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mercoledì 20 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Northwest Division


OKLAHOMA CITY THUNDER (55-27), voto 7


La situazione è molto chiara: attacco potenzialmente inarrestabile e incontenibile, difesa a tratti orrida. Quando va bene, appena accettabile.

Il primo anno di coach Donovan non ha portato grossi cambiamenti rispetto alla gestione Brooks. Quando hai Durant e Westbrook, che catalizzano il 99% delle azioni, hai poche vie di fuga. Può essere un bene, perché sono fenomeni, ma anche un male, perché il gioco zoppica, le soluzioni sono poche e ripetitive. Di isolamento in isolamento, senza mai costruire una manovra degna di essere definita tale.

Tutto sommato, però, l’immenso talento degli attaccanti (mettiamoci Kanter, Ibaka, Waiters) fa sì che mettere punti a referto sia l'ultimo dei problemi. Quando bisogna rintuzzare le iniziative avversarie, invece, cominciano le magagne. Poco da dire: squadra che difende poco, per limiti dei propri interpreti, ma anche per mancanza di applicazione e adeguate mosse tattiche.

Sommando il tutto: Oklahoma può vincere con chiunque, ma anche perdere con chiunque. 

Con Durant in forma e un Westbrook così, la Division non poteva che essere vinta facilmente. E il terzo posto a Ovest, dietro alle irraggiungibili San Antonio e Golden State, è un traguardo preziosissimo e confortante.

Top: Russell Westbrook. Annata spaventosa, con il record di triple doppie in una stagione, 18. Numeri clamorosi per un giocatore che, ancora una volta, dimostra di avere un fuoco che lo rende unico e inimitabile. Va preso così, pregi e difetti annessi.

Flop: Anthony Morrow. Amicone di Russell Westbrook e arma tattica per allargare il campo e trasformare in canestri le aperture del play e di Durant. Uno che deve prendere lo scarico e tirare; tutto qui. Purtroppo, non ha saputo ripetere le discrete cose mostrate nella passata stagione. Impreciso, avulso, spesso ai margini della rotazione.

 

PORTLAND TRAILBLAZERS (44-38), voto 8


In estate la grande ricostruzione: via Aldridge, Matthews, Robin Lopez e Batum. Un colpo che avrebbe messo k.o. chiunque.

Contrattone a Lillard e acquisizione di giocatori giovani, in cerca di riscatto e solidi: questa la politica del General Manager Olshey. E’ stato un successo.

Annata pazzesca per i due esterni di Portland (foto dal web)

Portland è, forse, la rivelazione più bella della stagione. Terry Stotts ha disegnato una formazione divertente, temibile e consistente anche in difesa. Il duo Lillard-McCollum può tenere testa a chiunque, facendo impazzire anche le difese più arcigne, mentre i vari Plumlee, Aminu, Crabbe ecc. sono gli equilibratori che permettono a Portland di avere un gioco organico e poco lacunoso.

Per essere una squadra assemblata da poco, i risultati sono sorprendenti. Così come il tasso qualitativo che li ha portati dritti alla post season. I playoff, dunque, sono un premio tanto meritato quanto inaspettato, da cui ripartire per avere ancor più benzina negli anni futuri.

Top: Damian Lillard. Dalla pausa dell’All Star Game, una delle migliori guardie della Lega. Cecchino dall’arco, penetratore devastante, leader carismatico e funambolo del parquet. La franchigia gli ha dato ruolo e contratto da stella, lui ha risposto presente.

Flop: Noah Vonleh. Portland ha puntato su alcuni elementi in cerca di una nuova chance. Vonleh era tra questi. Cestinato da Charlotte, è arrivato in Oregon con buone aspettative e la garanzia di avere minuti e fiducia. Pian piano, però, è stato accantonato e scavalcato nelle gerarchie.

 

 UTAH JAZZ (40-42), voto 7


Davvero un peccato che non sia arrivata la qualificazione per la post-season. E’ sfuggita nel finale, favorendo i Rockets, immeritevoli di tanta grazie.

A differenza della giovane truppa di coach Snyder, che in due anni ha messo in piedi un gran bel sistema. Difesa tostissima, disciplina tattica e silenziosa efficacia. Forse troppo silenziosa. Ai Jazz, infatti, è mancata, ancora una volta, quella scintilla in più. Tutti bravi, belli, puntuali e attenti, ma manca l’uomo in grado di accendere la manovra con la trovata del genio.

Un problema che nello Utah si trascinano da anni. Perché, per il resto, la struttura è ottima: Hayward è un sottovalutatissimo fenomeno, Hood è esploso, il reparto lunghi straripa fisicamente e non tradisce, la panchina, tutto sommato, fa il suo.

Ci vorrebbe quello “zing” in più per riuscire a completare l’opera. Ma ciò non toglie che la stagione sia stata ulteriore conferma dell’ottimo lavoro svolto.

Top: Gordon Hayward. Sarebbe la perfetta spalla, di lusso, per un uomo franchigia da 20 e passa punti a partita. Perché sa fare tutto e ha l’atteggiamento da bravo ragazzo amato da tifosi e allenatore. Mai fuori dagli schemi e sempre affidabile.

Flop: Trey Burke. Ha talento indiscutibile, ma ancora non rende al meglio. Ha limiti fisici che consiglierebbero di puntare sul tiro da fuori, tuttavia si intestardisce spesso in penetrazioni malconsigliate e soluzioni estemporanee e avventate. Giocasse con più raziocinio, sarebbe un sesto uomo di lusso. 


DENVER NUGGETS (33-49), voto 5,5


Il solito, pallido anonimato. Una stagione di transizione, con l’arrivo di coach Malone e la necessità di ripianificare tutto.

Denver non ha il roster per puntare in alto, perché, tra le altre cose, manca una stella vera e propria. Passi in avanti rispetto alla scorsa e disgraziata annata, ma c’è ancora molta strada da fare.

Da salvare: Gallinari super prima dell’infortunio, Burton a tratti fenomenale, Mudiay da accudire ma già prontarello, Faried sicurezza, Jokic e Harris piacevoli sorprese. Tutti giocatori buoni, ma nulla più, almeno per ora. 

Il Gallo, alla migliore annata NBA (foto dal web)
Servirebbe un salto di qualità generale, che solo un mercato coi fiocchi potrebbe dare. Magari con cessioni illustri (lo stesso Gallo?) per cercare di imbastire qualche trade che coinvolga  nomi pesanti. Anche se la piazza non sembra essere molto appetibile, perlomeno per elementi di primissima fascia.

Top: Danilo Gallinari. Non per patriottismo (giusto un pizzico), ma per merito. Finalmente in forma, l’ex Olimpia ha dimostrato di essere quello splendido giocatore ammirato al di qua e al di là dell’Oceano. A Denver è leader carismatico e tecnico. Peccato per l’acciacco che l’ha fermato nel finale di stagione.

Flop: Mike Miller. Ovvio che non ci si aspettasse il Miller degli anni d’oro, ma nemmeno questa penuria. Mi sa che è alla frutta, fisicamente e mentalmente.

 

MINNESOTA TIMBERWOLVES (29-53), voto 5


La giovane età non regge come attenuante. Soprattutto davanti a così poche vittorie. Perché puoi essere inesperto e acerbo, ma con quel talento devi fare di più. Colpa dei giocatori ovviamente, ma anche di chi li mette in campo. Mitchell è difficilmente salvabile. Si è ritrovato allenatore capo dopo la tragedia di Flip Saunders, senza mai dimostrare di potersi meritare la riconferma.

C’erano tutti gli ingredienti per fare ottime cose. Non si parla di titolo, ma, perlomeno, di lotta playoff. Towns è un rookie fenomenale che non ha avuto bisogno di adattamento; Wiggins ha proseguito sull’onda dello scintillante anno da matricola. Già due tasselli fondamentali attorno ai quali costruire qualcosa di importante.

La sensazione è che sia stato sprecato un potenziale enorme.

Prendere questo affascinante gruppo e affidarlo a un maestro capace di farlo rendere al meglio: questa la linea guida che dovrebbe seguire la dirigenza.

Top: Karl-Anthony Towns. Preferito a Wiggins solo perché al primo anno. Impatto pazzesco, per un giocatore sorprendente. A dispetto del fisicone, una strabiliante capacità di lavorare anche lontano dal canestro, muovendosi e tirando da ala. Rookie of The Year a mani basse, con doppia-doppia quasi automatica.

Flop: Damjan Rudez. Arrivato da Indiana in silenzio, anche perché non è di certo un fenomeno. Dunque, nessuna aspettativa. Poi il buon Damjan ha deciso, chissà perchè, di esternare la propria insoddisfazione per lo scarso impiego. Accontentati: è già un miracolo che tu sia lì.

martedì 29 marzo 2016

The Play Of The Night : 29 marzo

E il vecchio Mirza prende e porta a casa.

Karl-Anthony Towns si abbatte sui Suns e il bosniaco con un primo quarto da ben 18 punti e un'inchiodata che vale la migliore azione della notte.

Dal gomito, primo passo fulminante su Leuer e due passi per caricare lo stacco. Quindi su, per l'hammer dunk a una mano in testa a Teletovic, proteggendosi con l'altro braccio e, probabilmente, subendo pure un fallo.

Di potenza, talento, voglia. Perche poi, a parte la schiacciata, trovatemi un altro lungo di vent'anni in grado di fare quella partenza e controllare in quel modo il proprio corpaccione.


mercoledì 9 marzo 2016

The Play Of the Night: 9 marzo

Tra le piacevoli sorprese di questa stagione degli Spurs, che gia di per sè non avrebbe bisogno di ulteriori incantevoli commenti, c'è sicuramente Jonathon Simmons.

Ala dinamica, atletica, di foga e grinta. Spuntato un pò dal nulla, pescato per fare numero nel roster e divenuto, per suo merito, parte integrante delle rotazioni del Maestro Popovich. D'altronde, non si può non apprezzare il suo impatto sui match, per cifre e dedizione. Cose che in quel del Texas apprezzano.

Simmons è anche l'unico Spurs che "esce dagli schemi", cercando giocate ultraspettacolari e da highlights, il più possibile nel rispetto dei dettami del coach. Nascono così perle come quella di stanotte nella sfida sul campo dei Timberwolves: inchiodata spaventosa, per verticalità e "violenza" in testa a Gorgui Dieng, non proprio un nanerottolo.

Schiacciata roboante, scintillante ed elettrizzante. Di carica, questo giocatore, ne ha davvero tanta...


martedì 8 marzo 2016

The Play Of The Night: 8 marzo

Campo aperto, niente difesa, carta bianca: il paradiso per uno come Zach LaVine.

Il due volte campione della gara delle schiacciate mette in mostra il suo pezzo pregiato. La schiacciata con 360° è una delizia per gli occhi. Perchè sì, è cosa vista e rivista, ma l'eleganza con cui si muove Zach, la sua elevazione... Sembra un ballerino; poco da aggiungere.


domenica 3 gennaio 2016

The Play Of The Night: 3 gennaio

Cos'abbia nelle gambe questo ragazzo, davvero non so.

Zach LaVine ci lascia per l'ennesima volta a bocca aperta, bullandosi della nostra umana natura con le sue doti fantascientifiche.

Ricky Rubio alza un passaggio lob che sembra un pò azzardato. Laterale, molto alto, sopra un avversario: nel 99% dei casi sarebbe un pallone destinato al fondo del campo. Ma lo spagnolo, evidentemente, sa bene che il compagno di squadra è dotato di un atletismo incredibile.

E, infatti, Zach stacca, vola in testa al difensore e inchioda in scioltezza. Apperò! 
 

giovedì 24 dicembre 2015

The Play Of The Night: 24 dicembre

In quel di San Antonio si predica buon basket da quasi una ventina d'anni.

Ulteriore dimostrazione arriva da Spurs-Timberwolves di questa notte. La migliore giocata della notte, infatti, è un'azione corale eccellente. Forse, la migliore azione della stagione. Più che altro, un manifesto ideologico.

8 passaggi in 24 secondi. Un possesso magico, coinvolgente e da rimirare ancora e ancora. Come ci si può stancare di un capolavoro del genere? Mostratelo nelle scuole, in tutte le palestre, a tutti i bambini e a tutti gli adulti. Chiunque dovrebbe goderne. E trarne spunto.


domenica 29 novembre 2015

Butto lì le prime pagelle di questa stagione NBA - Northwest Division

E’ passato poco dall’inizio di questa stagione. Un mese circa: nulla se pensiamo a quanto dura quella dolce maratona detta NBA. Tuttavia, siamo in quel momento in cui è possibile tirare i primi bilanci, acerbi ma non troppo, e renderci conto di quali squadre stanno deludendo, quali convincendo e quali, infine, devono cambiare rotta per non buttar via l’annata.

Ripeto: una ventina di partite è poco, ma anche sufficiente per farsi un’idea. Cercherò, dunque, di analizzare Division per Division l’andamento delle varie franchigie, dando un voto (valutazione stupida e limitante, ma facile e immediata) a ciascuna e indicando quale giocatore sta rispettando(o addirittura superandole) le aspettative e quale, invece, le sta deludendo.

Ok? Ci siamo? Tutto molto semplice direi. 


Appuntamenti precedenti: 

Atlantic Division

 

NORTHWEST DIVISION



Oklahoma City Thunder, voto 7


E’ sempre la solita storia: al completo sono una squadra da lotta per il titolo; senza une delle stelle, sono una buona squadra, ma nulla più.

Purtroppo per OKC, anche quest’anno Durant ha saltato qualche match di troppo, e l’assenza si è sentita. Detto questo, sulla carta, possono davvero arrivare lontano. KD e Westbrook sono macchine inarrestabili, Ibaka fa il terzo big e il resto del quintetto serve per equilibrare il tutto. Al solito, però, la panchina rende poco o nulla. A parte Kanter e qualche folata di Waiters, la second unit stenta maledettamente.

Billy Donovan ha portato qualcosina in più a livello offensivo – a parte le cifre, si nota un timido tentativo di aver più ritmo e circolazione di palla - ma la difesa resta da mani nei capelli. Anche solo come atteggiamento.

Top: Russel Westbrook – Preferito a Durant perché c’è sempre e, con o senza KD, rimane un giocatore clamoroso. Triple doppie centrate o sfiorate a ogni serata e la solita grinta di chi vuole spaccare il mondo. Peccato che, nella propria metà campo, tenda a scomparire manco fosse uno Stealth.

Flop: Anthony Morrow – Potrebbe essere un’arma tattica importante per OKC, come specialista sugli scarichi pronto a sfruttare gli spazi lasciati dalle difese preoccupate di chiudere su KD e RW. Purtroppo è un po’ scomparso dalla circolazione. Il campo lo vede, ma il canestro no. 



Utah Jazz, voto 7-


Squadra rognosa se ce n’è una: grintosa, atletica, arcigna. Offensivamente i Jazz hanno tutti i limiti del mondo, ma in difesa sono tra i migliori della Lega. Sono copertissimi nel pitturato, dove Gobert e Favors sono tanta roba, e campano della solidità tattica di Hayward e Raul Neto. Gli altri in rotazione (non lunghissima), sono schegge un pochino più impazzite. Ma coach Snyder ci sa fare e ha disciplinato pure loro. Purtroppo vanno a momenti e, spesso, in alternanza. Se segna Burke, delude Burks; o viceversa. 

La sensazione, però, rimane sempre la stessa: per fare il vero salto di qualità serve una stella con la “S” maiuscola. Sennò rimarrà sempre un buon gruppo e nulla più.

Top: Derrick Favors – Detto che Hayward è il migliore di questa squadra, il prodotto di Georgia Tech merita un plauso per l’ottima stagione sin qui disputata. Presente in difesa con rimbalzi, stoppate e intimidazioni, riesce a essere efficace anche in attacco. E visto che Gobert non sa esserlo, è l’unica alternativa offensiva credibile nel reparto lunghi.

Flop: Trey Burke – Più che una bocciatura, un rimprovero. Per tutte quelle volte in cui si ostina a penetrare, penetrare e ancora penetrare. Se hai quel fisico, ti beccherai stoppate su stoppate, nonostante tu sia bravo (nessuno ne contesta le qualità) ad attaccare il ferro. Meglio quando gioca più "controllato".

 

 

Minnesota, voto 6.5


Attesa da tutti come la possibile rivelazione dell’anno, sta confermando le aspettative. Forse, visto il potenziale, solo in parte.

Rispetto alla passata stagione, un enorme salto in avanti (peggio era difficile), ma l’inizio di annata è stato difficile e qualche passaggio a vuoto è pane settimanale di questi Lupi.  

Attenuanti? Sì, ci sono: un ambiente destabilizzato dall’addio di Flip Saunders, i tanti giovani e un amalgama da costruire, le troppe assenze di Rubio. Perché diciamocelo chiaro: lo spagnolo può spostare l’ago della bilancia. E’ in grado di dettare i tempi e innescare gli esterni come nessun altro. Quando manca, tutto diventa più farraginoso.
L’ex Barca non è la panacea di tutti i mali, ma i Wolves “fatti e finiti” non possono farne a meno.

Dunque, tanto lavoro da fare.

Top: Andrew Wiggins – Senza dubbi la stella della squadra. In continua evoluzione e sempre più efficace. Offensivamente ha una rosa di soluzioni ampissima, soprattutto ora che sta sfruttando al meglio il suo atletismo. E’ un giocatore di prima fascia.

Flop: Shabazz Muhammad – Spesso disordinato, abborracciato e confusionario. Fisicamente potrebbe dominare, ma deve anche fare i conti con una tecnica non eccelsa. E, sinceramente, con una relativa intelligenza cestistica. Deve costruire una sua dimensione. 
 

 

Portland Trailblazers, voto 6


Partenza super, brusco calo, mediocre equilibrio: questo il riassunto della prima parte di stagione dei Blazers.

Come normale fosse, è una squadra che deve ancora costruire la propria natura dopo il pesante rebuilding (verso il basso) estivo. Lillard e McCollum sono le certezze di Stotts, che può sorridere anche per un discreto Aminu. Il resto è tutto da vedere. Tanti giocatori che ruotano, in particolare nel reparto lunghi, ma nessuno che riesca a convincere del tutto. Nella finestra delle trade potrebbe succedere qualcosina.

Come pronosticabile, sarà un anno di transizione e "ricerca interiore". Non mi aspetto molto e. sinceramente, vedo difficile un approdo ai playoff. 

Top: Damian Lillard – Il supercontrattone firmato in estate lo investe del ruolo di leader e stella della squadra. Doti tecniche e carisma non mancano. Il problema, ahimè, è che il solo McCollum va alla sua velocità. Spesso deve giocare da solo.

Flop: Noah Vonleh – Arrivato in estate come scommessa dopo che Charlotte ha alzato bandiera bianca. Ha giocato una buona Summer League, ma, appena si è cominciato a far sul serio, è sparito. Pian piano, coach Stotts lo sta accantonando. Sa tanto di ennesima occasione sprecata.

 

 

Denver Nuggets, voto 6.5 


Alti e bassi. Squadra da metà classifica che soffre enormemente con le grandi ma se la gioca bene con tutte le altre. 

Malone ha ridato fiducia a un gruppo che aveva chiuso la passata stagione tra mille dubbi e troppi interrogativi tattici. Senza cambiare chissà che, a parte il buon impatto di Mudiay, l’attacco pare un po’ più fluido ed efficace: la soluzione giusta per una franchigia senza superstar (non me ne voglia Danilo) ma tanti giocatori disposti al sacrificio e capaci di fare un po’ di tutto. Da questo punto di vista, l’assenza forzata di Chandler ha tolto tanto. 
Insomma, né carne né pesce. Nella NBA non è mai un pregio (a mio avviso).

Top: Danilo Gallinari – E’ il giocatore che “più sposta” e con maggiore talento. Tante prestazioni da dominatore, alternate ad altre più in sordina. Ma non si può dubitare del fatto che sia il leader carismatico e tecnico della squadra.


Flop: Randy Foye –Non mi aspettavo cifre folgoranti, ma i 4 punti e poco più di media sono davvero pochi. In un reparto esterni in cui potrebbe dire la sua, fatica e non dà garanzie. Parabola discendente.


mercoledì 18 novembre 2015

Il video della tripla-doppia di Hassan Whiteside in Timberwoves-Heat

22 punti, 14 rimbalzi e 10 stoppate: continua la leggenda di Hassan Whiteside.

Chiamarla favola, ormai, stona un pò. Perchè il gigante degli Heat sta andando oltre; si sta confermando. Ed era questo a cui era chiamato in questa stagione. Di stelle effimere se ne sono viste tante, forse troppe. Il difficile, quello vero, arriva quando hai tutti gli occhi puntati addosso, gli avversari ti conoscono e devi far vedere che quello che hai fatto non era figlio di un transitorio stato di grazia.

Per fortuna di Miami, il #21 ci sa davvero fare. Stanotte, contro i Timberwolves, l'ennesima conferma. Ahimè non è bastata per avere la meglio di Minnie (103-91), ma rimane una performance da libro dei ricordi.

Il settimo giocatore a riuscire a collezionare una tripla-doppia con punti, rimbalzi e stoppate. Attenzione: ce l'aveva già fatta l'anno scorso contro i Bulls. Dunque, non era una primissima volta. Ma è un fatto talmente raro che va celebrato come lo fosse.

venerdì 6 novembre 2015

The Play Of The Night: 6 novembre

La classe di Dwayne Wade è infinita. Lo sappiamo tutti. In questo specifico frangente, però, ha avuto anche un bel pò di fortuna. Eh sì, perchè quando fai un canestro del genere ci vogliono istinto e talento, ma pure un pizzico di buona sorte.

Minnesota attacca nell'ultima azione del secondo quarto del match contro gli Heat (poi vinto da questi ultimi 96-84) ma pasticcia e si fa scippare palla da "Flash" con 1.3" sul cronometro. Il #3 fa una giravolta, non la fa un'altra volta, guarda in su, guarda in giù, e fa centro perfetto nella retina dei Timberwolves. Magia vera, di cui si stupisce pure lo stesso D-Wade.

domenica 25 ottobre 2015

La NBA è alle porte: le 5 squadre che più voglio vedere all'opera


Non è un pronostico; non è un power ranking. E’ solo una piccola classifica delle squadre che ‘attendo maggiormente’. Ovvero, quelle franchigie che, per un motivo o per un altro, voglio vedere all’opera, perché curioso di scoprire quel che riusciranno a combinare. 
 

5. MILWAUKEE BUCKS

Partendo dal fatto che no, non sono uno che stravede per Giannis, desidero vedere che combineranno i ragazzi di Kidd. 

La crescita, soprattutto nella passata stagione, è stata palese. Il talento tecnico e atletico è, secondo gli addetti ai lavori, il motivo per cui nel Wisconsin devono guardare al futuro col sorriso. E come dargli torto? Sono tutti lunghi, fisicamente perfetti (e non fisicati!), freschi e con tanta voglia di emergere.

Al già interessante quintetto della scorsa annata, si vanno ad aggiungere Monroe, Vasquez e Copeland: gente di sostanza e sicuro affidamento. Proprio quello che serve per cesellare il tutto. 

Jabari e Giannis
In più, ed è il giocatore che attendo di più, tornerà Jabari Parker: prospetto mostruoso che, prima dell’infortunio che gli ha fatto finire il 2014/2015 in anticipo, stava dimostrando di essere il ROY a mani basse, o quasi.

E infine ovvio, vediamo che combina sto Antetokounmpo. Ripeto, non mi ha mai entusiasmato, ma se gente che ne sa molto più di me lo adora, qualcosa vorrà dire…


4. CHARLOTTE HORNETS


Michael Jordan si è stancato di avere per le mani una squadra di brocchi e inconcludenti. La mancata qualificazione ai playoff dell’anno scorso, dopo aver urlato ai quattro venti di voler puntare in alto, è stata l’ennesima cocente delusione.
E allora tabula rasa, o quasi, e giù a pescare nel mercato. Batum, Hawes, Hansbrough, Lin, Lamb, Wilkins: non è che siano tutti fenomeni eh, anzi. Salvo giusto Batum e Lin come aggiunte in grado di incidere. Gli altri boh, mi paiono più utili per far numero. Sperando che Frank ‘The Tank’ Kaminsky possa essere un fattore anche in NBA.
Kidd-Gilchrist, Walker e Jefferson
Detto questo, se ci aggiungi Kemba Walker e Al Jefferson, hai, potenzialmente, una discreta base. Purtroppo, Kidd-Gilchrist, che sarebbe la stella del team, si è rotto subito e salterà qualche mese: una bella disdetta per i piani di coach Clifford. Ma la preseason, che fa testo fino a un certo punto, ci ha detto che questi Hornets possono far bene. Prendendo con le pinze i numeri di queste prime uscite, è comunque possibile che Patron MJ riesca a togliersi qualche soddisfazione.

P.S. A me, sta squadra, continua a non piacere. 

3. MINNESOTA TIMBERWOLVES


“Se metti un bel po’ di prime scelte insieme, qualcosa di buono, prima o poi, dovrà pur accadere; o no?”. Questo è quello che mi passa per la testa ogni volta che penso a Minnie.
La scorsa annata è stata orribile. Fare peggio dei Knicks è davvero troppo. Ma questo è anche il rischio che ti prendi se metti sul parquet una banda di ragazzotti sì talentuosi, ma inesperti e tatticamente acerbi. Inserirli in un contesto solido e collaudato avrebbe dato migliori dividendi. 

Ma a Minnesota si sono ritrovati a giocare con una squadra da NCAA, affidata a ventenni di enorme potenziale a cui non si può chiedere continuità e sagacia tattica.

Lasciando alle spalle le stonature, passiamo ai segnali positivi: Wiggins è una stella, con mani e testa per essere leader; LaVine, Dieng, Muhammad e compagnia cantante possono crescere insieme e conoscersi sempre meglio; l’estate ha portato aggiunte molto interessanti. Eh sì, per me è così. Andre Miller è nella NBA da una vita e può dare minuti di grande qualità, Bjelica va visto in America, ma stravedo per lui, e Jones e Towns sono due chiamate (anche se Jones è arrivato poi via trade) eccellenti. 

KAT è “il Wiggins di questa stagione”: osservato speciale perché prima chiamata assoluta e perché su di lui sono riposte molte speranze e aspettative. Proprio per questo, ecco Garnett a spendere le sue ultime energie da giocatore per fargli da chioccia. Mossa che potrebbe rivelarsi azzeccatissima. 
 

Karl-Anthony Towns e Kevin Garnett sulla stupenda copertina di Sports Illustrated

E non dimentichiamo i ritorni, ci si augura a pieni giri, dei vari Rubio e Martin.

Insomma, di carne al fuoco ce n’è. Forse troppa. Per questo, non mi aspetto che spacchino il mondo, ma che, perlomeno, non rimangano sul fondo della Lega.

2. LOS ANGELES CLIPPERS


Qui il discorso si fa differente. Non si sta parlando di una squadra in piena ricostruzione e reduce da stagioni nei bassifondi. I Clips sono, da anni, una franchigia da titolo, senza se e senza ma. Il problema, non indifferente, è che scrollarsi di dosso la fama di perdente non è mai facile. Soprattutto se condividi la città coi vincenti, anche se ora derelitti, Lakers.

L’anno scorso, dopo l’epica serie con gli Spurs, sembrava che qualcosa stesse girando; che gli Dei del basket, per una volta, stessero dalla parte ‘meno nobile’ di LA. Ma quel quarto d’ora di puro masochismo contro i Rockets, costato poi l’inerzia della semifinale di Conference, rimarrà ben scolpito negli annali.
E da lì coach Doc Rivers deve ripartire, puntando su quattro quinti dello starting five degli ultimi tempi e inserendo nel meccanismo i nuovi arrivati: Pierce, Smith (che di quell’incredibile rimonta di Houston fu il protagonista) e Stephenson. Gente che conosce la NBA e arricchisce un roster già stellare (a nomi, è forse il migliore del lotto). 

'The Truth' è stato preso perché fenomeno, ma anche perché vincente nato; Stephenson, che è etichettato come mezzo bidone e overrated, vuol far ricredere tutti; J-Smooth, pecche caratteriali a parte, ha una gran mano. Mettili in campo con CP3, JJ Redick, Griffin e Jordan…

I Clippers 20115/2016: alla faccia del roster!

Insomma, sarà anche ora di vincere qualcosa. Magari non il titolo, ma almeno arrivare in finale di Conference. Un pochino, faccio il tifo per loro.

1. NEW ORLEANS PELICANS


Anthony Davis. Basterebbero queste due parole per giustificare tutto. Il marziano è pronto per una nuova stagione da urlo. Forse forse, quella del ‘dominio totale’ e del titolo di MVP.

Il quintetto dei Pelicans, guidato da AD23
Ma non è solo per questo che non vedo l’ora di gustarmi i Pelicans. Il cambio di rotta in panca, repentino e inaspettato, si può leggere in un solo modo: in Louisiana voglio giocare un basket nuovo, bello e divertente. Come quello che ha portato i Warriors all’anello. Dunque, Alvin Gentry come nuovo head coach, dopo che, da assistente, ha accompagnato Kerr sul tetto della Lega. 

Ci si attende che NOLA proponga una pallacanestro veloce, istintiva, gioiosa e, soprattutto, vincente. Senza stravolgimenti nel roster (praticamente invariato) e solo con il lavoro tattico di un allenatore che si ritroverà nella mani personaggi capaci di interpretare al meglio il suo credo. A partire da AD, ma non dimenticandosi di Holiday, Gordon, Cole, Asik, Anderson, Evans. A parte il fenomeno da Kentucky, gente normale; ma poco conta: anche Golden State non aveva un super super quintetto (sulla carta).
Detto ciò, non sto mettendo i Pelicans tra le pretendenti al titolo, e ci mancherebbe, ma sono sottolineando che, forse, questa squadra potrebbe divertirci molto e riservarci grosse sorprese. 

E poi c’è Anthony Davis…


Non è che non ci siano altre squadre che mi incuriosiscano, ma queste sono quelle che, per i motivi indicati, aspetto 'al varco'. E voi, invece, chi aspettate?