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sabato 18 febbraio 2017

Il Crotone è davvero rognoso, ma l'Atalanta vince pure questa


Delle tre squadre palesemente candidate alla retrocessione, il Crotone è quella più viva. E allenata. Visto il materiale a disposizione, Nicola sta facendo il massimo.

I calabresi hanno preparato al meglio anche la sfida di Bergamo. Hanno studiato l’Atalanta e, per tutto il primo tempo, l’hanno imbrigliata. Ali tenute basse, Petagna e Gomez seguiti a uomo ovunque, mediani raddoppiati sistematicamente. Per 45 minuti, i nerazzurri non hanno giocato. Anzi, non hanno potuto.

Merito del Crotone, ovvio, ma gli orobici ci hanno messo del loro: frustrati dall’impossibilità di esprimersi come in altre occasioni, si sono intestarditi e hanno cestinato decine di palloni. Buon per loro che i calabresi non abbiano pareggiato la tenace prova difensiva con un attacco altrettanto efficace. Hanno fatto girare palla, ma non sono mai arrivati al tiro. Come gli avversari, d’altronde.

Per la Dea, un primo tempo da cassare e l'obbligo di sovvertire l'inerzia. Se non attraverso il gioco ragionato, con la voglia e la tenacia.

Gasperini deve aver toccato le corde giuste negli spogliatoi, perché la ripresa atalantina è stata di tutt’altro spessore. Esemplari i primi 5 minuti, all’assalto. Sufficienti per schiacciare gli avversari e “ritrovarsi”. Con un’azione tipica, ecco l’1-0: scambio Gomez –Petagna, cross basso ed esterno opposto che si getta verso la porta. Conti alza le braccia per la quarta volta in stagione. 

Conti, su quei cross, arriva sempre col tempo giusto (immagine dal web)

Un vantaggio che sblocca il match. Gli spazi si aprono: i bergamaschi trovano con più facilità le fasce, Gomez e Petagna tornano protagonisti.

Ma il Crotone non affonda. Cambia in corsa, uomini e disposizione, alla disperata ricerca del guizzo giusto. Ed è proprio quando servirebbe un colpo che si nota maledettamente la mancanza di un uomo dall’elevata cifra tecnica. Con la sola voglia, benché ben supportata dalla tattica, è dura ribaltare una partita. 
E quando anche le forze fisiche cominciano a scarseggiare, ecco che il pressing cala, così come la lucidità, i reparti si sfilacciano e l’Atalanta può correre in verticale. Ne nascono azioni buone per un raddoppio che, però, non arriva mai. Un pizzico di malasorte, anche.

Semplicemente, la giornata non è di quelle da ricordare, in cui tutto va per il verso giusto. Pomeriggi che ricapiteranno. E che vanno affrontate con coscienza e pazienza. Per centrare il bersaglio grosso - sì, quello che occupa i giovedì sera - bisogna anche imparare a soffrire.

domenica 8 gennaio 2017

L'Atalanta demolisce il Chievo: quando il gruppo è tutto


Una vera squadra gioca da gruppo e segue sempre la sua filosofia. Qualsiasi siano gli interpreti, anche in mancanza degli uomini più talentuosi.

L’Atalanta è squadra e gruppo: la vittoria col Chievo ne è ennesima dimostrazione.

Perché la De ha dovuto fare a meno delle sue stelline (o già stelle): Gagliardini, Caldara e Kessiè. Per i ben noti motivi. 

Le certezze di Gasperini non si sono incrinate; credo e atteggiamento non sono stati stravolti. 

L’assenza dei due centrali di centrocampo ha “promosso” Freuler e Grassi. Non sono due scommesse, poiché hanno già ampiamente dimostrato il proprio valore e recitato un ruolo tutt’altro che marginale nella prima parte di stagione, ma non hanno le qualità del futuro interista (da domani o dopo) e dell’ivoriano.
Prendere o lasciare. Non c’erano alternative. L’innesto di Konko nel finale, proprio al posto di Grassi, ha ribadito come il Gasp abbia dovuto fare tesoro del poco materiale a disposizione.

Piccola rivoluzione che il tecnico ha affrontato da grande tattico: mediana con meno incombenze e sviluppo della manovra orientato maggiormente sulle fasce. Dove le coppie Spinazzola-Gomez e Conti-Kurtic (che è spesso si allarga a sinistra) sono certezze.

Una scelta strategica che ha mandato in tilt i clivensi, imbarazzati dalla velocità degli avversari. La retroguardia di Maran, troppo statica e “stagionata” per il frangente, è sempre stata in affanno: Frey e Gobbi perennemente sverniciati, Dainelli e Gamberini spesso in ritardo.

I padroni di casa hanno seriamente accusato evidenti pecche difensive. E non è solo colpa dei quattro davanti a Sorrentino. Ogni ripartenza bergamasca è stata una spina nel fianco. Il Chievo non ha mai rinculato con ordine e occupato gli spazi giusti. Gli attacchi dalle fasce hanno fatto collassare (termine mutuato dal basket che spiega benissimo) nell’area piccola la difesa veronese, che ha smarrito banalmente compattezza e marcature.   

Ecco perché all’Atalanta sono bastati un paio passaggi arretrati, all’altezza del dischetto, per trovare la via del gol. Due volte, sempre col Papu (minuto 2 e 23).

Il Papu sopra tutti, ancora una volta.

Se il Chievo era riuscito a reagire discretamente allo svantaggio a freddo, dopo il raddoppio si è sciolto. E ha incassato il terzo gancio, a firma Conti, al termine di un’altra azione nerazzurra troppo rapida e dirompente. 

Una frazione iniziale perfetta, quella della Dea. Senza pecche.

Così anche i primi quindici minuti di ripresa. Poi, le prime distrazioni verso il 60’. E Pellissier non è uno che perdona.

Ma la reazione del Chievo dura poco. Fuoco di paglia che si spegne definitivamente quando Petagna, che ancora non trova questo benedetto gol, lavora magistralmente l’ennesimo pallone sporco e manda Freuler in porta.

Vittoria per 4-1, 35 punti in classifica, quarto posto momentaneo e tanta gioia. Quando c’è il gruppo, c’è tutto. In attesa di capire come il mecato ridisegnerà la fisionomia di questa stupenda Atalanta.

martedì 20 dicembre 2016

Atalanta batte Empoli: Gasperini is the new Tom Cuise


Si va alla sosta con 32 punti, sesti. Pazzesco. Con la salvezza in tasca ancor prima del giro di boa. Missione impossibile, ma compiuta. Gasp is the new Tom Cruise.

Un traguardo favoloso, raggiunto al termine di una partita strana, per certi versi deludente. Ma in bocca rimane solo un sapore godurioso.

Una Dea stranamente molle, da subito. Tanti errori di misura, troppi uomini al di sotto delle aspettative. Non c’erano di testa. Kurtic, Gagliardini, Conti; chi più, chi meno.

Un match approcciato col passo sbagliato, contro una squadra, l’Empoli, che segna col contagocce ma ha sempre fatto della tenacia e della compattezza difensiva il proprio punto di forza, più di quanto dicano i numeri.

L’Atalanta ha attaccato al solito modo, appoggiandosi su Petagna e sfruttando il magico momento dell’accoppiata Gomez-Spinazzola. Più abulica la fascia destra.

Ma Petagna, ancora una volta, ha confermato di essere bravo nel proteggere palla, far salire la squadra e smistare. Un regista avanzato. Poi, però, ecco i suoi evidenti limiti in fase conclusiva. Gli manca mordente, si perde in tocchi inutili quando dovrebbe chiudere gli occhi e sparare. Fatti guidare dall’ignoranza!

Ottimo, invece, il supporto della catena di sinistra. Il Papu è imprendibile, di altra categoria; Spinazzola ha gamba infinita, perfetta intesa col suo capitano e idee chiare e precise. E pure semplici, che non guasta mai.

Tanti cross, tanti angoli. Ma poche conclusioni. Anche perché Kurtic, in serata no, sonnecchia. E l’Empoli, che ha molti meriti, si copre basso, con Diousse in aiuto alla linea a quattro e tanta attenzione.

Ne esce un primo tempo gestito dai nerazzurri, ma comunque equilibrato. In linea con quello che ci si aspettava.

Franck, ma quanto sei forte?
Al rientro in campo, tutto il "Kessie che c’è in Kessie": dorme sulla punizione che porta al gol di Michelidze, spreca palloni e fa disperare; poi, dà un colpo di spugna a tutto e colpisce. Vede la porta e colpisce. Senza farsi troppe domande. Bam, giù nell’angolo (semicit.)! Pareggio.
Non finisce qui: dopo un quarto d’ora di assalto collettivo, si inventa uno slalom in area che gli permette di crossare; un po’ di tafferuglio, arriva D’Alessandro ed è 2-1. Delirio.

Un vantaggio che fa dimenticare le troppe occasioni gettate al vento e quello spirito un po’ naif. Come se il successo fosse stato il risultato scontato. Come se si fosse convinti che, in un modo o nell’altro, i tre punti sarebbero arrivati. Guai!

Per fortuna, ci ha detto bene. Gli dei del calcio ci hanno premiato.  

Buon Natale a noi, atalantini e contenti.

domenica 11 dicembre 2016

L'Atalanta perde con l'Udinese: una domenica ingiusta


Non avrei digerito un pareggio; figuratevi una sconfitta.

Il calcio sa essere crudele, e l’Udinese sa di aver raccolto molto più di quanto meritato.

L’Atalanta ha dominato, in lungo e in largo. Secondo logica, un match da 3-0 casalingo. Senza discussioni.

Qualcosa da recriminare a Gasperini e ai suoi? No. Neanche per sogno. Nemmeno il banale: “Se crei così tanto, devi concretizzare e chiuderla. Altrimenti...”. Ci hanno provato, in tutti i modi. Ma Karnezis e la sfortuna hanno risposto picche. Mentre agli avversari è bastata un’azione, al 44’ del primo tempo, per sbloccare una partita che, sino a quel momento, li aveva visti sparring partner. Boccheggiante e alle corde.

Bravo e tenace Zapata. Punto.

Gagliardini è tornato. E la sua presenza si è fatta sentire.
Non accetto la versione di "un’Udinese saggia e attendista", tutta chiusa in difesa e pronta a ripartire. Semplicemente, quelli di Del Neri non hanno giocato. Non l’anno mai vista, nemmeno da lontano.
Gli è andata di lusso sin dal primo minuto. Basta sintetizzare la fase centrale della prima frazione per capire come stavano andando le cose: miracolo di Karnezis su Caldara al 15’; altra paratona su Petagna al 16’; incredibile traversa di Kurtic al 20’; Conti vicino al gol al 24’; Danilo salva sulla linea al 41’.

Quattro minuti dopo, lo 0-1.

Uno svantaggio che i nerazzurri vivono con un profondo sgarbo. Da restituire subito. Kurtic lo fa. Sono passati centoventi secondi dall’inizio della ripresa e tutto pare indirizzarsi sulla giusta strada: Atalanta che prosegue col suo dominio e udinesi giustamente perdenti.

Arrivano altre occasioni e si rivede la trama del primo tempo. Continua a mancare, però, sto benedetto gol del sorpasso. E il rasoterra a fil di palo di Perica fa capire che, forse, il nuovo sgambetto è dietro l’angolo. La Dea ci prova, ma l’altra Dea, quella bendata, ha baciato gli ospiti. E il loro portiere greco, che salva un quasi autogol di Widmer.

Poi, come sul primo vantaggio, ecco il fulmine a ciel sereno: 1-2 firmato Fofana. Rete tanto bella quanto immeritata. 

Di fatto, ha chiuso la possibilità di vivere il pomeriggio con il sorriso. Ripeto: un punticino non avrebbe ribaltato gli umori. Giusto, allora, buttarsi tutti in avanti, esponendosi ai contropiedi. Il gol di Thereau viene di conseguenza.

Peccato. Peccato per davvero. Perché mi sarebbe piaciuto spendere più parole per un’Atalanta ancora bella e convincente, che ha interpretato la domenica al meglio. E dei suoi singoli, da pagella alta, se non altissima.

Ingiustizia (solo sportivamente parlando) è stata fatta. 

domenica 20 novembre 2016

L' Atalanta batte pure la Roma: senza paura, continua l'avventura


Scrivo con difficoltà, perché ancora mi tremano le mani.

Gli ultimi 30 minuti di Atalanta-Roma sono stati incredibili, magnifici. Li ho vissuti in totale apnea, tanto che ho smesso di prendere appunti.

E sì che ero contento già sull’1-1. Anzi, forse addirittura prima, anche in svantaggio. Sapere che la Dea se la può giocare alla pari con la Roma, questa Roma, è già un risultato pazzesco.

Partita da tripla. Sulla carta e sul campo. Anche se le sensazioni non erano delle migliori. Mettici la legge dei grandi numeri e, novità per l’Atalanta, i tanti giocatori rientranti dalle Nazionali. Premio alla bontà della stagione che, però, avrebbe potuto restituire a Gasperini uomini un po’ fiacchi fisicamente, o mentalmente scarichi e appagati.

Pochi minuti e le mie paure erano già cosa vecchia. Marcature asfissianti, baricentro altissimo, lucidità, inserimenti e "garra": tutto come nelle ultime settimane di puro delirio.

Qualche novità c’è stata, negli interpreti e nella disposizione: Zukanovic a sinistra e Spinazzola a destra, il Papu stranamente lontano dalla sua mattonella e Kurtic a sostituirlo. Formazione insolita, che non ha portato scompensi, ma nemmeno convinto del tutto. E il ritorno all’antico, nel secondo tempo, ha confermato che anche Gasperini, forse, non ha amato la propria scelta. Capire di dover cambiare in corsa, e farlo senza timore è, senza dubbio, un suo pregio.

Nonostante le mosse un po’ a sorpresa, nerazzurri quadrati, attenti e “sul pezzo”. Gagliardini un gigante. 


Gagliardini: fenomeno a tutto campo (foto dal web)

Però la Roma è squadra tostissima, veloce e zeppa di qualità. Parte pianino e si abbassa. Nel frattempo, studia l’avversario. Sino a quando scopre il punto debole atalantino: il mismatch Zukanovic-Salah. L’egiziano è una scheggia, mentre il bosniaco fa quello che può. E Masiello non può arrivare ovunque. I giallorossi, oggi in bianco, capiscono di poter avere vantaggio e affondano proprio lì.
L’ala romanista sbaglia una, due, tre volte. Ma la Roma, dopo 30 minuti, ha il match in mano.
E colpisce, sfruttando il grande lavoro di Dzeko e l’ennesimo inserimento di Salah. Rigore netto, Perotti non sbaglia ed è 1-0.

Gli uomini di Spalletti non la chiudono subito: un errore che, con questa Atalanta, non puoi permetterti. Soprattutto a Bergamo.

Gasperini sistema i suoi, con Gomez a sinistra e D’Alessandro al posto di Masiello, nella posizione di Zukanovic (che scala centrale). Poi Kessiè laterale destro e Freuler in mezzo. Ora sì che è una Dea più riconoscibile. E la musica cambia…

I padroni di casa si catapultano in avanti. A vita persa, ma con ordine e incredibile efficacia. Anche perché corrono il doppio, vincono tutti i contrasti e sono su tutti i palloni.
Fioccano calci d’angolo e occasioni, col Papu che e D’Alessandro che infiammano la loro fascia, mentre Kessiè fa ciò che vuole di Bruno Peres. Caldara ci mette la faccia, letteralmente: 1-1.

Una squadra provinciale e “normale”, a questo punto, si accontenterebbe del pareggio. Non l’Atalanta. La classifica è ottima, il morale alto, l’inerzia della partita dalla tua e l’autostima alle stelle. Scenario perfetto per l’ennesima impresa.

Kessiè sfonda, ma è sfortunato. Freuler fa gridare al gol, ma è palo. Che finisca davvero con una X? No. Perché Gomez fa impazzire Paredes, che allunga la gamba e regala il rigore a poco dal termine.

Franck Kessiè ha 19 anni, ma l’atteggiamento di chi crede molto, moltissimo, in se stesso. Se lo prende lui il penalty, e spiazza Szczesny. 2-1. Saluto del soldato sotto la curva. 

Kessiè: ancora lui!! (foto dal web)

Nella testa di ogni tifoso atalantino, un bel nulla. Solo emozione, di pancia. “Largo ai sogni senza paura, cavalchiamo questa avventura”.

domenica 6 novembre 2016

"Lì dove osano le Aquile": l'Atalanta non si ferma più


Inimmaginabile quarto posto, pari punti con la Lazio. Fantastico.

Sono bastati 25 minuti per capire che il Sassuolo è una squadra in netta difficoltà; solo 5 per rendersi conto che l’Atalanta ha approcciato il match nel modo giusto.

I neroverdi, resi mediocri dai tanti infortuni e dal dispendioso impegno europeo, hanno cercato di imporre alla partita un ritmo basso e cadenzato. La Dea si è adeguata, ma non passivamente: controllo palla, accelerate improvvise e decisive, tranquillità difensiva.

Due formazioni in situazioni opposte. Anche mentalmente. Proprio “vuoti” i ragazzi di casa; presenti ed efficaci gli uomini di Gasperini. A cui è stato sufficiente schierare una squadra quadrata e rodata. Ormai, ed è una sensazione piacevolissima, i nerazzurri sanno perfettamente come muoversi e cosa fare.

Non è servito il pressing forsennato visto con l’Inter. Anche trotterellando, da subito padroni del match. Tanti calci d’angolo, fraseggi in mezzo al campo, tocco e passaggio, inserimenti senza palla. Senza alcun affanno, perché, come detto, il Sassuolo era a corto di fiato. E se mancano le gambe, anche la lucidità viene meno. Berisha, infatti, ha passato una prima mezz’ora di completa tranquillità. 

Mattia Caldara: fenomenale, anche in attacco (foto dal web)
Il veloce uno-due che ha segnato il pomeriggio ha legittimato la superiorità orobica. Se il gol di Gomez è figlio di un’azione caparbia e ficcante, quello di Caldara, sempre sontuoso, ha messo in vetrina il tasso qualitativo di questa Atalanta.

Piedi buoni, giovani e sempre più raffinati. Dimostra Conti. Probabilmente, un anno fa, il numero 24 non avrebbe mai segnato quella reta. L’avrebbe sparata in curva. Ma il tempo passa, il lavoro paga e le vittorie danno tanta sicurezza.

E il laterale non avrebbe potuto colpire in un momento migliore. Dopo i due schiaffi, infatti, i romagnoli, avevano dato segni di reazione. Più d’orgoglio e dignità che di tecnica e ragionamento. Tanto era bastato, però, per spaventare Berisha. La paura per traversa di Defrel è stata cancellata dal 3 a 0 che ha smorzato i ritrovati entusiasmi casalinghi, comunque piuttosto flebili.

Fine primo tempo. E, in pratica, game over. I tanti tifosi bergamaschi giunti al Mapei Stadium, più chiassosi dei “colleghi” locali, si sono goduti una ripresa di pura amministrazione. Sì, la bella traversa di Politano, il maggiore equilibrio e il dubbioso intervento di Berisha su Defrel, ma nulla più. Tutto preventivabile. 

La testa era già colma di “pensieri post novantesimo”: dolci, esaltanti, incredibili. E come dargli torto? Quarta vittoria in fila, 22 punti: più di metà strada è già alle spalle. Quasi magia.

domenica 23 ottobre 2016

Atalanta batte Inter: da me, solo applausi


L’ingenuità di Santon, che ha regalato il rigore decisivo alla Dea, è stata una vera manna dal cielo. Beneficiata inaspettata, ma meritata.

L’Atalanta ha giocato i primi 45’ minuti a un piano superiore. Troppa differenza in campo: padroni di casa aggressivi e fisicamente strabordanti; ospiti lenti, imprecisi e con evidenti problemi di tempi e spaziature.

Masiello: il migliore in campo (immagine dal web)
Pressione totale da subito e marcature a uomo asfissianti: la scelta di Gasperini è stata coraggiosa. Per fortuna, ha dato i giusti dividendi. Anche perché il tecnico ha ritrovato il Kurtic dei bei tempi, capace di bloccare Medel, scattare sistematicamente sui centrali e buttarsi in area sui cross dalle fasce. Perlopiù provenienti da sinistra. E’ da quella parte, infatti, che l’Atalanta ha fatto male nei primi frammenti di match. L’angolo che porta alla rete di Masiello nasce proprio dall’ennesima galoppata di Dramè, mai intimorito da un Nagatomo che ha ben poco del Samurai.
Cresciuto anche Conti, ben supportato da un ottimo Toloi (peccato sia uscito, ma bene Konko), la manovra si è fatta più armonica e avvolgente. 

Il lampo di Eder, a ripresa da poco iniziata, ha frenato l’impeto bergamasco. Un po’ di paura, forse. Ma, anche, un comprensibile calo. Impossibile riproporre i ritmi del primo tempo.

Ecco perché gli uomini guidati da De Boer - e lo dico con ironia, visto l’apatia dei milanesi – hanno preso campo grazie alla maggiore fisicità. Ma idee pari a zero e poche occasioni vere. Giusto il sinistro di Perisic salvato dal buon Berisha.

Sembrava una partita indirizzata verso il pareggio. Un punto buono per l’Atalanta, anche se “stretto” pensando alla prestazione. I nerazzurri di casa si erano evidentemente abbassati. Normale. Logico. Era pur sempre l'Inter.

Ma senza perdere la bussola. Ed è questa presenza di spirito che ha spinto Kessiè a trotterellare in area invitando l’amico Santon (oggi ti voglio bene) a scivolare senza un perché.

Pinilla gladiatorio sotto la curva. Attorno, solo applausi

mercoledì 3 febbraio 2016

Regalare il primo successo al Verona: chi se non l'Atalanta?


I tifosi dell’Atalanta sanno bene che la Dea ha uno speciale dono: “resuscitare” chiunque, dovunque e quandunque. Se sei un attaccante a secco da innumerevoli partite, segnerai; se una squadra non vince da un’era geologica, vincerà.

Non a caso, la partita con il Verona, ultimo e ancora senza successi, non mi ha mai ispirato fiducia. Sentivo puzza di bruciato. Saggiando l’animo di altri tifosi, ho capito di essere in buona compagnia.

Mettici un po’ di superstizione, un pizzico dell’immancabile e cronica negatività bergamasca, le ultime prestazioni poco incoraggianti, e il gioco è fatto: Verona-Atalanta 1 fisso. Senza indugi.

E, in effetti, così è stato. Chiamato e puntuale come un gol di Higuain. L'ha decisa Pazzini, che è un ex che ci segna sempre, qualsiasi maglia indossi. Insomma, dai, è andata proprio storta.  


Il "Pazzo" è quell'ex che ti punisce sempre

E sì che, a mio avviso, un pareggino non sarebbe stato rubato (certo che vai a Verona per vincere, ma per come si era messa), soprattutto pensando all'atteggiamento propositivo nei minuti successivi all'espulsione di Dramè, un'altra volta prigioniero della sua irruenza (chiamiamola così).
Reja, infatti, aveva osato, tenendo il tridente, abbassando Conti in difesa e lasciando a De Roon e Migliaccio il compito di coprire la mediana. Finché è durata, ha avuto il suo perché.

Un po’ come la scelta iniziale del 3-4-3. Sulla carta, un papocchio poco condivisibile (più che altro perché si vede raramente); tradotto sul campo, una buona soluzione. A maggior ragione visto il “materiale” a disposizione.

I tre dietro, ormai, sono fissi e, contro una squadra che si affida a Toni e Pazzini, sì esperti e temibili, ma poco mobili e fantasiosi, giusto riproporli. 

Così come azzeccato è piazzare Conti e Dramè, due con tanta gamba, a farsi su e giù sulle fasce. In cinque a difendere, altrettanti ad attaccare: ci piace. Non a caso, il gol del #24, benché fortunoso, nasce proprio dalla sua libertà di proiettarsi in avanti. 

Concordo anche sul tridente. Non hai il regista in mezzo e, per forza, devi trovare altre fonti di gioco. Meglio, dunque, avere due coi piedi buoni come Gomez e Diamanti che possano svariare, arretrare per velocizzare il gioco e uscire dagli schemi. Compito che, se non sbaglio, ha ricoperto maggiormente Alino, spesso in posizione da trequartista centrale, con Papu più decentrato.
In mezzo ai due, Borriello, alla prima da titolare. Ha fatto il suo. Non ha ancora feeling coi compagni, ma tecnica e presenza da pivot non mancano. Continuo a dargli piena fiducia.

Ripeto: sulle decisioni del mister, nulla da dire. E il campo mi aveva dato anche parziale credito. Inizio zoppicante, poi una buona parentesi (gol annesso) e squadra in partita. Peccato per il gol di Siligardi nel finale di tempo. Per me, più colpa della mollezza dei due contrasti (quindi errori dei singoli) che altro.

Ovvio che il rosso a Dramè abbia girato l’inerzia, soprattutto col passare dei minuti, ma, come detto, i nerazzurri avevano reagito molto bene. Sembrava che fosse il Verona a essere in dieci.

Ovvio anche che ci siano stati degli aspetti negativi. Sennò non sarebbe arrivata la sconfitta (“Elementare Watson”). Ne indico giusto un paio.
Primo, che tattico vorrebbe essere: manca un regista con un po’ di fosforo. Cigarini si sta rivelando indispensabile. La sua assenza pesa parecchio, perché quei piedi, lì in mezzo, non li ha nessuno. Così come la visione di gioco (che non significa solo fare lanci di quaranta metri) e la capacità di leggere la partita.
Secondo, di sfumatura più psicologica: l’atteggiamento non convince sino in fondo. Ci sono stati impegno e applicazione, ma non leggi più quella dannata voglia di vincere. O, forse, non c’è più quella facilità di portare a casa il risultato con buona regolarità. 

L’inizio di campionato ci ha viziato troppo. La realtà, ahimè, è un’altra.

Leggiamo la classifica insieme. Sospiriamo tremanti. Rileggiamola per sicurezza: otto punti su Carpi e Frosinone. Possono essere tanti, ma anche maledettamente pochi. Soprattutto se riesci più a fare bottino pieno.

Occhio ragazzi! Con l’Empoli serve il colpo grosso.

sabato 23 gennaio 2016

Frosinone-Atalanta: qualche parola sulla deludente prestazione della Dea


Non è la prima volta che vedo una brutta Atalanta in questa stagione. Ci sono state altre occasioni, soprattutto nell’ultimo periodo, in cui i neroazzurri si sono espressi male, senza ritmo e personalità. Però c’era la sensazione che fossero performance negative figlie di un momento circoscritto. Insomma, la squadra c’era e una quadratura tattica pure. Poca brillantezza, tutto qui.

Contro il Frosinone, al Matusa, in uno scontro che vale molto più di tre punti, le stonature sono state troppe. Ho visto una Dea con poche idee e tante incomprensioni. Spesso i giocatori si sono ritrovati col pallone nei piedi senza sapere che fare. Sul posto, alla disperata ricerca di un compagno che si muovesse. Vanamente.

Come contro l’Inter, Reja ha deciso di puntare sul 3-5-2, con Monachello e Papu punte. Rispetto alla gara di settimana scorsa, però, Raimondi ha preso il posto di Conti e Migliaccio quello di Cigarini. E la musica è cambiata. Tanto.

Il centrocampo non aveva un costruttore di gioco. Per caratteristiche, si può dire che Kurtic, De Roon e Migliaccio siano giocatori simili: incontristi più che registi; più muscoli e interdizione che aperture, inserimenti e impostazione. Ed è un dato di fatto. Anche solo “sulla carta”, formano una mediana poco propositiva. Il che ha portato spesso Gomez ad abbassarsi per cercare palloni, spronare i compagni ad alzare il ritmo e aprire il campo o verticalizzare. Papu ci ha provato, anche rischiando qualche dribbling di troppo dove non avrebbe dovuto, e per questo va applaudito. Ma non è compito suo dare il via alla manovra. Con Cigarini, perlomeno, ci sarebbe stato un elemento in grade di dare, allo stesso tempo, ordine e fantasia all’intera squadra. Con lui il centrocampo a tre può funzionare. E’ l’unico che può tirare fuori il colpo di genio e lanciare la punta alle spalle della difesa avversaria o cambiare lato con sventagliate di quaranta metri per le ali.

Alejandro "Papu" Gomez: l'unico che prova ad accendere la luce
Ecco, le ali. Dramè è il solito: corsa, dribbling, ricerca del fondo, qualche cross di qualità discutibile e tanta foga. Tutto sommato, uno che si fa la fascia intera. Ed è fondamentale, visto che il Kurtic di questi tempi non lo agevola affatto. Davvero deludente.
Dall’altra parte c’era Raimondi (perdonatemi, ma ancora non capisco come possa essere in Serie A). Come noto, non ha qualità, dribbling, fantasia, pericolosità offensiva e possibilità di “entrare nel campo”. Per giunta, al Matusa gli è mancata pure la corsa. A sto punto, meglio un Conti qualunque che, pur non essendo affidabilissimo e del tutto maturo, almeno galoppa e non tira mai il fiato. La coppia Migliaccio-CR77 mi ha fatto davvero rabbrividire. Per come stanno messi, roba da serie B a dir tanto.

Sto spendendo tante parole sul centrocampo proprio perché convinto che sia stato il vero punto debole atalantino. I tre centrali difensivi, tutto sommato, se la sono cavata senza grossi affanni (anche perché il Frosinone è poca roba). E l’attacco ha avuto, oggettivamente, pochi palloni veramente sfruttabili. Ciò non toglie che Monachello debba crescere molto. Davvero molto.

Tutte critiche che, oltre al fatto di essere ovviamente personali, sperano di essere da sprone per squadra, allenatore e società (come se le leggessero tra l’altro…). Perché è un momento cruciale della stagione e, complici gli infortuni e le scelte di mercato, in entrata e in uscita, i neroazzurri stanno sprecando l’opportunità di giocare con quella serenità e sicurezza che il buonissimo avvio di campionato ha dato loro.

Non molliamo adesso e, soprattutto, non pensiamo di essere già tranquilli e beati.