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sabato 25 febbraio 2017

Vedi Napoli e poi godi


51. Cinquantuno.

Nel girone d’andata, la vittoria col Crotone aveva segnato il cambio di rotta. La vera svolta, però, era arrivata la settimana successiva, contro il Napoli.

In quel momento è nata l’Atalanta di Gasperini. Da quel momento, la Dea non si è più fermata.

Quel pomeriggio, al Comunale, è apparso quel gioco, tra i più belli della serie A, poi diventato il fil-rouge di questa stagione pazzesca. Epifania di un’identità profonda, ben riconoscibile, esaltante e, soprattutto, vincente.

L’Atalanta è una squadra vera. L’Atalanta è una squadra forte. L’Atalanta è una squadra con la mentalità giusta per puntare in alto.

Solo così si può spiegare una prestazione da protagonista al San Paolo, davanti al Napoli di Sarri, abituato a riempire i tabellini e triturare gli avversari a suon di goleade, verticalizzazioni e manovre da applausi. Una macchina, quella azzurra, a tratti perfetta. Perciò, giustamente temuta, decantata e rispettata. Stasera, però, non l’abbiamo vista. 

E c'è gente che sborsa 30 milioni per Maksimovic

L’Atalanta, non da oggi, è un mix di sfrontatezza e consapevolezza. Scende in campo per imporre il proprio credo, qualsiasi sia l’avversario. Puoi soffrire o non essere in giornata, ma sai chi sei e cosa devi fare. Sempre. Prodigio tattico e psicologico.

Presenza di spirito che consente a un centrale come Caldara di abbandonare il suo ruolo, farsi 70 metri di campo per accompagnare una ripartenza e siglare la doppietta personale con una volè da bomber navigato. Il tutto, con la squadra in 10.

Presenza di spirito che ha consigliato a Gasperini di non rivoluzionare la formazione dopo l’espulsione di Kessiè. Ha atteso che i suoi leggessero il momento. Un chiaro messaggio di fiducia. Ben ripagato, direi. 

D'altronde, come non credere in questi ragazzi? Continuano a dimostrare dedizione, applicazione, saggezza e, quel che più piace a noi tifosi, voglia di sognare. Sono i primi a scommettere (evito battute su Masiello) su se stessi.

Mentalità che porta solo sorrisi e trionfi. E di esultare con le braccia al cielo, noi, ancora non ci siamo stancati.

sabato 18 febbraio 2017

Il Crotone è davvero rognoso, ma l'Atalanta vince pure questa


Delle tre squadre palesemente candidate alla retrocessione, il Crotone è quella più viva. E allenata. Visto il materiale a disposizione, Nicola sta facendo il massimo.

I calabresi hanno preparato al meglio anche la sfida di Bergamo. Hanno studiato l’Atalanta e, per tutto il primo tempo, l’hanno imbrigliata. Ali tenute basse, Petagna e Gomez seguiti a uomo ovunque, mediani raddoppiati sistematicamente. Per 45 minuti, i nerazzurri non hanno giocato. Anzi, non hanno potuto.

Merito del Crotone, ovvio, ma gli orobici ci hanno messo del loro: frustrati dall’impossibilità di esprimersi come in altre occasioni, si sono intestarditi e hanno cestinato decine di palloni. Buon per loro che i calabresi non abbiano pareggiato la tenace prova difensiva con un attacco altrettanto efficace. Hanno fatto girare palla, ma non sono mai arrivati al tiro. Come gli avversari, d’altronde.

Per la Dea, un primo tempo da cassare e l'obbligo di sovvertire l'inerzia. Se non attraverso il gioco ragionato, con la voglia e la tenacia.

Gasperini deve aver toccato le corde giuste negli spogliatoi, perché la ripresa atalantina è stata di tutt’altro spessore. Esemplari i primi 5 minuti, all’assalto. Sufficienti per schiacciare gli avversari e “ritrovarsi”. Con un’azione tipica, ecco l’1-0: scambio Gomez –Petagna, cross basso ed esterno opposto che si getta verso la porta. Conti alza le braccia per la quarta volta in stagione. 

Conti, su quei cross, arriva sempre col tempo giusto (immagine dal web)

Un vantaggio che sblocca il match. Gli spazi si aprono: i bergamaschi trovano con più facilità le fasce, Gomez e Petagna tornano protagonisti.

Ma il Crotone non affonda. Cambia in corsa, uomini e disposizione, alla disperata ricerca del guizzo giusto. Ed è proprio quando servirebbe un colpo che si nota maledettamente la mancanza di un uomo dall’elevata cifra tecnica. Con la sola voglia, benché ben supportata dalla tattica, è dura ribaltare una partita. 
E quando anche le forze fisiche cominciano a scarseggiare, ecco che il pressing cala, così come la lucidità, i reparti si sfilacciano e l’Atalanta può correre in verticale. Ne nascono azioni buone per un raddoppio che, però, non arriva mai. Un pizzico di malasorte, anche.

Semplicemente, la giornata non è di quelle da ricordare, in cui tutto va per il verso giusto. Pomeriggi che ricapiteranno. E che vanno affrontate con coscienza e pazienza. Per centrare il bersaglio grosso - sì, quello che occupa i giovedì sera - bisogna anche imparare a soffrire.

domenica 15 gennaio 2017

L'Atalanta cade all'Olimpico: la Lazio vince con merito

La Lazio ha vinto con merito. Ha dimostrato di valere la sua ottima classifica e di avere tutte le armi per giocarsela con chiunque, Atalanta compresa: qualità tecnica e tattica, forza fisica, carattere e consapevolezza dei propri mezzi.

Virtù che i biancocelesti hanno messo in campo sin dall’inizio. E poco importa che sia stata la Dea a mettere per prima la testa avanti. Il gol di Petagna è stato un lampo a ciel sereno. Figlio della filosofia laziale, dedita all’attacco e, di conseguenza, incline alle sbandate difensive.

Finalmente un Petagna un pò più cattivo in area
Vantaggio atalantino che è arrivato dopo 20 minuti di torpore bergamasco: approccio incerto, reparti slegati e uomini in difficoltà. Poche volte si sono viste le ali soffrire così tanto. D’altronde, Felipe Anderson e compagnia non sono facili da arginare.

Atalanta zoppicante sulle corsie, inesistente in mezzo. Perlomeno nella prima fase di match. Konko, in quel ruolo, non c’entra nulla. E che sia entrato Grassi, non me ne voglia il francese, è stato solo un bene. Perché la squadra ha raggiunto maggiori equilibri. Grassi-Freuler è una coppia poco estrosa e formata da giocatori molto simili, ma, almeno, dà spessore al reparto. E densità. Soprattutto considerando le continue verticalizzazioni dei padroni di casa.

La forza della Lazio, applausi a Inzaghi, sta proprio nell’alternare il gioco sulle corsie a delle rasoiate centrali che spaccano il campo in due. Hanno gli uomini giusti per farlo: Biglia detta la traccia, Parolo e Milinkovic si inseriscono, Immobile sa sia fare la sponda sia buttarsi negli spazi.

Ne scaturiscono continue occasioni. Altresì perché i biancocelesti non cambiano atteggiamento dopo essere andati sotto. L’1 a 1 firmato da Milinkovic-Savic, che nella ripresa si mangerà almeno altre due chances, non ha fatto altro che rimettere le cose come dovevano stare.

Meglio: è stato il rigore del 2-1 di Immobile, su gentile erroraccio di Berisha, a dare alla Lazio ciò che meritava.

Sorpasso arrivato al termine di un inizio di ripresa divertente e dai ritmi elevati. Reparti lunghi, squadre mai timide e un Gomez finalmente in palla. Il risveglio del Papu basta per regalare ai nerazzurri qualche palla buona, ma la consistenza degli attacchi laziali è ben diversa. E, come detto, il destino ripaga gli uomini di Inzaghi. Tra l’altro, obbligato dall’arbitro a vedersi parte del match dalla tribuna. Poco dopo lo raggiungerà Gasperini.

Gli ingressi di D’Alessandro e Paloschi ridisegnano l’Atalanta, ma non cambiano il finale. Anzi, più vicina la Lazio al 3-1 che la Dea al pareggio.

E così finisce, con un sincero 2-1, un vero scontro diretto tra le due squadre più sorprendenti del campionato. Entrambe meritano di stare dove stanno; entrambe meritano di sognare in grande. La Lazio, forse, un pizzico di più.

domenica 8 gennaio 2017

L'Atalanta demolisce il Chievo: quando il gruppo è tutto


Una vera squadra gioca da gruppo e segue sempre la sua filosofia. Qualsiasi siano gli interpreti, anche in mancanza degli uomini più talentuosi.

L’Atalanta è squadra e gruppo: la vittoria col Chievo ne è ennesima dimostrazione.

Perché la De ha dovuto fare a meno delle sue stelline (o già stelle): Gagliardini, Caldara e Kessiè. Per i ben noti motivi. 

Le certezze di Gasperini non si sono incrinate; credo e atteggiamento non sono stati stravolti. 

L’assenza dei due centrali di centrocampo ha “promosso” Freuler e Grassi. Non sono due scommesse, poiché hanno già ampiamente dimostrato il proprio valore e recitato un ruolo tutt’altro che marginale nella prima parte di stagione, ma non hanno le qualità del futuro interista (da domani o dopo) e dell’ivoriano.
Prendere o lasciare. Non c’erano alternative. L’innesto di Konko nel finale, proprio al posto di Grassi, ha ribadito come il Gasp abbia dovuto fare tesoro del poco materiale a disposizione.

Piccola rivoluzione che il tecnico ha affrontato da grande tattico: mediana con meno incombenze e sviluppo della manovra orientato maggiormente sulle fasce. Dove le coppie Spinazzola-Gomez e Conti-Kurtic (che è spesso si allarga a sinistra) sono certezze.

Una scelta strategica che ha mandato in tilt i clivensi, imbarazzati dalla velocità degli avversari. La retroguardia di Maran, troppo statica e “stagionata” per il frangente, è sempre stata in affanno: Frey e Gobbi perennemente sverniciati, Dainelli e Gamberini spesso in ritardo.

I padroni di casa hanno seriamente accusato evidenti pecche difensive. E non è solo colpa dei quattro davanti a Sorrentino. Ogni ripartenza bergamasca è stata una spina nel fianco. Il Chievo non ha mai rinculato con ordine e occupato gli spazi giusti. Gli attacchi dalle fasce hanno fatto collassare (termine mutuato dal basket che spiega benissimo) nell’area piccola la difesa veronese, che ha smarrito banalmente compattezza e marcature.   

Ecco perché all’Atalanta sono bastati un paio passaggi arretrati, all’altezza del dischetto, per trovare la via del gol. Due volte, sempre col Papu (minuto 2 e 23).

Il Papu sopra tutti, ancora una volta.

Se il Chievo era riuscito a reagire discretamente allo svantaggio a freddo, dopo il raddoppio si è sciolto. E ha incassato il terzo gancio, a firma Conti, al termine di un’altra azione nerazzurra troppo rapida e dirompente. 

Una frazione iniziale perfetta, quella della Dea. Senza pecche.

Così anche i primi quindici minuti di ripresa. Poi, le prime distrazioni verso il 60’. E Pellissier non è uno che perdona.

Ma la reazione del Chievo dura poco. Fuoco di paglia che si spegne definitivamente quando Petagna, che ancora non trova questo benedetto gol, lavora magistralmente l’ennesimo pallone sporco e manda Freuler in porta.

Vittoria per 4-1, 35 punti in classifica, quarto posto momentaneo e tanta gioia. Quando c’è il gruppo, c’è tutto. In attesa di capire come il mecato ridisegnerà la fisionomia di questa stupenda Atalanta.

sabato 24 dicembre 2016

Calciomercato: Atalanta, serve solo qualche ritocco


Non chiamiamolo “mercato di riparazione”: all’Atalanta non serve alcuna riparazione. La squadra funzione e non va cambiata.

Servono giocatori adatti al gioco di Gasperini
I nerazzurri sono arrivati alla pausa, a un match dalla fine del girone d’andata (a Verona col Chievo sarà dura), con 32 punti, il sesto posto in saccoccia e le tasche straripanti di complimenti ed entusiasmo. Serve cambiare qualcosa? Direi proprio di no.

Ci vuole un lavoro di cesello. Abbiamo per le mani un gioiellino: rifiniamone i contorni. Sarebbe un vero peccato buttare via tutto. Magari a giugno saremo decimi, fuori da qualsiasi ambiziosa idea di Europa, ma poco importa: questo sogno va cavalcato. Ne passerà prima che ricapiti…

Ovviamente, il tifoso non ragiona come la società. Fare cassa è una priorità, e l’Atalanta, di sti tempi, ha la vetrina piena e ben lucidata. Operazioni come quella Caldara-Juve sono la soluzione migliore: il ragazzo cresce e si fa le ossa, il club si sfrega le mani. Discorso che vale per il nostro giovane centrale, ma che può venir buono per Gagliardini, Kessié e compagnia bella.

Di certo, gli uomini in uscita vanno rimpiazzati. Nulla di rivoluzionario: piccoli ritocchi che diano al Gasp un po’ di scelta. Perché i titolari sono quelli, e guai a toccarli. Ragionamento giusto, ma che nasconde insidie: e se uno si rompe? E se le squalifiche ti tolgono un paio di centrocampisti? E chi copre Kessié durante la Coppa d’Africa?

Dubbi legittimi, per chi, a questo punto, non vuole accontentarsi solo della salvezza; ma nemmeno chiede la luna. C’è solo voglia di crederci; di esserci. Siamo pronti a sgomitare.

Serve fare il punto della situazione, un reparto alla volta. Guidati dalla logica del semplice tifoso, ma senza delirare.


Portieri

Sportiello non è quello dell’anno scorso. Ha iniziato la stagione con la valigia sul pianerottolo, incantato dalle sirene di mezza Italia. Pensava di dover prendere un volo per la Campania, ma non se n’è fatto nulla. Ed è rimasto, col piglio di chi è costretto in ufficio oltre l’orario di lavoro, senza straordinari pagati. E se la testa non funziona come si deve, mani e gambe vanno di pari passo. 

Sicuri che Sportiello abbia mercato?

La società l’ha capito e, viste le prime incertezze, ha preso Berisha: un titolare. L’albanese ha fatto miracoli; poi l’infortunio. Torna Sportiello e sono di nuovo titubanze.

Il prodotto del vivaio ha perso valore, e la stagione passata rimarrà inarrivabile: se ancora ha mercato (potrebbe trovare posto come riserva) e la valigia è sempre allo stesso posto, giusto venderlo e rimanere con Berisha. Bassi come secondo va bene. 


Difesa

Masiello, Caldara, Toloi, Zukanovic: questi i quattro che ruotano nelle scelte di Gasperini. Se sono tutti in forma, è quest’ultimo a fare panca.

Caldara ha saltato l'Empoli per fare le visite con la Juve
La linea a tre funziona e i singoli ne raccolgono i frutti. La Juve, brava lei, ha capito che Caldara ha qualcosa in più; Toloi e Masiello sono puntuali in difesa e giocano a briglie sciolte; Zukanovic è un rimpiazzo che ci invidia mezza Serie A.

Quattro difensori per una difesa a tre. Numericamente, ne mancherebbe uno per essere a posto. Stendardo, ahimè mai considerato, andrà via, ma questo sposta poco. Gasperini ha già scelto il suo quinto: Bastoni, giovane che arriva dalla Primavera e che è già stato testato in Coppa Italia. Il tecnico crede in lui: impossibile non dargli ragione. Ha l’occhio lungo, da sempre. E poi ci sarebbero anche Suagher, altro talento nostrano da valorizzare, e Konko, che all’occorrenza può reinventarsi centrale.  

Riassumendo, difesa fatta. Non c’è necessità di buttarsi sul mercato. Ovvio, se ci fosse un’occasione… Ma non penso. Rimaniamo così che va bene.


Centrocampo

Sulle fasce c’è poco da dire. Si potrebbe sempre migliorare, ma sono un punto di forza di quest’Atalanta. Non vanno toccate.
Conti, con tutti i suoi limiti, sta facendo bene, e Spinazzola cresce di match in match. I titolari sono loro.

A sinistra può giocare Dramè, che è spesso disordinato e sprecone, ma ha gamba adatta al sistema di Gasperini. Fisicità e “ignoranza”, tutto sommato, fanno sempre comodo.

Se manca Conti, Konko per coprirsi un po’ di più e garantire anche un minimo di spinta. Raimondi solo per far rifiatare qualcuno. Tutt’al più, può essere utile in caso di 4-4-2.

E poi c’è D’Alessandro, che può fare entrambe le fasce. Il tipico cambio da 70’, quando bisogna attaccare a testa bassa, aumentare il ritmo e creare scompiglio. Un’arma tattica utile.

Nodo mediani. Perché nodo è, stretto e arduo da districare. Quindi, sbrighiamo le facili formalità: Carmona, che ormai ha perso la lotta col suo infortunio all’anca, andrà via; Migliaccio è l’ultimo della panca, e non potrebbe essere altrimenti (lo cercano in Serie B).

Ci siamo: Gagliardini e Kessié. I due uomini-mercato. Il loro futuro dipende anche dalle tante squadre interessate: Juve e Inter sono sul #4, mentre l’ivoriano è sul taccuino dell’onnipresente Juve, del Chelsea, del Liverpool e dell'Arsenal (stando a quanto dicono giornalisti veri).


Kessiè: la Premier è su di lui

Un affare simile a quello di Caldara è più che probabile, per entrambi. Acquisto da parte di un’altra società e permanenza a Bergamo. Però, solo per un’altra mezza stagione. Scenario plausibile solo se è la Juve, che non ha problemi di organico, a farsi avanti. In caso di Inter, e soprattutto di club di Premier, il panorama assumerebbe sfumature diverse. Dovessero arrivare le sterline, prepariamoci ai saluti. Quelli non aspettano. Ecco perché si ritiene più probabile un addio di Kessié. A cifre alte.

Fosse ceduto uno dei due, sarebbe inevitabile guardarsi attorno. Perché in casa si hanno ottime alternative, Freuler e Grassi, ma mancherebbe qualcosa. In attesa di scoprire se questo Cabezas, stimatissimo ma ancora misterioso, sia o meno capace di tenere la categoria. E non è un tema sottovalutabile. Perché Kessié mancherà un mese, che sia venduto o meno.


Attacco

Il Papu Gomez non deve muoversi! Va detto ad alta voce. La società deve fare orecchie da mercante. E speriamo le faccia pure lui. Perché le lusinghe della Roma, che parrebbe pronta all’offerta, fanno piacere. Con i giallorossi potrebbe giocare in Europa, lottare per i vertici del campionato e prendere un treno che, sinora, non gli è mai passato davanti.
Dovesse veramente partire, non importa a quali cifre, sarebbe un mezzo dramma. Perché la città lo ama e perché è il faro della squadra. Sostituirlo degnamente sarebbe impresa complicata.

Gomez e Petagna sono i punti fermi di un attacco “particolare”, che costruisce gioco più che finalizzare.

Nel caso della punta, è un vero limite. L’ex Ascoli è fondamentale per il gioco del Gasp, ma segna poco. Anzi, conclude poco. Quando arriva in area, si scioglie. Detto questo, il titolare è lui. E rimarrà, nonostante qualche esperto del settore abbia registrato qualche interessamento.

Alle spalle dell’inamovibile duo, il vuoto, o quasi. Delle gerarchie di inizio anno, nemmeno l’ombra. Tutto ribaltato. Non sorprende che Pesic, fisico e tecnica niente male ma ancora acerbo, sia la seconda scelta.

Paloschi: da stella a fantasma
Paloschi, “uomo di Sartori”, sarebbe il pezzo da novanta. Ma il “sarebbe” rimane tale. Ha iniziato nell’undici, poi si è perso, tra infortuni, sfiducia e brutte prestazioni. Può andare via: Pescara e Bologna sono vicine (lui preferisce gli abruzzesi). Mi auguro in prestito, perché va recuperato. E’ un investimento importante e ha le caratteristiche per fare bene anche qui. Crediamo in lui.

Pinilla, invece, ha già cambiato aria. Va al Veracruz, in Messico. Spiace. Ma era prevedibile. Talento di livello e trascinatore da battaglia, ma incostante ed enigmatico. Ci ha fatto esultare, eccome, ma era il momento giusto per salutarsi.

Dunque, facendo la conta, quattro attaccanti (escluso D’Alessandro che fa anche da vice-Papu), di cui un paio in dubbio. Qui serve un intervento. Magari una seconda punta mobile che possa dare respiro a Gomez e, perché no, possa anche affiancarlo.
Difficile fare nomi. Per ora, non se ne parla da nessuna parte. Che la società si stia muovendo sottotraccia?

Il mercato estivo è stato disastroso. Non fatevi ingannare dai risultati: Gasperini ha fatto un miracolo con gli stessi uomini, più o meno, che giocavano anche nella passata stagione. 

Che la dirigenza abbia imparato la lezione, operi con oculatezza e segua le indicazioni del mister. Si può arrivare in alto. Il momento è adesso.

martedì 20 dicembre 2016

Atalanta batte Empoli: Gasperini is the new Tom Cuise


Si va alla sosta con 32 punti, sesti. Pazzesco. Con la salvezza in tasca ancor prima del giro di boa. Missione impossibile, ma compiuta. Gasp is the new Tom Cruise.

Un traguardo favoloso, raggiunto al termine di una partita strana, per certi versi deludente. Ma in bocca rimane solo un sapore godurioso.

Una Dea stranamente molle, da subito. Tanti errori di misura, troppi uomini al di sotto delle aspettative. Non c’erano di testa. Kurtic, Gagliardini, Conti; chi più, chi meno.

Un match approcciato col passo sbagliato, contro una squadra, l’Empoli, che segna col contagocce ma ha sempre fatto della tenacia e della compattezza difensiva il proprio punto di forza, più di quanto dicano i numeri.

L’Atalanta ha attaccato al solito modo, appoggiandosi su Petagna e sfruttando il magico momento dell’accoppiata Gomez-Spinazzola. Più abulica la fascia destra.

Ma Petagna, ancora una volta, ha confermato di essere bravo nel proteggere palla, far salire la squadra e smistare. Un regista avanzato. Poi, però, ecco i suoi evidenti limiti in fase conclusiva. Gli manca mordente, si perde in tocchi inutili quando dovrebbe chiudere gli occhi e sparare. Fatti guidare dall’ignoranza!

Ottimo, invece, il supporto della catena di sinistra. Il Papu è imprendibile, di altra categoria; Spinazzola ha gamba infinita, perfetta intesa col suo capitano e idee chiare e precise. E pure semplici, che non guasta mai.

Tanti cross, tanti angoli. Ma poche conclusioni. Anche perché Kurtic, in serata no, sonnecchia. E l’Empoli, che ha molti meriti, si copre basso, con Diousse in aiuto alla linea a quattro e tanta attenzione.

Ne esce un primo tempo gestito dai nerazzurri, ma comunque equilibrato. In linea con quello che ci si aspettava.

Franck, ma quanto sei forte?
Al rientro in campo, tutto il "Kessie che c’è in Kessie": dorme sulla punizione che porta al gol di Michelidze, spreca palloni e fa disperare; poi, dà un colpo di spugna a tutto e colpisce. Vede la porta e colpisce. Senza farsi troppe domande. Bam, giù nell’angolo (semicit.)! Pareggio.
Non finisce qui: dopo un quarto d’ora di assalto collettivo, si inventa uno slalom in area che gli permette di crossare; un po’ di tafferuglio, arriva D’Alessandro ed è 2-1. Delirio.

Un vantaggio che fa dimenticare le troppe occasioni gettate al vento e quello spirito un po’ naif. Come se il successo fosse stato il risultato scontato. Come se si fosse convinti che, in un modo o nell’altro, i tre punti sarebbero arrivati. Guai!

Per fortuna, ci ha detto bene. Gli dei del calcio ci hanno premiato.  

Buon Natale a noi, atalantini e contenti.

sabato 17 dicembre 2016

L'Atalanta fa 0-0 col Milan: sabato sera col sorriso


Prendo e porto via, col sorriso.

Un punticino con questo Milan vale molto. Soprattutto a San Siro. Perché i rossoneri sono squadra vera, ostica e ben allenata. Stima per Montella, da sempre.

Il Diavolo ha blasone e palcoscenico da fuoriserie del campionato, ma non lo è. E lo accetta. Questo il segreto per essere lassù in classifica. Gioca da provinciale, ringhiando, ripartendo ed evitando inutili ghirigori (perlomeno sulla carta). Per certi versi, è simile all’Atalanta. L’atteggiamento arrembante è quello.

Perciò, lo 0-0 non delude. Anche perché, onestà prima di tutto, è il Milan ad aver cercato maggiormente la vittoria. Soprattutto nella ripresa, dopo che Bonaventura è entrato in partita. Le fiammate del #5 hanno messo alle corde i bergamaschi, che non sono crollati e hanno stretto i denti. Arretrando e rintuzzando, ma senza disdegnare qualche bella sortita.

Spinazzola: in costante crescita
Le occasioni vere, però, quelli di Gasperini le hanno avute nel primo tempo, dal 20’ in poi. Lì sì che si è vista un’Atalanta padrona del campo. Con Petagna lottatore, nonostante gli evidenti limiti (nell’1 vs 1 ha preso paga il 99% delle volte), il Papu ovunque e le ali pronte ad appoggiare l’azione. Piace Spinazzola.

Per un quarto d’ora, tutte le 50/50 balls, come direbbero in NBA, sono state nerazzurre. Non per questione di fortuna: ottime letture, anticipi a ripetizione e occhi svelti.

Un po’ quello che è successo, ma a parti invertite, nell’ultimo quarto di match. Il Milan non ha capitalizzato, ma avrebbe potuto. E, forse, meritato. E' mancata la scintilla di Suso, stasera al di sotto delle attese. Meglio per noi.
E' allo spagnolo che Montella affida le chiavi dell’attacco. Ogni settimana. E, a maggior ragione, in un turno che vede un undici milanese rivisitato rispetto alle ultime uscite, con qualche uomo di qualità lasciato in panca. Tra pochi giorni hanno la Supercoppa a Doha: giusto centellinare.

Ma la forza di questo Milan, che riflette la consistenza del suo tecnico, sta proprio nella capacità di fare lo stesso gioco con qualunque effettivo, o quasi. Proprietà commutativa. Che è virtù anche della Dea. Sono due squadre “allenate”, nell’accezione più stretta del termine. 

Un testa a testa quasi alla pari: questo il motivo di uno scontro poco spettacolare ma tutt'altro che timido. 

Le sferzate del Diavolo ci sono state. Per fortuna, senza conseguenze. E se il Papu avesse controllato bene nel contropiede 3 contro 1 di fine match…. 

Peccato di gola. Accontentiamoci e teniamoci stretto questo punto.

lunedì 26 settembre 2016

Crotone - Atalanta: la Dea in scioltezza, ma c'è molto da lavorare...


Causa forza maggiore non ero ancora riuscito a vedermi un singolo minuto di Atalanta. E, sentendo un po’ gli amici e vedendo i risultati, non mi ero perso nulla; anzi… Il posticipo mi ha dato l’occasione di godermi un po’ di nerazzurri. Che poi “godermi” è un parolone: di lunedì, contro il Crotone, stadio neutro. Vabbè, meglio di nulla.

Petagna: bene la sua prima da titolare (foto dal web)
Ma l’inizio gara ha ribaltato le mie aspettative: 40” e Petagna, scelto a sorpresa al posto di Pinilla e Paloschi, si beve un avversario e serve in mezzo per Kurtic che, però, spreca. Altri 2’ e lo stesso Petagnone se ne va da panzer incontenibile ancora a Ferrari e la piazza d’interno battendo Cordaz. Che partenza: 1-0 in scioltezza.

Brava la punta, pessima la difesa rossoblu. E, dunque, ti aspetti che la Dea cominci a comandare il gioco senza problemi e così via. Invece no, perché nella bruttezza generale di un match giocato da squadre in evidente confusione tattica, tutto rimane in equilibrio, con i calabresi che, senza far nulla di che, reagiscono (sterilissimi).

Masiello: per me, il migliore (foto dal web)
L’ Atalanta sonnecchia, anche perché emergono le evidente lacune strutturali della squadra di Gasperini: l’unico difensore che sembra nel pieno delle sue facoltà mentali è Masiello, mentre Toloi e Zukanovic spazzano, svirgolano, tappano i buchi come possono e lasciano molti dubbi; il centrocampo manca di qualità, perché Kessie ha il futuro dalla sua, è potente e perfetto negli inserimenti, ma non ha la mente da regista, mentre Freuler e Kurtic sono sempre sottotraccia, così come Konko e Dramè; l’attacco va a sprazzi, con Gomez che vaga in cerca di una posizione, rifugiandosi spesso nella tanto amata fascia destra, mentre Petagna combatte e si fa vedere con continuità. 

Piccoli-grandi nodi difficili da sciogliere. Per fortuna dall’altra parte c’è un undici che ne ha altrettanti, se non di più. Ed è per questo che continuo a strabuzzare gli occhi davanti a tal scempio. Spesso e volentieri, infatti, si vedono cose da campetto amatoriale: tutti alla ricerca della palla, ruoli fluttuanti, zero idee, reparti che cozzano tra loro. Gli errori tecnici, dovuti al basso livello delle contendenti, risulta l’ultimo dei problemi.

Come detto, però, il Crotone è messo addirittura peggio dell’Atalanta. E lo dimostra la facilità con cui i bergamaschi creano, dal nulla tattico, occasioni gol importanti. Tutto nasce, o quasi, dal semplice fatto che il Papu, pur alla ricerca del suo posto al solo, con quei piedi può scherzare con chiunque degli avversari. Quindi la chance del palo di Kessie e della ribattuta di Gomez salvata sulla riga, quindi un paio di conclusioni da fuori e, infine, la bordata dello stesso numero dieci atalantino per il clamoroso e roboante 3-0. Di mezzo, infatti, la boiata di Cordaz in uscita che aveva regalato il raddoppio a firma Kurtic.

Insomma, senza fare un bel nulla di eclatante, e con tutti le pecche già elencate, Atalanta davanti di tre reti all’intervallo. Bah.

Risultato di ampio vantaggio che prelude a una seconda frazione di sbadigli e gestione. E, in sostanza, così è, nonostante l’espulsione (sacrosanta) di Kessie che avrebbe potuto riaprire un pochino i giochi (il gol di Simy arriva solo all'84° e l'assalto finale crotonese è di pura disperazione). Ma non ha cambiato nulla. Anzi, mi ha confermato che: l’Atalanta è poca roba e deve lavorare tanto; il Crotone è un squadra improponibile a certi livelli.

Quindi a testa bassa, perché domenica arriva il Napoli.