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domenica 20 novembre 2016

L' Atalanta batte pure la Roma: senza paura, continua l'avventura


Scrivo con difficoltà, perché ancora mi tremano le mani.

Gli ultimi 30 minuti di Atalanta-Roma sono stati incredibili, magnifici. Li ho vissuti in totale apnea, tanto che ho smesso di prendere appunti.

E sì che ero contento già sull’1-1. Anzi, forse addirittura prima, anche in svantaggio. Sapere che la Dea se la può giocare alla pari con la Roma, questa Roma, è già un risultato pazzesco.

Partita da tripla. Sulla carta e sul campo. Anche se le sensazioni non erano delle migliori. Mettici la legge dei grandi numeri e, novità per l’Atalanta, i tanti giocatori rientranti dalle Nazionali. Premio alla bontà della stagione che, però, avrebbe potuto restituire a Gasperini uomini un po’ fiacchi fisicamente, o mentalmente scarichi e appagati.

Pochi minuti e le mie paure erano già cosa vecchia. Marcature asfissianti, baricentro altissimo, lucidità, inserimenti e "garra": tutto come nelle ultime settimane di puro delirio.

Qualche novità c’è stata, negli interpreti e nella disposizione: Zukanovic a sinistra e Spinazzola a destra, il Papu stranamente lontano dalla sua mattonella e Kurtic a sostituirlo. Formazione insolita, che non ha portato scompensi, ma nemmeno convinto del tutto. E il ritorno all’antico, nel secondo tempo, ha confermato che anche Gasperini, forse, non ha amato la propria scelta. Capire di dover cambiare in corsa, e farlo senza timore è, senza dubbio, un suo pregio.

Nonostante le mosse un po’ a sorpresa, nerazzurri quadrati, attenti e “sul pezzo”. Gagliardini un gigante. 


Gagliardini: fenomeno a tutto campo (foto dal web)

Però la Roma è squadra tostissima, veloce e zeppa di qualità. Parte pianino e si abbassa. Nel frattempo, studia l’avversario. Sino a quando scopre il punto debole atalantino: il mismatch Zukanovic-Salah. L’egiziano è una scheggia, mentre il bosniaco fa quello che può. E Masiello non può arrivare ovunque. I giallorossi, oggi in bianco, capiscono di poter avere vantaggio e affondano proprio lì.
L’ala romanista sbaglia una, due, tre volte. Ma la Roma, dopo 30 minuti, ha il match in mano.
E colpisce, sfruttando il grande lavoro di Dzeko e l’ennesimo inserimento di Salah. Rigore netto, Perotti non sbaglia ed è 1-0.

Gli uomini di Spalletti non la chiudono subito: un errore che, con questa Atalanta, non puoi permetterti. Soprattutto a Bergamo.

Gasperini sistema i suoi, con Gomez a sinistra e D’Alessandro al posto di Masiello, nella posizione di Zukanovic (che scala centrale). Poi Kessiè laterale destro e Freuler in mezzo. Ora sì che è una Dea più riconoscibile. E la musica cambia…

I padroni di casa si catapultano in avanti. A vita persa, ma con ordine e incredibile efficacia. Anche perché corrono il doppio, vincono tutti i contrasti e sono su tutti i palloni.
Fioccano calci d’angolo e occasioni, col Papu che e D’Alessandro che infiammano la loro fascia, mentre Kessiè fa ciò che vuole di Bruno Peres. Caldara ci mette la faccia, letteralmente: 1-1.

Una squadra provinciale e “normale”, a questo punto, si accontenterebbe del pareggio. Non l’Atalanta. La classifica è ottima, il morale alto, l’inerzia della partita dalla tua e l’autostima alle stelle. Scenario perfetto per l’ennesima impresa.

Kessiè sfonda, ma è sfortunato. Freuler fa gridare al gol, ma è palo. Che finisca davvero con una X? No. Perché Gomez fa impazzire Paredes, che allunga la gamba e regala il rigore a poco dal termine.

Franck Kessiè ha 19 anni, ma l’atteggiamento di chi crede molto, moltissimo, in se stesso. Se lo prende lui il penalty, e spiazza Szczesny. 2-1. Saluto del soldato sotto la curva. 

Kessiè: ancora lui!! (foto dal web)

Nella testa di ogni tifoso atalantino, un bel nulla. Solo emozione, di pancia. “Largo ai sogni senza paura, cavalchiamo questa avventura”.

lunedì 25 gennaio 2016

Restituiamo alle parole la loro importanza


Non voglio tornare sui casi Sarri e De Rossi per ripetere frasi già dette, concetti già espressi o, ancora peggio, prendere parte al giochino del “chi ha torto, chi ha ragione e perché”.

Di questi due episodi mi colpisce, soprattutto, la poca importanza che, oggigiorno, si dà alle parole. “Finocchio e frocio” come primo “primo insulto che mi è venuto in mente” (cit. Sarri) o “zingaro di merda” come epiteto da schiaffare in faccia a un collega croato.

Che ci sia veramente un intento razzista o omofobico non è dato sapersi. Giocando da sempre,  capisco chi sottolinea come in campo possano sprecarsi insulti gratuiti, esagerati e irripetibili o inconcepibili a mente fredda. Ma questo non toglie che la facilità con cui si gettano al vento certe espressioni sia alquanto pericolosa, deludente e allarmante.

Perché non è possibile che nel 2016 si possa dileggiare un avversario dandogli dell’omosessuale; perché ancora non si è capito che fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato e pericoloso. Perché se “zingaro” indica un’etnia precisa, è assurdo che nella nostra quotidianità – ed è così – sia utilizzato per etichettare una persona dell’est Europa o, più genericamente, qualcuno che ci pare losco, delinquentello e via dicendo.

Gli stereotipi, mi hanno insegnato, nascono proprio così. E così si tramandano, fino a diventare ombre pericolose della nostra cultura.

Quello che davvero mi preoccupa, oltre, ovviamente, a quell’ignoranza filo-razzista (più o meno effettiva che sia), è proprio questo svuotamento del significato delle parole. Come se non gli riconoscessimo il loro vero senso. Private della loro natura per preconcetti perpetuati e, ahimè, mai sopiti, vengono buttate lì senza riflettere nemmeno un secondo sulla loro importanza. E così ti dileggio dandoti dello “spastico”, del “mongolo”, dell’”handicappato”, del  “musulmano”….

Termini che hanno una loro definizione e che la nostra ignoranza ha, o sta, trasformando in epiteti sgarbati e buoni solo per tradurre la nostra rabbia e il nostro odio.

Facciamo attenzione allora a ciò che diciamo. Sempre e comunque. Quando dichiariamo un amore così come quando litighiamo e insultiamo qualcuno. Perché l’insulto può scappare e ci sta –non facciamo i bigotti e moralisti -, ma se “sano e puro”. Ritorniamo, se proprio dobbiamo, sui campi e no, a dare del “coglione” o simili. E allora sì che utilizzeremo espressioni azzeccate.


«Non è mia abitudine usare le parole con leggerezza. Se 27 anni di carcere mi hanno insegnato qualcosa, è che il silenzio della solitudine ci può far capire quante sono preziose le parole e quanto davvero possono cambiare il modo in cui le persone vivono e muoiono»

Nelson Mandela