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domenica 20 marzo 2016

Atalanta-Bologna: tre mesi e mezzo dopo, un sorriso nerazzurro


Ogni volta che si parla di Atalanta, mi prende quell’innato pessimismo tipico di noi orobici. Stavolta no. Sono sempre stato convinto che la partita contro il Bologna avrebbe portato quei benedetti tre punti. Quella vittoria fondamentale, a mio avviso decisiva per ritagliarsi un po’ di serenità in vista del finale di stagione. Anche perché la quota salvezza si preannuncia bassina. 

Per fortuna, la mia fiducia è stata ripagata. Grazie a un primo tempo in cui la Dea ha ottimizzato gli sforzi. Sì, proprio così: ottimizzato. Una bella sfuriata iniziale ha portato al gol del vantaggio, la freddezza di Pinilla al raddoppio. Per un 2-0 al 45' prezioso come non mai, visto che il Bologna, dopo un approccio così così, aveva giocato una mezz’ora di sostanza e voglia, sfiorando, e forse meritando, il pareggio.

I ragazzi di Donadoni hanno dimostrato di saper proporre buon calcio nonostante il periodo negativo: un gol in quattro match, tre pareggi a reti bianche e la sconfitta con l’Inter. Dopo lo svantaggio, hanno abbassato la testa e cominciato ad attaccare con qualità. Inserimenti, triangolazioni, capacità di attaccare gli spazi: la mano dell’allenatore si vede. E' mancata la zampata.

Sportiello e la sorte hanno stoppato le velleità felsinee. E, come spesso capita nel calcio, nel momento migliore degli avversari, è arrivato il gol. Bravo Pinilla, finalmente Alino!

Un grande Alessandro Diamanti: gol, assist e appausi (foto dal web)
Diamanti che, tra l’altro, ha preso in mano il match sin dal fischio iniziale. Schierato esterno destro nel tridente, si è spesso accentrato per cercare palla, inventare gioco e dialogare con i compagni di reparto. 25’ da applausi, l’assist per Gomez e testa sempre alta.

Come i compagni, finalmente concentrati e convinti. A partire dai difensori, rinfrancati e guidati dal ritorno di Stendardo: uomo di carisma e tecnica, troppo importante in un momento così delicato (senza nulla togliere al bravo Toloi). La mediana, con Cigarini che piace da mezz’ala libera di sfogare tecnica e fantasia, ha giganteggiato sui diretti avversari, permettendo agli attaccanti di dedicarsi quasi esclusivamente alla fase offensiva.

Insomma, per metà frazione, un’ottima Dea.

Poi, però, il sensibile calo e l’apnea. Bologna che attacca e sfiora il gol più volte (lo segna pure, ma in fuorigioco), evidenziando le ataviche difficoltà della linea difensiva bergamasca e le insicurezze di una squadra disabituata a vincere.

Per fortuna, Pinilla ha trovato Alino per il raddoppio. La differenza rispetto ai mesi precedenti sta tutta qui: invece di subire il pareggio e crollare psicologicamente, è arrivata l’inaspettata e rigenerante gioia della seconda rete. Salvifica. Decisiva.

Anche perché il secondo tempo è stata una sofferenza. Almeno per una trentina di minuti. L’ultimo quarto d’ora, con il Bologna in nove, fa storia a sé. Anzi, non la fa proprio.

Diamanti out dopo poco e Raimondi al suo posto. Un difensore come attaccante. Un giocatore utile quanto uno di quei coni utilizzati in allenamento. Uno buono solo a tappare un buco. Va da sé, pericolosità diminuita e Papu unico osservato speciale.

Mentre l’Atalanta si abbassa pericolosamente, il Bologna cresce, spinge e ci crede. Sportiello, ancora lui, fa tutta la differenza del mondo. Se il tiro di Floccari fosse entrato, o Masiello avesse spedito nella sua porta quel pallone (lui di autogol ne sa qualcosina….), sarebbe cambiato tutto. Hai voglia a sapere cosa sarebbe passato per la testa dei bergamaschi... Sarebbero crollati in tempo zero; pareggio immediato nemmeno quotato.

Ma oggi no. Nemmeno il rigore sbagliato da Pinilla (Papu da brividi) ha ribaltato la trama. E’ finita così, col 2-0 che può valere una stagione intera.

Tre mesi e mezzo dopo, un sorriso che sa di liberazione. A braccia spalancate, sotto il sole, urlare per quella che potrebbe essere la vittoria della salvezza. Senza mollare, perché non c’è alcunché di deciso, ma convinti che questi tre punti possano rappresentare la svolta.

Vamos!!

domenica 14 febbraio 2016

Atalanta, contro la Sampdoria è mancato il gol; come fosse una novità...


Partiamo dall’aggiustamento tattico più evidente scelto da Reja: mettere i tre attaccanti a pressare i difensori blucerchiati e Fernando, il principale costruttore di gioco dell’undici Montella, per obbligare i genovesi a scavalcare il centrocampo. Scelta più che azzeccata. Così facendo, Ranocchia e Silvestre sono stati obbligati a iniziare l’azione. E, visti i piedi che si ritrovano, per la Samp non è stato un affare. Si sono dovuti rifugiare nel lancio lungo, dando una bella mano alla difesa neroazzurra, così poco impensierita dalla velocità e imprevedibilità di Quagliarella.

Solo quando Cassano, l’unico blucerchiato con il guizzo, è venuto a prendersi palla sulla trequarti, l’Atalanta è andata in difficoltà, anche perché il Pibe ha sempre la capacità di pescare il corridoio giusto. Per fortuna, Ivan da una parte e Correa dall’atra non sono mai riusciti a sfruttare al meglio le invenzioni del barese, rendendo sterile anche la presenza di un uomo d’area come il Quaglia.

In difesa, quindi, la Dea se l’è cavata senza troppi patemi, nonostante il reparto non abbia dato quel senso di assoluta sicurezza. Soprattutto su qualche scorribanda di Dodò (come quella che ha messo Alvarez in condizione di deciderla al 93°). E’ stato fatto il compitino.

Dalla mediana in su, la solita storia: De Roon a fare diga, Freuler a dargli una mano e Kurtic con maggiori libertà di inserimento; Diamanti a tutto campo, con marcatura preventiva su Fernando, Gomez sulla sua fascia sinistra e Pinilla a fare da pivot. Il cileno, purtroppo, non è riuscito a incidere.

Mauricio Pinilla: ancora una volta poco pericoloso (immagine tratta da internet)

Come tutta la squadra, d’altronde. Per l’ennesima volta, infatti, il vero problema degli uomini di Reja si è palesato in fase realizzativa. Tutto ok finché Diamanti e Papu inventano e danno abbrivio alla manovra; meno quando si deve centrare l’assist, crossare per la punta o concludere da fuori. Troppe imprecisioni e occasioni sprecate. Basti pensare a quante volte, in particolare nella ripresa, Alino (un’altra giornata positiva) ha fallito la giocata decisiva, che fosse per un taglio di Gomez o per uno scatto nello spazio della prima punta (l’ingresso di Borriello non ha cambiato le cose).

Il gol dunque. Questo quello che manca. Perché, per il resto, nemmeno malaccio. Ovvio, il bel calcio è un altro, ma i bergamaschi hanno affrontato il match a viso aperto, senza risentire del fattore campo. Al netto, e non si può di certo ignorare, di un avversario che ha enormi problemi, anche simili a quelli dell’Atalanta. Non a caso, la Doria è dietro in classifica e gufa le ultime tre; forse persino più dei nerazzurri.

domenica 7 febbraio 2016

Mi sembra chiaro: l'Atalanta ha dimenticato come si vince


Quest'Atalanta non sa più vincere. "Bella scoperta" direte voi; "Avete ragione" risponderei io. Non ci vuole di certo il mediocre e opinabile sapere del sottoscritto, men che meno a questo punto della stagione, per scoprire che i nerazzurri si sono infilati in un tunnel da cui è dura uscire. 

Anche contro l'Empoli, una prestazione da squadra che non sta bene: momenti morti, sofferenze tattiche e imprecisioni gratuite. Perlomeno - vedere il bicchiere mezzo pieno richiede sforzi inimmaginabili - la Dea ha cercato di fare qualcosina più del solito. Soprattutto nel primo tempo.

Reja ha deciso, giustamente, di tornare sulla strada vecchia del 4-3-3, sperando che i nerazzurri ritrovassero quei meccanismi di inizio anno poi persi nell’ultimo funesto periodo. Ovviamente, con interpreti nuovi: tridente con Gomez, unico “superstite”, il rientrante Pinilla e Diamanti; centrocampo con Kurtic spostato a destra per far posto al debuttante Freuler; dietro, Brivio riproposto sulla sinistra.

In teoria, una base sicura su cui costruire il resto. In teoria. Tatticamente non ci siamo, ma non è una novità. Frequenti incomprensioni fan sì che la manovra non sia mai del tutto fluida e che, troppo spesso, ci si ritrovi con il pallone nei piedi senza sapere che ne sarà del domani. E questo irrita il pubblico, che aggiunge all’insistente acqua la propria insofferenza, facendo piovere sull’undici bergamasco fischi e rimbrotti. Tutto sommato giustificati.

Meno male che, per lunghi tratti, si sia riusciti a metterla sul piano psicologico, mandando in difficoltà, seppur lieve, un Empoli che, anche in una giornata di relativa brillantezza, conferma le proprie doti: velocità di pensiero, preparazione strategica, movimenti automatizzati e giocatori che si trovano a occhi chiusi. Da questo punto di vista, due squadre lontane.

Diamanti: per me, il migliore dei nerazzurri
E allora giusto buttarla sulla foga, affidandosi ai piedi di Diamanti e Gomez. Alino ha fatto bene, chiamando palla, stringendo verso il centro per creare gioco e coinvolgendo Conti e Kurtic (malino, ma meno del solito) sulla catena di destra. In alternativa, pronto il dialogo a distanza con Papu, sempre voglioso e dinamico, benché veramente pericoloso proprio quella volta in cui perde improvvisamente il talento e spara alto da due passi.

Pinilla si è dato da fare e si è abbassato spesso per cercare palloni giocabili. Dentro l’area, però, poca presenza. Idem per Borriello. Non è un caso, dunque, che Kurtic, grazie ai suoi inserimenti alle spalle della difesa toscana, sia stato più incisivo di entrambe le prime punte. Con tutti gli occhi sulle ali e il pivot che porta i centrali avversari fuori posizione, ecco che lo sloveno ha lo spazio per tagliare verso rete. Peccato che, alla fin della fiera, non ne sia scaturito nulla di concreto, meriti di Skorupski a parte.

Freuler, dall’altra parte, non è riuscito a fare lo stesso. Il giudizio, per un mezzo sconosciuto alla prima da titolare, comunque, rimane positivo. Con De Roon forma un duo tosto e portato alla pressione. Da alcuni tocchi si è notata una discreta proprietà tecnica, ma non è un Iniesta. Un centrocampista che fa densità, come quasi tutti quelli che abbiamo in rosa.

La storia, comunque, è sempre la stessa: tanta legna, ma fuoco zero. Ancora una volta è mancata la scintilla giusta. Partite del genere, un po’ di tempo fa, le avremmo portate a casa, magari con un gollonzo in mischia. Uno di quei match da “Dai ch’el vè” insistito e cantato sino allo sfinimento. Ora manco quello. E' quello che ti succede quando disimpari a vincere. 

Sono stati presi rischi e l’Empoli poteva anche vincerla, partendo dal principio che non erano di certo i biancoblu quelli con le spalle al muro. Skorupski ha fatto un paio di ottimi interventi e, in altrettante occasioni, è stato graziato dalle sgangherate conclusioni atalantine.

Senza dubbi, tra le due contendenti, è l’Atalanta ad aver perso due punti. Un pareggio muove la classifica e permette di fare un passo in più rispetto a Frosinone e Carpi, ma il digiuno continua e i volti sono mogi. Dagli spalti arrivano i soliti incitamenti, ma la pazienza sta finendo e la fiducia è ridotta al lumicino. Non un bel quadro, soprattutto quando ti serve sbloccare una situazione pesante e dura da digerire.

Per fortuna – ma davvero! – che nei primi mesi di campionato siano stati fatti i miracoli. Perché, guardandosi attorno, non si scorgono altre formazioni così in confusione.