia per la quarta volta in stagione. 

Conti, su quei cross, arriva sempre col tempo giusto (immagine dal web)

Un vantaggio che sblocca il match. Gli spazi si aprono: i bergamaschi trovano con più facilità le fasce, Gomez e Petagna tornano protagonisti.

Ma il Crotone non affonda. Cambia in corsa, uomini e disposizione, alla disperata ricerca del guizzo giusto. Ed è proprio quando servirebbe un colpo che si nota maledettamente la mancanza di un uomo dall’elevata cifra tecnica. Con la sola voglia, benché ben supportata dalla tattica, è dura ribaltare una partita. 
E quando anche le forze fisiche cominciano a scarseggiare, ecco che il pressing cala, così come la lucidità, i reparti si sfilacciano e l’Atalanta può correre in verticale. Ne nascono azioni buone per un raddoppio che, però, non arriva mai. Un pizzico di malasorte, anche.

Semplicemente, la giornata non è di quelle da ricordare, in cui tutto va per il verso giusto. Pomeriggi che ricapiteranno. E che vanno affrontate con coscienza e pazienza. Per centrare il bersaglio grosso - sì, quello che occupa i giovedì sera - bisogna anche imparare a soffrire.

domenica 5 febbraio 2017

Venti righe bastano, e avanzano, per commentare Atalanta-Cagliari


Due azioni manifesto dell’Atalanta di Gasperini: l’esterno, in questo caso Conti, che allarga la squadra, si spinge sul fondo e crossa per il compagno, il Papu, che stringe dal lato opposto e coglie la difesa alle spalle; Petagna che lavora con qualità e tenacia un pallone sulla trequarti, attira su di sé il raddoppio e scarica per Gomez, libero di inventare ed esprimere il suo talento. 

Papu Gomez da urlo (foto dal web)

Complice un Cagliari imbalsamato, dopo 15 minuti è 2-0 per la Dea.

Sincronismi ormai perfezionati, che permettono ai nerazzurri di fare la corsa su Milan, Lazio e le altre squadre in lotta per l’Europa, anche se meno nobile. Quota 42 punti a 16 gare dal termine. La scorsa stagione si era chiusa a quota 45. Sembra un’era fa.

Su Atalanta-Cagliari c'è poco da aggiungere. Dopo il doppio vantaggio, i bergamaschi si sono limitati a controllare il match, addormentando i ritmi.

Tanto è bastato per trascorrere un pomeriggio tranquillo. Anche perché l’undici di Rastelli è stato pressoché nullo, nonostante abbia avuto a lungo, su gentile concessione avversaria, il pallino del gioco in mano. Possesso di palla non coincide con pericolosità: eccone l’ennesima riprova.

Il solo Di Gennaro ha provato a scuotere i rossoblu. Ha tentato di svegliare i compagni facendo il play maker a tutto campo. Sforzo lodevole, per nulla ripagato. Solo qualche punizione pericolosa conquistata tra il 50° e il 60° della ripresa.

Spentasi la fiammella del 10 scuola Milan, tutto come dopo il raddoppio, peraltro spettacolare, di Gomez: Atalanta padrona, lucida e saggia. Punto. 

 

martedì 20 dicembre 2016

Atalanta batte Empoli: Gasperini is the new Tom Cuise


Si va alla sosta con 32 punti, sesti. Pazzesco. Con la salvezza in tasca ancor prima del giro di boa. Missione impossibile, ma compiuta. Gasp is the new Tom Cruise.

Un traguardo favoloso, raggiunto al termine di una partita strana, per certi versi deludente. Ma in bocca rimane solo un sapore godurioso.

Una Dea stranamente molle, da subito. Tanti errori di misura, troppi uomini al di sotto delle aspettative. Non c’erano di testa. Kurtic, Gagliardini, Conti; chi più, chi meno.

Un match approcciato col passo sbagliato, contro una squadra, l’Empoli, che segna col contagocce ma ha sempre fatto della tenacia e della compattezza difensiva il proprio punto di forza, più di quanto dicano i numeri.

L’Atalanta ha attaccato al solito modo, appoggiandosi su Petagna e sfruttando il magico momento dell’accoppiata Gomez-Spinazzola. Più abulica la fascia destra.

Ma Petagna, ancora una volta, ha confermato di essere bravo nel proteggere palla, far salire la squadra e smistare. Un regista avanzato. Poi, però, ecco i suoi evidenti limiti in fase conclusiva. Gli manca mordente, si perde in tocchi inutili quando dovrebbe chiudere gli occhi e sparare. Fatti guidare dall’ignoranza!

Ottimo, invece, il supporto della catena di sinistra. Il Papu è imprendibile, di altra categoria; Spinazzola ha gamba infinita, perfetta intesa col suo capitano e idee chiare e precise. E pure semplici, che non guasta mai.

Tanti cross, tanti angoli. Ma poche conclusioni. Anche perché Kurtic, in serata no, sonnecchia. E l’Empoli, che ha molti meriti, si copre basso, con Diousse in aiuto alla linea a quattro e tanta attenzione.

Ne esce un primo tempo gestito dai nerazzurri, ma comunque equilibrato. In linea con quello che ci si aspettava.

Franck, ma quanto sei forte?
Al rientro in campo, tutto il "Kessie che c’è in Kessie": dorme sulla punizione che porta al gol di Michelidze, spreca palloni e fa disperare; poi, dà un colpo di spugna a tutto e colpisce. Vede la porta e colpisce. Senza farsi troppe domande. Bam, giù nell’angolo (semicit.)! Pareggio.
Non finisce qui: dopo un quarto d’ora di assalto collettivo, si inventa uno slalom in area che gli permette di crossare; un po’ di tafferuglio, arriva D’Alessandro ed è 2-1. Delirio.

Un vantaggio che fa dimenticare le troppe occasioni gettate al vento e quello spirito un po’ naif. Come se il successo fosse stato il risultato scontato. Come se si fosse convinti che, in un modo o nell’altro, i tre punti sarebbero arrivati. Guai!

Per fortuna, ci ha detto bene. Gli dei del calcio ci hanno premiato.  

Buon Natale a noi, atalantini e contenti.

sabato 17 dicembre 2016

L'Atalanta fa 0-0 col Milan: sabato sera col sorriso


Prendo e porto via, col sorriso.

Un punticino con questo Milan vale molto. Soprattutto a San Siro. Perché i rossoneri sono squadra vera, ostica e ben allenata. Stima per Montella, da sempre.

Il Diavolo ha blasone e palcoscenico da fuoriserie del campionato, ma non lo è. E lo accetta. Questo il segreto per essere lassù in classifica. Gioca da provinciale, ringhiando, ripartendo ed evitando inutili ghirigori (perlomeno sulla carta). Per certi versi, è simile all’Atalanta. L’atteggiamento arrembante è quello.

Perciò, lo 0-0 non delude. Anche perché, onestà prima di tutto, è il Milan ad aver cercato maggiormente la vittoria. Soprattutto nella ripresa, dopo che Bonaventura è entrato in partita. Le fiammate del #5 hanno messo alle corde i bergamaschi, che non sono crollati e hanno stretto i denti. Arretrando e rintuzzando, ma senza disdegnare qualche bella sortita.

Spinazzola: in costante crescita
Le occasioni vere, però, quelli di Gasperini le hanno avute nel primo tempo, dal 20’ in poi. Lì sì che si è vista un’Atalanta padrona del campo. Con Petagna lottatore, nonostante gli evidenti limiti (nell’1 vs 1 ha preso paga il 99% delle volte), il Papu ovunque e le ali pronte ad appoggiare l’azione. Piace Spinazzola.

Per un quarto d’ora, tutte le 50/50 balls, come direbbero in NBA, sono state nerazzurre. Non per questione di fortuna: ottime letture, anticipi a ripetizione e occhi svelti.

Un po’ quello che è successo, ma a parti invertite, nell’ultimo quarto di match. Il Milan non ha capitalizzato, ma avrebbe potuto. E, forse, meritato. E' mancata la scintilla di Suso, stasera al di sotto delle attese. Meglio per noi.
E' allo spagnolo che Montella affida le chiavi dell’attacco. Ogni settimana. E, a maggior ragione, in un turno che vede un undici milanese rivisitato rispetto alle ultime uscite, con qualche uomo di qualità lasciato in panca. Tra pochi giorni hanno la Supercoppa a Doha: giusto centellinare.

Ma la forza di questo Milan, che riflette la consistenza del suo tecnico, sta proprio nella capacità di fare lo stesso gioco con qualunque effettivo, o quasi. Proprietà commutativa. Che è virtù anche della Dea. Sono due squadre “allenate”, nell’accezione più stretta del termine. 

Un testa a testa quasi alla pari: questo il motivo di uno scontro poco spettacolare ma tutt'altro che timido. 

Le sferzate del Diavolo ci sono state. Per fortuna, senza conseguenze. E se il Papu avesse controllato bene nel contropiede 3 contro 1 di fine match…. 

Peccato di gola. Accontentiamoci e teniamoci stretto questo punto.

domenica 11 dicembre 2016

L'Atalanta perde con l'Udinese: una domenica ingiusta


Non avrei digerito un pareggio; figuratevi una sconfitta.

Il calcio sa essere crudele, e l’Udinese sa di aver raccolto molto più di quanto meritato.

L’Atalanta ha dominato, in lungo e in largo. Secondo logica, un match da 3-0 casalingo. Senza discussioni.

Qualcosa da recriminare a Gasperini e ai suoi? No. Neanche per sogno. Nemmeno il banale: “Se crei così tanto, devi concretizzare e chiuderla. Altrimenti...”. Ci hanno provato, in tutti i modi. Ma Karnezis e la sfortuna hanno risposto picche. Mentre agli avversari è bastata un’azione, al 44’ del primo tempo, per sbloccare una partita che, sino a quel momento, li aveva visti sparring partner. Boccheggiante e alle corde.

Bravo e tenace Zapata. Punto.

Gagliardini è tornato. E la sua presenza si è fatta sentire.
Non accetto la versione di "un’Udinese saggia e attendista", tutta chiusa in difesa e pronta a ripartire. Semplicemente, quelli di Del Neri non hanno giocato. Non l’anno mai vista, nemmeno da lontano.
Gli è andata di lusso sin dal primo minuto. Basta sintetizzare la fase centrale della prima frazione per capire come stavano andando le cose: miracolo di Karnezis su Caldara al 15’; altra paratona su Petagna al 16’; incredibile traversa di Kurtic al 20’; Conti vicino al gol al 24’; Danilo salva sulla linea al 41’.

Quattro minuti dopo, lo 0-1.

Uno svantaggio che i nerazzurri vivono con un profondo sgarbo. Da restituire subito. Kurtic lo fa. Sono passati centoventi secondi dall’inizio della ripresa e tutto pare indirizzarsi sulla giusta strada: Atalanta che prosegue col suo dominio e udinesi giustamente perdenti.

Arrivano altre occasioni e si rivede la trama del primo tempo. Continua a mancare, però, sto benedetto gol del sorpasso. E il rasoterra a fil di palo di Perica fa capire che, forse, il nuovo sgambetto è dietro l’angolo. La Dea ci prova, ma l’altra Dea, quella bendata, ha baciato gli ospiti. E il loro portiere greco, che salva un quasi autogol di Widmer.

Poi, come sul primo vantaggio, ecco il fulmine a ciel sereno: 1-2 firmato Fofana. Rete tanto bella quanto immeritata. 

Di fatto, ha chiuso la possibilità di vivere il pomeriggio con il sorriso. Ripeto: un punticino non avrebbe ribaltato gli umori. Giusto, allora, buttarsi tutti in avanti, esponendosi ai contropiedi. Il gol di Thereau viene di conseguenza.

Peccato. Peccato per davvero. Perché mi sarebbe piaciuto spendere più parole per un’Atalanta ancora bella e convincente, che ha interpretato la domenica al meglio. E dei suoi singoli, da pagella alta, se non altissima.

Ingiustizia (solo sportivamente parlando) è stata fatta. 

domenica 20 novembre 2016

L' Atalanta batte pure la Roma: senza paura, continua l'avventura


Scrivo con difficoltà, perché ancora mi tremano le mani.

Gli ultimi 30 minuti di Atalanta-Roma sono stati incredibili, magnifici. Li ho vissuti in totale apnea, tanto che ho smesso di prendere appunti.

E sì che ero contento già sull’1-1. Anzi, forse addirittura prima, anche in svantaggio. Sapere che la Dea se la può giocare alla pari con la Roma, questa Roma, è già un risultato pazzesco.

Partita da tripla. Sulla carta e sul campo. Anche se le sensazioni non erano delle migliori. Mettici la legge dei grandi numeri e, novità per l’Atalanta, i tanti giocatori rientranti dalle Nazionali. Premio alla bontà della stagione che, però, avrebbe potuto restituire a Gasperini uomini un po’ fiacchi fisicamente, o mentalmente scarichi e appagati.

Pochi minuti e le mie paure erano già cosa vecchia. Marcature asfissianti, baricentro altissimo, lucidità, inserimenti e "garra": tutto come nelle ultime settimane di puro delirio.

Qualche novità c’è stata, negli interpreti e nella disposizione: Zukanovic a sinistra e Spinazzola a destra, il Papu stranamente lontano dalla sua mattonella e Kurtic a sostituirlo. Formazione insolita, che non ha portato scompensi, ma nemmeno convinto del tutto. E il ritorno all’antico, nel secondo tempo, ha confermato che anche Gasperini, forse, non ha amato la propria scelta. Capire di dover cambiare in corsa, e farlo senza timore è, senza dubbio, un suo pregio.

Nonostante le mosse un po’ a sorpresa, nerazzurri quadrati, attenti e “sul pezzo”. Gagliardini un gigante. 


Gagliardini: fenomeno a tutto campo (foto dal web)

Però la Roma è squadra tostissima, veloce e zeppa di qualità. Parte pianino e si abbassa. Nel frattempo, studia l’avversario. Sino a quando scopre il punto debole atalantino: il mismatch Zukanovic-Salah. L’egiziano è una scheggia, mentre il bosniaco fa quello che può. E Masiello non può arrivare ovunque. I giallorossi, oggi in bianco, capiscono di poter avere vantaggio e affondano proprio lì.
L’ala romanista sbaglia una, due, tre volte. Ma la Roma, dopo 30 minuti, ha il match in mano.
E colpisce, sfruttando il grande lavoro di Dzeko e l’ennesimo inserimento di Salah. Rigore netto, Perotti non sbaglia ed è 1-0.

Gli uomini di Spalletti non la chiudono subito: un errore che, con questa Atalanta, non puoi permetterti. Soprattutto a Bergamo.

Gasperini sistema i suoi, con Gomez a sinistra e D’Alessandro al posto di Masiello, nella posizione di Zukanovic (che scala centrale). Poi Kessiè laterale destro e Freuler in mezzo. Ora sì che è una Dea più riconoscibile. E la musica cambia…

I padroni di casa si catapultano in avanti. A vita persa, ma con ordine e incredibile efficacia. Anche perché corrono il doppio, vincono tutti i contrasti e sono su tutti i palloni.
Fioccano calci d’angolo e occasioni, col Papu che e D’Alessandro che infiammano la loro fascia, mentre Kessiè fa ciò che vuole di Bruno Peres. Caldara ci mette la faccia, letteralmente: 1-1.

Una squadra provinciale e “normale”, a questo punto, si accontenterebbe del pareggio. Non l’Atalanta. La classifica è ottima, il morale alto, l’inerzia della partita dalla tua e l’autostima alle stelle. Scenario perfetto per l’ennesima impresa.

Kessiè sfonda, ma è sfortunato. Freuler fa gridare al gol, ma è palo. Che finisca davvero con una X? No. Perché Gomez fa impazzire Paredes, che allunga la gamba e regala il rigore a poco dal termine.

Franck Kessiè ha 19 anni, ma l’atteggiamento di chi crede molto, moltissimo, in se stesso. Se lo prende lui il penalty, e spiazza Szczesny. 2-1. Saluto del soldato sotto la curva. 

Kessiè: ancora lui!! (foto dal web)

Nella testa di ogni tifoso atalantino, un bel nulla. Solo emozione, di pancia. “Largo ai sogni senza paura, cavalchiamo questa avventura”.

domenica 6 novembre 2016

"Lì dove osano le Aquile": l'Atalanta non si ferma più


Inimmaginabile quarto posto, pari punti con la Lazio. Fantastico.

Sono bastati 25 minuti per capire che il Sassuolo è una squadra in netta difficoltà; solo 5 per rendersi conto che l’Atalanta ha approcciato il match nel modo giusto.

I neroverdi, resi mediocri dai tanti infortuni e dal dispendioso impegno europeo, hanno cercato di imporre alla partita un ritmo basso e cadenzato. La Dea si è adeguata, ma non passivamente: controllo palla, accelerate improvvise e decisive, tranquillità difensiva.

Due formazioni in situazioni opposte. Anche mentalmente. Proprio “vuoti” i ragazzi di casa; presenti ed efficaci gli uomini di Gasperini. A cui è stato sufficiente schierare una squadra quadrata e rodata. Ormai, ed è una sensazione piacevolissima, i nerazzurri sanno perfettamente come muoversi e cosa fare.

Non è servito il pressing forsennato visto con l’Inter. Anche trotterellando, da subito padroni del match. Tanti calci d’angolo, fraseggi in mezzo al campo, tocco e passaggio, inserimenti senza palla. Senza alcun affanno, perché, come detto, il Sassuolo era a corto di fiato. E se mancano le gambe, anche la lucidità viene meno. Berisha, infatti, ha passato una prima mezz’ora di completa tranquillità. 

Mattia Caldara: fenomenale, anche in attacco (foto dal web)
Il veloce uno-due che ha segnato il pomeriggio ha legittimato la superiorità orobica. Se il gol di Gomez è figlio di un’azione caparbia e ficcante, quello di Caldara, sempre sontuoso, ha messo in vetrina il tasso qualitativo di questa Atalanta.

Piedi buoni, giovani e sempre più raffinati. Dimostra Conti. Probabilmente, un anno fa, il numero 24 non avrebbe mai segnato quella reta. L’avrebbe sparata in curva. Ma il tempo passa, il lavoro paga e le vittorie danno tanta sicurezza.

E il laterale non avrebbe potuto colpire in un momento migliore. Dopo i due schiaffi, infatti, i romagnoli, avevano dato segni di reazione. Più d’orgoglio e dignità che di tecnica e ragionamento. Tanto era bastato, però, per spaventare Berisha. La paura per traversa di Defrel è stata cancellata dal 3 a 0 che ha smorzato i ritrovati entusiasmi casalinghi, comunque piuttosto flebili.

Fine primo tempo. E, in pratica, game over. I tanti tifosi bergamaschi giunti al Mapei Stadium, più chiassosi dei “colleghi” locali, si sono goduti una ripresa di pura amministrazione. Sì, la bella traversa di Politano, il maggiore equilibrio e il dubbioso intervento di Berisha su Defrel, ma nulla più. Tutto preventivabile. 

La testa era già colma di “pensieri post novantesimo”: dolci, esaltanti, incredibili. E come dargli torto? Quarta vittoria in fila, 22 punti: più di metà strada è già alle spalle. Quasi magia.

domenica 30 ottobre 2016

Atalanta-Genoa: che bello soffrire di vertigini


Confesso: ho caldeggiato a lungo l’esonero di Gasperini. Non per mancanza di risultati (motivazione valida, ma spesso debole), ma per il deludente atteggiamento della squadra: molle, confusa, senz’anima. Attorno al tecnico, inoltre, tanto scetticismo. Distaccato, freddino, poco coinvolto dall’ambiente. Solo nuvole; non vedevo altro.

Per fortuna, la sfiducia era un fattore esterno. Giocatori e staff, i recenti progressi lo dimostrano, hanno sempre remato nella stessa direzione del Gasp. E così è arrivata la svolta.

La mia crisi “zampariniana” si è rivelata figlia delle colpevole fretta.

La partita di quest’oggi è l’ennesima riprova di come il lavoro stia dando succosissimi frutti. La Dea ha cambiato volto. Ora è una squadra coinvolgente, emozionante per quanta “garra” ci mette.

Il pressing, continuo e forsennato, scalda il pubblico ed esalta gli interpreti. E’ portato dal primo all’ultimo minuto, con ordine e preparazione. Baricentro altissimo che soffoca la costruzione avversaria, permette il veloce recupero di palla e premia la verticalità della manovra.

Jasmin Kurtic: finalmente è "tornato"
Non è una filosofia semplice da interpretare: ci vogliono gambe e cervello. E che Kurtic sia l’uomo simbolo della riuscita della scommessa gasperiniana, beh, dice molto. Lo sloveno, infatti, ha rispolverato quell’esuberanza che tanto l’aveva fatto apprezzare a Palermo e Sassuolo. L’anno scorso, al contrario, solo delusioni. Lo avevo spesso preso di mira. Ora, rivitalizzato, copre la trequarti come un Hamsik di qualche anno fa (con le dovutissime proporzioni): aiuta in contenimento, supporta il bravo Gagliardini (piede e idee) e si getta nello spazio. Un gol buttandosi in area, l’altro a rimorchio: non è casualità.

Due perle arrivate nel finale di primo tempo e meritate. Perché, come nelle scorse settimane, l’atteggiamento nerazzurro è stato azzeccato sin dal calcio d’inizio. L’Atalanta è consapevole di stare bene. Non ha paura nemmeno di un Genoa in buona vena e giustamente apprezzato, per merito del competente Juric.

Testa bassa e puro spirito. Difesa solida, sostituzioni forzate che non influiscono, Freuler e Gagliardini fanno quadrato, Petagna a fare sportellate (ma con buona qualità) e il Papu che si diverte, dando fantasia e imprevedibilità a un organico che si muove armonico.

La Dea controlla il match, e non arretra mai. Nemmeno nella ripresa, quando dovrebbe essere il Grifone a spingere. Si rischia qualcosa (San Berisha), ma non svanisce la consapevolezza di avere tutto sotto controllo. Quando la palla è orobica, tanti uomini in movimento, diverse soluzioni a disposizione, colpi di tecnica. Pensando a un mese fa, dalla notte fonda al giorno più splendente.

Ed è giusto che sia proprio Gomez a chiudere un magico pomeriggio. Da numero 10 vero.  Maglia che porta con merito.

Tre le vittorie consecutive, 19 i punti in classifica. E’ un periodo d’oro; passerà. Ma vabbè, godiamoci la sensazione: soffrire di vertigini non è mai stato così bello.

sabato 29 ottobre 2016

Cruijff, Neeskens e il calcio totale (in poche righe)


Sono nato nel 1988 e il mio primo ricordo calcistico è il Mondiale di Francia ’98. Prima, il buio.

Per fortuna esistono reportage, articoli, approfondimenti ecc. Possiamo tornare indietro nel tempo e scoprire chi ha segnato indelebilmente questo sport.

La storia del calcio è fatta di cicli e periodi. E di squadre e giocatori che ne hanno scritte le pagine: il Grande Torino, il Brasile di Pelé, il leggendario Real Madrid di Alfredo Di Stefano. E l’Ajax d‘inizio anni ’70.

“Gioco all’olandese”, “filosofia oranje” e “il calcio totale”: frasi che escono dalla bocca di ogni allenatore, ogni giornalista, ogni calciofilo.

Johan Cruijff, lui sì, lo conoscono tutti. Anche i più giovani. Ma poco sappiamo di quella versione dei “Lanceri” che riscrisse le regole.

Rinus Michel
Tra il 1969 e il 1974, i biancorossi di Amsterdam scossero un movimento intero. Rinus Michel, tecnico visionario (che poi farà le fortune anche della Nazionale olandese), decise di rompere gli schemi, letteralmente. Il 4-3-3 e il 4-2-4, poco comuni a quei tempi, diventarono normalità. Disposizioni tutt’altro che "bloccate": i giocatori cambiavano ruolo durante le azioni, si inserivano di continuo, partecipavano a tutte le fasi. Si giocava per attaccare e aggredire l’avversario. Fisicamente, mentalmente. Un atteggiamento spregiudicato che annichilva, proprio perchè "alieno": difesa alta, portiere altrettanto, regista che guida la manovra e lancia i tanti compagni proiettati in attacco, punte capaci di fare tutto. 

Michel chiedeva ai suoi uno sforzo enorme. Un dispendio di energie immenso. Dunque, allenamenti durissimi, perlopiù finalizzati ad aumentare la resistenza fisica. “Il calcio totale” non è questione solo di testa.

Johan Neeskens era l’uomo perfetto per questo calcio: potente, ordinato, dedito alla squadra, eclettico, poliedrico. Un punto fermo. Un leader dentro e fuori.

Ma, come sempre, ci si innamora dell’interprete più fantasioso. Quindi, Johan Cruijff. Attaccante vero e proprio, il numero 14 per eccellenza era detto “centravanti di manovra”: punta sì, ma con licenza di abbassarsi, svariare lungo il campo, inventare, ispirare.
E poi ci metteva tanta voglia. Quasi avesse “la garra” argentina. Che ti fa amare dal pubblico, ma anche dai compagni. 




Quando Neeskens e Cruijff passarono al Barcellona, il ciclo si concluse.

In cinque anni, quest’Ajax vinse tre campionati Nazionali, tre Coppe d’Olanda, tre Coppe dei Campioni di fila e una Coppa Intercontinentale. Dominio. 




Un orgoglio nazionale. Amsterdam non smetterà mai di dire grazie ai suoi “eroi”. E il museo della squadra, all’interno dell’Amsterdam Arena, è dedicato in gran parte proprio a loro.

Se capitate nella capitale olandese, un tributo è obbligatorio. 


AJAX MUSEUM 

Sito: amsterdamarena.nl

Dove si trova:



domenica 23 ottobre 2016

Atalanta batte Inter: da me, solo applausi


L’ingenuità di Santon, che ha regalato il rigore decisivo alla Dea, è stata una vera manna dal cielo. Beneficiata inaspettata, ma meritata.

L’Atalanta ha giocato i primi 45’ minuti a un piano superiore. Troppa differenza in campo: padroni di casa aggressivi e fisicamente strabordanti; ospiti lenti, imprecisi e con evidenti problemi di tempi e spaziature.

Masiello: il migliore in campo (immagine dal web)
Pressione totale da subito e marcature a uomo asfissianti: la scelta di Gasperini è stata coraggiosa. Per fortuna, ha dato i giusti dividendi. Anche perché il tecnico ha ritrovato il Kurtic dei bei tempi, capace di bloccare Medel, scattare sistematicamente sui centrali e buttarsi in area sui cross dalle fasce. Perlopiù provenienti da sinistra. E’ da quella parte, infatti, che l’Atalanta ha fatto male nei primi frammenti di match. L’angolo che porta alla rete di Masiello nasce proprio dall’ennesima galoppata di Dramè, mai intimorito da un Nagatomo che ha ben poco del Samurai.
Cresciuto anche Conti, ben supportato da un ottimo Toloi (peccato sia uscito, ma bene Konko), la manovra si è fatta più armonica e avvolgente. 

Il lampo di Eder, a ripresa da poco iniziata, ha frenato l’impeto bergamasco. Un po’ di paura, forse. Ma, anche, un comprensibile calo. Impossibile riproporre i ritmi del primo tempo.

Ecco perché gli uomini guidati da De Boer - e lo dico con ironia, visto l’apatia dei milanesi – hanno preso campo grazie alla maggiore fisicità. Ma idee pari a zero e poche occasioni vere. Giusto il sinistro di Perisic salvato dal buon Berisha.

Sembrava una partita indirizzata verso il pareggio. Un punto buono per l’Atalanta, anche se “stretto” pensando alla prestazione. I nerazzurri di casa si erano evidentemente abbassati. Normale. Logico. Era pur sempre l'Inter.

Ma senza perdere la bussola. Ed è questa presenza di spirito che ha spinto Kessiè a trotterellare in area invitando l’amico Santon (oggi ti voglio bene) a scivolare senza un perché.

Pinilla gladiatorio sotto la curva. Attorno, solo applausi

lunedì 26 settembre 2016

Crotone - Atalanta: la Dea in scioltezza, ma c'è molto da lavorare...


Causa forza maggiore non ero ancora riuscito a vedermi un singolo minuto di Atalanta. E, sentendo un po’ gli amici e vedendo i risultati, non mi ero perso nulla; anzi… Il posticipo mi ha dato l’occasione di godermi un po’ di nerazzurri. Che poi “godermi” è un parolone: di lunedì, contro il Crotone, stadio neutro. Vabbè, meglio di nulla.

Petagna: bene la sua prima da titolare (foto dal web)
Ma l’inizio gara ha ribaltato le mie aspettative: 40” e Petagna, scelto a sorpresa al posto di Pinilla e Paloschi, si beve un avversario e serve in mezzo per Kurtic che, però, spreca. Altri 2’ e lo stesso Petagnone se ne va da panzer incontenibile ancora a Ferrari e la piazza d’interno battendo Cordaz. Che partenza: 1-0 in scioltezza.

Brava la punta, pessima la difesa rossoblu. E, dunque, ti aspetti che la Dea cominci a comandare il gioco senza problemi e così via. Invece no, perché nella bruttezza generale di un match giocato da squadre in evidente confusione tattica, tutto rimane in equilibrio, con i calabresi che, senza far nulla di che, reagiscono (sterilissimi).

Masiello: per me, il migliore (foto dal web)
L’ Atalanta sonnecchia, anche perché emergono le evidente lacune strutturali della squadra di Gasperini: l’unico difensore che sembra nel pieno delle sue facoltà mentali è Masiello, mentre Toloi e Zukanovic spazzano, svirgolano, tappano i buchi come possono e lasciano molti dubbi; il centrocampo manca di qualità, perché Kessie ha il futuro dalla sua, è potente e perfetto negli inserimenti, ma non ha la mente da regista, mentre Freuler e Kurtic sono sempre sottotraccia, così come Konko e Dramè; l’attacco va a sprazzi, con Gomez che vaga in cerca di una posizione, rifugiandosi spesso nella tanto amata fascia destra, mentre Petagna combatte e si fa vedere con continuità. 

Piccoli-grandi nodi difficili da sciogliere. Per fortuna dall’altra parte c’è un undici che ne ha altrettanti, se non di più. Ed è per questo che continuo a strabuzzare gli occhi davanti a tal scempio. Spesso e volentieri, infatti, si vedono cose da campetto amatoriale: tutti alla ricerca della palla, ruoli fluttuanti, zero idee, reparti che cozzano tra loro. Gli errori tecnici, dovuti al basso livello delle contendenti, risulta l’ultimo dei problemi.

Come detto, però, il Crotone è messo addirittura peggio dell’Atalanta. E lo dimostra la facilità con cui i bergamaschi creano, dal nulla tattico, occasioni gol importanti. Tutto nasce, o quasi, dal semplice fatto che il Papu, pur alla ricerca del suo posto al solo, con quei piedi può scherzare con chiunque degli avversari. Quindi la chance del palo di Kessie e della ribattuta di Gomez salvata sulla riga, quindi un paio di conclusioni da fuori e, infine, la bordata dello stesso numero dieci atalantino per il clamoroso e roboante 3-0. Di mezzo, infatti, la boiata di Cordaz in uscita che aveva regalato il raddoppio a firma Kurtic.

Insomma, senza fare un bel nulla di eclatante, e con tutti le pecche già elencate, Atalanta davanti di tre reti all’intervallo. Bah.

Risultato di ampio vantaggio che prelude a una seconda frazione di sbadigli e gestione. E, in sostanza, così è, nonostante l’espulsione (sacrosanta) di Kessie che avrebbe potuto riaprire un pochino i giochi (il gol di Simy arriva solo all'84° e l'assalto finale crotonese è di pura disperazione). Ma non ha cambiato nulla. Anzi, mi ha confermato che: l’Atalanta è poca roba e deve lavorare tanto; il Crotone è un squadra improponibile a certi livelli.

Quindi a testa bassa, perché domenica arriva il Napoli.

domenica 17 aprile 2016

Atalanta-Roma: rimane l'amaro in bocca, ma solo applausi per la Dea


La veemente reazione dopo l’uno-due giallorosso è stata tanto emozionante quanto inaspettata. Perché, se è vero che la Dea non aveva approcciato male il match, va pur detto che la Roma aveva costruito i due gol palla a terra, con qualità, proprietà di palleggio, sapienza tattica e tecnica. Insomma, di sostanziale superiorità. D’altronde, sulla carta e non, tra le due c’è un discreto (eufemismi) gap.

Ho subito temuto che le perle di Digne e Nainggolan avrebbero avuto effetti devastanti sulla gara dell’Atalanta. Così è stato, ma solo per pochi minuti. Giusto il tempo di incassare il duro colpo, sgomberare la testa da brutti pensieri e ricominciare a fare il proprio gioco. Pressing, accelerazioni e verticalizzazioni improvvise: quel che ci vuole per mettere in difficoltà una squadra fantasiosa come quella di Spalletti.

Così nasce l’azione che porta D’Alessandro al gol. Così prende forma la giornatona del Papu, incubo continuo per gli statici difensori romanisti. Gomez attacca, punta gli avversari, sterza e cerca i tagli in mezzo all’area. Cresce la spinta, sale l’incitamento e arriva il pareggio. Finalmente Borriello, da angolo, come un bomber vero.

Marco Borriello: primi due gol in maglia Atalanta (foto dal web)

Palla al centro e tutto riparte come nulla fosse. Questa volta, però, con un'Atalanta sulle ali dell’entusiasmo. Anche perché la Roma fatica a ritrovare lucidità e, soprattutto, la zampata decisiva. Bene fino alla trequarti, con triangolazioni e scambi veloci; meno quando deve concretizzare, con Dzeko che boh, commentatelo da soli.

La Dea ci mette la “garra”. I difensori soffrono il giusto. Magari vanno sotto nell’uno contro uno, ma il sistema di aiuti e raddoppi funziona. Così come il lavoro sporco del centrocampo, costruito più per fare da diga che per ispirare e manovrare. Freuler, Migiliaccio e Kurtic, infatti, non possono illuminare (tanti errori tecnici, perlopiù per lo svizzero), ma “picchiare” sì. E quello fanno, finchè fiato e gambe reggono.

Peccato che, dopo il colpo da biliardo di Borriellone per il 3-2, sia mancata la sfrontatezza per rimpinguare il bottino. C’è mancato poco, ma tanto è bastato alla Roma per rimettersi in pista. I cambi giusti, l’orgoglio e l’evidente calo atletico nerazzurro hanno aperto una nuova fase del match: Atalanta chiusa nella propria metà campo senza le energie per sprintare e capitolini sbilanciati in avanti. Il gol di Totti è stato lo scontato epilogo.

Per un 3-3 che lascia l’amaro in bocca, ovviamente, ma non cancella una prova lodevole. Applausi meritati, per la reazione, la resilienza, l’intraprendenza e la spavalderia.

Alzi la mano chi, dopo i primi 30 minuti, avrebbe immaginato che ci saremmo ritrovati a mangiarci le mani per due punti persi…

martedì 12 aprile 2016

Milan: una società allo sbaraglio - di Lorenzo Falgari


E rieccoci qui. Passano gli anni, continuano gli insuccessi, e non si vede mai la luce infondo al tunnel.
Di oggi la notizia dell’ennesimo esonero in casa Milan: via Mihajlovic, dentro Brocchi. 

Brocchi: da oggi nuovo allenatore del Milan (foto dal web)

Una sola domanda sorge spontanea ai nostri tifosi caro presidente: perché puntare su un progetto tecnico già testato e fallito l’anno scorso con Inzaghi?
Perché ogni anno non si impara mai dagli errori precedenti?
Non sono certo io, cari amici lettori, a spiegarvi che Berlusconi è sempre stato il classico “dopo di me il diluvio”, e la mia più grande paura per i nostri colori rossoneri è che si stia andando a distruggere quanto di buono fatto in 25 anni.
Ebbene sì dottor Galliani: 25 anni, e non 30 che ricorda pedissequamente a ogni intervista.
I tifosi del Milan non hanno l’anello al naso e sono ben grati per 25 anni di successi straordinari, ma me lo lasci dire: gli ultimi 5 anni sono una delle pagine più tristi della nostra gloriosa storia.
Dobbiamo tanto al presidente Berlusconi e a lei dottor Galliani, ma basta vivere di ricordi, basta essere contenti se si perde contro una squadra superiore come la Juventus, BASTA!
Rivogliamo il nostro Milan e l’unico modo per ottenerlo è cambiare diametralmente strategia. Un Milan di giovani italiani ci porterebbe, se va bene, a metà classifica, e con che vantaggi? Ne gioverebbe solo lei presidente, perchè potrebbe spendere poco o nulla.
L’unica nostra speranza è che il buon Brocchi, che ha firmato un contratto da vero e proprio traghettatore, lasci spazio, con la nuova stagione, a un allenatore più blasonato, che richieda un intervento massiccio sul mercato.
Perché per tornare grandi serve solo una cosa: ritrovare l’entusiasmo del nostro presidente.
Senza di quello, e la conseguente voglia di investire per farci tornare grandi, resteremo per anni una nobile decaduta. Come fossimo odierna rievocazione del grande Toro o del Napoli: squadre dal grande passato, ma che, per anni, si sono dovute accontentare del ruolo di comprimarie.
Ridate il Milan ai milanisti, facciamo il tifo per Brocchi perché ci porti in Europa League e provi, coi mezzi scarsi che ha a disposizione a fare l’impresa in Coppa Italia. Ma poi basta.
Si ricordi presidente che "chi meno spende più spende". Dimostri di essere ancora interessato a questi colori e faccia il bene per questa creatura che ha saputo valorizzare per 25 anni.

venerdì 1 aprile 2016

I 20 gl più belli di sempre di Alvaro "Chino" Recoba

Ok, con un giorno di ritardo, ma tanto non è che mi corre dietro nessuno.

Il Chino Recoba ha detto basta. Lascia. Dopo una carriera con alti e bassi, in eterno bilico tra "genio del calcio" e "talento incompiuto". Perchè sulle qualità nulla da dire, mentre sulla costanza e la concretezza ci sarebbe da discutere.

Ora come ora, però, vanno solo celebrate le doti di un giocatore con un piede poetico, capace di far innamorare migliaia di appassionati, soprattutto di fede nerazzurra.

Ecco, dunque, i 20 gol più belli di sempre di Alvaro Recoba:


                          

domenica 20 marzo 2016

Atalanta-Bologna: tre mesi e mezzo dopo, un sorriso nerazzurro


Ogni volta che si parla di Atalanta, mi prende quell’innato pessimismo tipico di noi orobici. Stavolta no. Sono sempre stato convinto che la partita contro il Bologna avrebbe portato quei benedetti tre punti. Quella vittoria fondamentale, a mio avviso decisiva per ritagliarsi un po’ di serenità in vista del finale di stagione. Anche perché la quota salvezza si preannuncia bassina. 

Per fortuna, la mia fiducia è stata ripagata. Grazie a un primo tempo in cui la Dea ha ottimizzato gli sforzi. Sì, proprio così: ottimizzato. Una bella sfuriata iniziale ha portato al gol del vantaggio, la freddezza di Pinilla al raddoppio. Per un 2-0 al 45' prezioso come non mai, visto che il Bologna, dopo un approccio così così, aveva giocato una mezz’ora di sostanza e voglia, sfiorando, e forse meritando, il pareggio.

I ragazzi di Donadoni hanno dimostrato di saper proporre buon calcio nonostante il periodo negativo: un gol in quattro match, tre pareggi a reti bianche e la sconfitta con l’Inter. Dopo lo svantaggio, hanno abbassato la testa e cominciato ad attaccare con qualità. Inserimenti, triangolazioni, capacità di attaccare gli spazi: la mano dell’allenatore si vede. E' mancata la zampata.

Sportiello e la sorte hanno stoppato le velleità felsinee. E, come spesso capita nel calcio, nel momento migliore degli avversari, è arrivato il gol. Bravo Pinilla, finalmente Alino!

Un grande Alessandro Diamanti: gol, assist e appausi (foto dal web)
Diamanti che, tra l’altro, ha preso in mano il match sin dal fischio iniziale. Schierato esterno destro nel tridente, si è spesso accentrato per cercare palla, inventare gioco e dialogare con i compagni di reparto. 25’ da applausi, l’assist per Gomez e testa sempre alta.

Come i compagni, finalmente concentrati e convinti. A partire dai difensori, rinfrancati e guidati dal ritorno di Stendardo: uomo di carisma e tecnica, troppo importante in un momento così delicato (senza nulla togliere al bravo Toloi). La mediana, con Cigarini che piace da mezz’ala libera di sfogare tecnica e fantasia, ha giganteggiato sui diretti avversari, permettendo agli attaccanti di dedicarsi quasi esclusivamente alla fase offensiva.

Insomma, per metà frazione, un’ottima Dea.

Poi, però, il sensibile calo e l’apnea. Bologna che attacca e sfiora il gol più volte (lo segna pure, ma in fuorigioco), evidenziando le ataviche difficoltà della linea difensiva bergamasca e le insicurezze di una squadra disabituata a vincere.

Per fortuna, Pinilla ha trovato Alino per il raddoppio. La differenza rispetto ai mesi precedenti sta tutta qui: invece di subire il pareggio e crollare psicologicamente, è arrivata l’inaspettata e rigenerante gioia della seconda rete. Salvifica. Decisiva.

Anche perché il secondo tempo è stata una sofferenza. Almeno per una trentina di minuti. L’ultimo quarto d’ora, con il Bologna in nove, fa storia a sé. Anzi, non la fa proprio.

Diamanti out dopo poco e Raimondi al suo posto. Un difensore come attaccante. Un giocatore utile quanto uno di quei coni utilizzati in allenamento. Uno buono solo a tappare un buco. Va da sé, pericolosità diminuita e Papu unico osservato speciale.

Mentre l’Atalanta si abbassa pericolosamente, il Bologna cresce, spinge e ci crede. Sportiello, ancora lui, fa tutta la differenza del mondo. Se il tiro di Floccari fosse entrato, o Masiello avesse spedito nella sua porta quel pallone (lui di autogol ne sa qualcosina….), sarebbe cambiato tutto. Hai voglia a sapere cosa sarebbe passato per la testa dei bergamaschi... Sarebbero crollati in tempo zero; pareggio immediato nemmeno quotato.

Ma oggi no. Nemmeno il rigore sbagliato da Pinilla (Papu da brividi) ha ribaltato la trama. E’ finita così, col 2-0 che può valere una stagione intera.

Tre mesi e mezzo dopo, un sorriso che sa di liberazione. A braccia spalancate, sotto il sole, urlare per quella che potrebbe essere la vittoria della salvezza. Senza mollare, perché non c’è alcunché di deciso, ma convinti che questi tre punti possano rappresentare la svolta.

Vamos!!

domenica 6 marzo 2016

Atalanta - Juventus: sconfitta pronosticata e classifica che mette i brividi


L’Atalanta si è trovata di fronte una squadra superiore. Ai bergamaschi, ma anche a tutte le altre del nostro campionato. E non è retorica cavalleria; è un dato di fatto.

Inoltre, giusto per metterci un carico in più, la Juve è l’unica “grande” che a Bergamo non ha mai sofferto particolarmente.

Giusto e comprensibile, dunque, anche viste le assenze, mettere un 3-5-2 che potesse dare sicurezze difensive, contrastare le avanzate delle ali bianconere (oggi in rosa) e garantire spinta in ripartenza.

Peccato, però, che Dramè e Conti abbiano trascurato troppo la fase offensiva. L’attacco con la coppia di punte pure – Monachello e Borriello – infatti, poteva risultare utile nel caso i due, col colpito di far salore il baricentro, avessero trovato costante sostegno e linee di scarico. Ma così non è stato. Fasce bloccate ed eccessivamente accorte, centrocampisti troppo bassi. Così facendo, non “obblighi” gli avversari a dover lavorare in copertura, magari pescandoli in inferiorità numerica. Sono state concesse letture davvero semplici.

Con la mediana impegnata a fare densità e contrastare i vari Pogba e Khedira, senza molto successo, ci si è affidati, più che altro, ai lanci lunghi per gli attaccanti e a un’eccessiva ricerca dell’imbucata immediata. Palla lunga e poco supporto. Non a caso, Borriello si è spesso lamentato con i compagni, invitandoli a servirlo in un modo piuttosto che in un altro e a proporre tagli, linee di passaggi e sponde. Un atteggiamento comprensibile. Anche perché, in effetti, il #22 ha giocato una buona partita, prendendosi spesso responsabilità da leader. Per 75 minuti, però, ha urlato in vano. Sempre isolato o con il solo Monachello: tremenda situazione. 

Borriello non mi è dispiaciuto. Perlomeno, ci ha provato (immagine presa dal web)

Di fronte, e va sempre ripetuto, c’erano i campioni d’Italia. E la qualità juventina si è vista sin da subito. Nei movimenti, nella naturalezza delle giocate, nella fredda lucidità in ogni situazione. Puoi studiare quello che vuoi, tatticamente e via dicendo, ma al primo errorino ti puniranno. E così è stato.

Anche sotto, l’atteggiamento dei ragazzi di Reja non è cambiato: mediana bloccata e con compiti prettamente difensivi, attaccanti a sgomitare e palla lunga come costante. Alla ricerca del guizzo. Magari su calcio da fermo, dove, in effetti, qualche pericolo è stato creato. Ma se Buffon non prende gol da inizio gennaio e l’Atalanta non vince da un’era geologica, un motivo ci sarà.

Anche l’apprezzabile sforzo di metà ripresa, perciò, si è spento nel nulla. Anzi, è stato sedato con un colpo di genio e classe del neoentrato Lemina. Applausi e resa definitiva; poco da farci.

D’altronde poco si può dire all’Atalanta di oggi. Avversario, assenze, riconosciute difficoltà: una combo letale per chiunque, figuriamoci per una squadra che zoppica da mesi.

Va presa con filosofia e coscienza. Era una sconfitta pronosticata; una giornata in cui focalizzare la propria attenzione sui risultati degli altri, Frosinone in primis. E i ciociari hanno vinto, anche bene, contro l’Udinese di Colantuono, riaprendo il discorso salvezza come non mai. Quattro miseri punti: questo il risicato gap che divide i bergamaschi dalla zona retrocessione.

I brividi si fanno sempre più insistenti, la paura aumenta e la fiducia nella squadra tocca minimi mai registrati. E’ l’ultima chiamata; facciamoci trovare pronti. Ne sono convinto (e lo dico con gli occhi al cielo): una vittoria, magari pure immeritata, sveglierebbe definitivamente questo gruppo.