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sabato 25 febbraio 2017

Vedi Napoli e poi godi


51. Cinquantuno.

Nel girone d’andata, la vittoria col Crotone aveva segnato il cambio di rotta. La vera svolta, però, era arrivata la settimana successiva, contro il Napoli.

In quel momento è nata l’Atalanta di Gasperini. Da quel momento, la Dea non si è più fermata.

Quel pomeriggio, al Comunale, è apparso quel gioco, tra i più belli della serie A, poi diventato il fil-rouge di questa stagione pazzesca. Epifania di un’identità profonda, ben riconoscibile, esaltante e, soprattutto, vincente.

L’Atalanta è una squadra vera. L’Atalanta è una squadra forte. L’Atalanta è una squadra con la mentalità giusta per puntare in alto.

Solo così si può spiegare una prestazione da protagonista al San Paolo, davanti al Napoli di Sarri, abituato a riempire i tabellini e triturare gli avversari a suon di goleade, verticalizzazioni e manovre da applausi. Una macchina, quella azzurra, a tratti perfetta. Perciò, giustamente temuta, decantata e rispettata. Stasera, però, non l’abbiamo vista. 

E c'è gente che sborsa 30 milioni per Maksimovic

L’Atalanta, non da oggi, è un mix di sfrontatezza e consapevolezza. Scende in campo per imporre il proprio credo, qualsiasi sia l’avversario. Puoi soffrire o non essere in giornata, ma sai chi sei e cosa devi fare. Sempre. Prodigio tattico e psicologico.

Presenza di spirito che consente a un centrale come Caldara di abbandonare il suo ruolo, farsi 70 metri di campo per accompagnare una ripartenza e siglare la doppietta personale con una volè da bomber navigato. Il tutto, con la squadra in 10.

Presenza di spirito che ha consigliato a Gasperini di non rivoluzionare la formazione dopo l’espulsione di Kessiè. Ha atteso che i suoi leggessero il momento. Un chiaro messaggio di fiducia. Ben ripagato, direi. 

D'altronde, come non credere in questi ragazzi? Continuano a dimostrare dedizione, applicazione, saggezza e, quel che più piace a noi tifosi, voglia di sognare. Sono i primi a scommettere (evito battute su Masiello) su se stessi.

Mentalità che porta solo sorrisi e trionfi. E di esultare con le braccia al cielo, noi, ancora non ci siamo stancati.

sabato 18 febbraio 2017

Il Crotone è davvero rognoso, ma l'Atalanta vince pure questa


Delle tre squadre palesemente candidate alla retrocessione, il Crotone è quella più viva. E allenata. Visto il materiale a disposizione, Nicola sta facendo il massimo.

I calabresi hanno preparato al meglio anche la sfida di Bergamo. Hanno studiato l’Atalanta e, per tutto il primo tempo, l’hanno imbrigliata. Ali tenute basse, Petagna e Gomez seguiti a uomo ovunque, mediani raddoppiati sistematicamente. Per 45 minuti, i nerazzurri non hanno giocato. Anzi, non hanno potuto.

Merito del Crotone, ovvio, ma gli orobici ci hanno messo del loro: frustrati dall’impossibilità di esprimersi come in altre occasioni, si sono intestarditi e hanno cestinato decine di palloni. Buon per loro che i calabresi non abbiano pareggiato la tenace prova difensiva con un attacco altrettanto efficace. Hanno fatto girare palla, ma non sono mai arrivati al tiro. Come gli avversari, d’altronde.

Per la Dea, un primo tempo da cassare e l'obbligo di sovvertire l'inerzia. Se non attraverso il gioco ragionato, con la voglia e la tenacia.

Gasperini deve aver toccato le corde giuste negli spogliatoi, perché la ripresa atalantina è stata di tutt’altro spessore. Esemplari i primi 5 minuti, all’assalto. Sufficienti per schiacciare gli avversari e “ritrovarsi”. Con un’azione tipica, ecco l’1-0: scambio Gomez –Petagna, cross basso ed esterno opposto che si getta verso la porta. Conti alza le braccia per la quarta volta in stagione. 

Conti, su quei cross, arriva sempre col tempo giusto (immagine dal web)

Un vantaggio che sblocca il match. Gli spazi si aprono: i bergamaschi trovano con più facilità le fasce, Gomez e Petagna tornano protagonisti.

Ma il Crotone non affonda. Cambia in corsa, uomini e disposizione, alla disperata ricerca del guizzo giusto. Ed è proprio quando servirebbe un colpo che si nota maledettamente la mancanza di un uomo dall’elevata cifra tecnica. Con la sola voglia, benché ben supportata dalla tattica, è dura ribaltare una partita. 
E quando anche le forze fisiche cominciano a scarseggiare, ecco che il pressing cala, così come la lucidità, i reparti si sfilacciano e l’Atalanta può correre in verticale. Ne nascono azioni buone per un raddoppio che, però, non arriva mai. Un pizzico di malasorte, anche.

Semplicemente, la giornata non è di quelle da ricordare, in cui tutto va per il verso giusto. Pomeriggi che ricapiteranno. E che vanno affrontate con coscienza e pazienza. Per centrare il bersaglio grosso - sì, quello che occupa i giovedì sera - bisogna anche imparare a soffrire.

domenica 5 febbraio 2017

Venti righe bastano, e avanzano, per commentare Atalanta-Cagliari


Due azioni manifesto dell’Atalanta di Gasperini: l’esterno, in questo caso Conti, che allarga la squadra, si spinge sul fondo e crossa per il compagno, il Papu, che stringe dal lato opposto e coglie la difesa alle spalle; Petagna che lavora con qualità e tenacia un pallone sulla trequarti, attira su di sé il raddoppio e scarica per Gomez, libero di inventare ed esprimere il suo talento. 

Papu Gomez da urlo (foto dal web)

Complice un Cagliari imbalsamato, dopo 15 minuti è 2-0 per la Dea.

Sincronismi ormai perfezionati, che permettono ai nerazzurri di fare la corsa su Milan, Lazio e le altre squadre in lotta per l’Europa, anche se meno nobile. Quota 42 punti a 16 gare dal termine. La scorsa stagione si era chiusa a quota 45. Sembra un’era fa.

Su Atalanta-Cagliari c'è poco da aggiungere. Dopo il doppio vantaggio, i bergamaschi si sono limitati a controllare il match, addormentando i ritmi.

Tanto è bastato per trascorrere un pomeriggio tranquillo. Anche perché l’undici di Rastelli è stato pressoché nullo, nonostante abbia avuto a lungo, su gentile concessione avversaria, il pallino del gioco in mano. Possesso di palla non coincide con pericolosità: eccone l’ennesima riprova.

Il solo Di Gennaro ha provato a scuotere i rossoblu. Ha tentato di svegliare i compagni facendo il play maker a tutto campo. Sforzo lodevole, per nulla ripagato. Solo qualche punizione pericolosa conquistata tra il 50° e il 60° della ripresa.

Spentasi la fiammella del 10 scuola Milan, tutto come dopo il raddoppio, peraltro spettacolare, di Gomez: Atalanta padrona, lucida e saggia. Punto. 

 

domenica 8 gennaio 2017

L'Atalanta demolisce il Chievo: quando il gruppo è tutto


Una vera squadra gioca da gruppo e segue sempre la sua filosofia. Qualsiasi siano gli interpreti, anche in mancanza degli uomini più talentuosi.

L’Atalanta è squadra e gruppo: la vittoria col Chievo ne è ennesima dimostrazione.

Perché la De ha dovuto fare a meno delle sue stelline (o già stelle): Gagliardini, Caldara e Kessiè. Per i ben noti motivi. 

Le certezze di Gasperini non si sono incrinate; credo e atteggiamento non sono stati stravolti. 

L’assenza dei due centrali di centrocampo ha “promosso” Freuler e Grassi. Non sono due scommesse, poiché hanno già ampiamente dimostrato il proprio valore e recitato un ruolo tutt’altro che marginale nella prima parte di stagione, ma non hanno le qualità del futuro interista (da domani o dopo) e dell’ivoriano.
Prendere o lasciare. Non c’erano alternative. L’innesto di Konko nel finale, proprio al posto di Grassi, ha ribadito come il Gasp abbia dovuto fare tesoro del poco materiale a disposizione.

Piccola rivoluzione che il tecnico ha affrontato da grande tattico: mediana con meno incombenze e sviluppo della manovra orientato maggiormente sulle fasce. Dove le coppie Spinazzola-Gomez e Conti-Kurtic (che è spesso si allarga a sinistra) sono certezze.

Una scelta strategica che ha mandato in tilt i clivensi, imbarazzati dalla velocità degli avversari. La retroguardia di Maran, troppo statica e “stagionata” per il frangente, è sempre stata in affanno: Frey e Gobbi perennemente sverniciati, Dainelli e Gamberini spesso in ritardo.

I padroni di casa hanno seriamente accusato evidenti pecche difensive. E non è solo colpa dei quattro davanti a Sorrentino. Ogni ripartenza bergamasca è stata una spina nel fianco. Il Chievo non ha mai rinculato con ordine e occupato gli spazi giusti. Gli attacchi dalle fasce hanno fatto collassare (termine mutuato dal basket che spiega benissimo) nell’area piccola la difesa veronese, che ha smarrito banalmente compattezza e marcature.   

Ecco perché all’Atalanta sono bastati un paio passaggi arretrati, all’altezza del dischetto, per trovare la via del gol. Due volte, sempre col Papu (minuto 2 e 23).

Il Papu sopra tutti, ancora una volta.

Se il Chievo era riuscito a reagire discretamente allo svantaggio a freddo, dopo il raddoppio si è sciolto. E ha incassato il terzo gancio, a firma Conti, al termine di un’altra azione nerazzurra troppo rapida e dirompente. 

Una frazione iniziale perfetta, quella della Dea. Senza pecche.

Così anche i primi quindici minuti di ripresa. Poi, le prime distrazioni verso il 60’. E Pellissier non è uno che perdona.

Ma la reazione del Chievo dura poco. Fuoco di paglia che si spegne definitivamente quando Petagna, che ancora non trova questo benedetto gol, lavora magistralmente l’ennesimo pallone sporco e manda Freuler in porta.

Vittoria per 4-1, 35 punti in classifica, quarto posto momentaneo e tanta gioia. Quando c’è il gruppo, c’è tutto. In attesa di capire come il mecato ridisegnerà la fisionomia di questa stupenda Atalanta.

sabato 24 dicembre 2016

Calciomercato: Atalanta, serve solo qualche ritocco


Non chiamiamolo “mercato di riparazione”: all’Atalanta non serve alcuna riparazione. La squadra funzione e non va cambiata.

Servono giocatori adatti al gioco di Gasperini
I nerazzurri sono arrivati alla pausa, a un match dalla fine del girone d’andata (a Verona col Chievo sarà dura), con 32 punti, il sesto posto in saccoccia e le tasche straripanti di complimenti ed entusiasmo. Serve cambiare qualcosa? Direi proprio di no.

Ci vuole un lavoro di cesello. Abbiamo per le mani un gioiellino: rifiniamone i contorni. Sarebbe un vero peccato buttare via tutto. Magari a giugno saremo decimi, fuori da qualsiasi ambiziosa idea di Europa, ma poco importa: questo sogno va cavalcato. Ne passerà prima che ricapiti…

Ovviamente, il tifoso non ragiona come la società. Fare cassa è una priorità, e l’Atalanta, di sti tempi, ha la vetrina piena e ben lucidata. Operazioni come quella Caldara-Juve sono la soluzione migliore: il ragazzo cresce e si fa le ossa, il club si sfrega le mani. Discorso che vale per il nostro giovane centrale, ma che può venir buono per Gagliardini, Kessié e compagnia bella.

Di certo, gli uomini in uscita vanno rimpiazzati. Nulla di rivoluzionario: piccoli ritocchi che diano al Gasp un po’ di scelta. Perché i titolari sono quelli, e guai a toccarli. Ragionamento giusto, ma che nasconde insidie: e se uno si rompe? E se le squalifiche ti tolgono un paio di centrocampisti? E chi copre Kessié durante la Coppa d’Africa?

Dubbi legittimi, per chi, a questo punto, non vuole accontentarsi solo della salvezza; ma nemmeno chiede la luna. C’è solo voglia di crederci; di esserci. Siamo pronti a sgomitare.

Serve fare il punto della situazione, un reparto alla volta. Guidati dalla logica del semplice tifoso, ma senza delirare.


Portieri

Sportiello non è quello dell’anno scorso. Ha iniziato la stagione con la valigia sul pianerottolo, incantato dalle sirene di mezza Italia. Pensava di dover prendere un volo per la Campania, ma non se n’è fatto nulla. Ed è rimasto, col piglio di chi è costretto in ufficio oltre l’orario di lavoro, senza straordinari pagati. E se la testa non funziona come si deve, mani e gambe vanno di pari passo. 

Sicuri che Sportiello abbia mercato?

La società l’ha capito e, viste le prime incertezze, ha preso Berisha: un titolare. L’albanese ha fatto miracoli; poi l’infortunio. Torna Sportiello e sono di nuovo titubanze.

Il prodotto del vivaio ha perso valore, e la stagione passata rimarrà inarrivabile: se ancora ha mercato (potrebbe trovare posto come riserva) e la valigia è sempre allo stesso posto, giusto venderlo e rimanere con Berisha. Bassi come secondo va bene. 


Difesa

Masiello, Caldara, Toloi, Zukanovic: questi i quattro che ruotano nelle scelte di Gasperini. Se sono tutti in forma, è quest’ultimo a fare panca.

Caldara ha saltato l'Empoli per fare le visite con la Juve
La linea a tre funziona e i singoli ne raccolgono i frutti. La Juve, brava lei, ha capito che Caldara ha qualcosa in più; Toloi e Masiello sono puntuali in difesa e giocano a briglie sciolte; Zukanovic è un rimpiazzo che ci invidia mezza Serie A.

Quattro difensori per una difesa a tre. Numericamente, ne mancherebbe uno per essere a posto. Stendardo, ahimè mai considerato, andrà via, ma questo sposta poco. Gasperini ha già scelto il suo quinto: Bastoni, giovane che arriva dalla Primavera e che è già stato testato in Coppa Italia. Il tecnico crede in lui: impossibile non dargli ragione. Ha l’occhio lungo, da sempre. E poi ci sarebbero anche Suagher, altro talento nostrano da valorizzare, e Konko, che all’occorrenza può reinventarsi centrale.  

Riassumendo, difesa fatta. Non c’è necessità di buttarsi sul mercato. Ovvio, se ci fosse un’occasione… Ma non penso. Rimaniamo così che va bene.


Centrocampo

Sulle fasce c’è poco da dire. Si potrebbe sempre migliorare, ma sono un punto di forza di quest’Atalanta. Non vanno toccate.
Conti, con tutti i suoi limiti, sta facendo bene, e Spinazzola cresce di match in match. I titolari sono loro.

A sinistra può giocare Dramè, che è spesso disordinato e sprecone, ma ha gamba adatta al sistema di Gasperini. Fisicità e “ignoranza”, tutto sommato, fanno sempre comodo.

Se manca Conti, Konko per coprirsi un po’ di più e garantire anche un minimo di spinta. Raimondi solo per far rifiatare qualcuno. Tutt’al più, può essere utile in caso di 4-4-2.

E poi c’è D’Alessandro, che può fare entrambe le fasce. Il tipico cambio da 70’, quando bisogna attaccare a testa bassa, aumentare il ritmo e creare scompiglio. Un’arma tattica utile.

Nodo mediani. Perché nodo è, stretto e arduo da districare. Quindi, sbrighiamo le facili formalità: Carmona, che ormai ha perso la lotta col suo infortunio all’anca, andrà via; Migliaccio è l’ultimo della panca, e non potrebbe essere altrimenti (lo cercano in Serie B).

Ci siamo: Gagliardini e Kessié. I due uomini-mercato. Il loro futuro dipende anche dalle tante squadre interessate: Juve e Inter sono sul #4, mentre l’ivoriano è sul taccuino dell’onnipresente Juve, del Chelsea, del Liverpool e dell'Arsenal (stando a quanto dicono giornalisti veri).


Kessiè: la Premier è su di lui

Un affare simile a quello di Caldara è più che probabile, per entrambi. Acquisto da parte di un’altra società e permanenza a Bergamo. Però, solo per un’altra mezza stagione. Scenario plausibile solo se è la Juve, che non ha problemi di organico, a farsi avanti. In caso di Inter, e soprattutto di club di Premier, il panorama assumerebbe sfumature diverse. Dovessero arrivare le sterline, prepariamoci ai saluti. Quelli non aspettano. Ecco perché si ritiene più probabile un addio di Kessié. A cifre alte.

Fosse ceduto uno dei due, sarebbe inevitabile guardarsi attorno. Perché in casa si hanno ottime alternative, Freuler e Grassi, ma mancherebbe qualcosa. In attesa di scoprire se questo Cabezas, stimatissimo ma ancora misterioso, sia o meno capace di tenere la categoria. E non è un tema sottovalutabile. Perché Kessié mancherà un mese, che sia venduto o meno.


Attacco

Il Papu Gomez non deve muoversi! Va detto ad alta voce. La società deve fare orecchie da mercante. E speriamo le faccia pure lui. Perché le lusinghe della Roma, che parrebbe pronta all’offerta, fanno piacere. Con i giallorossi potrebbe giocare in Europa, lottare per i vertici del campionato e prendere un treno che, sinora, non gli è mai passato davanti.
Dovesse veramente partire, non importa a quali cifre, sarebbe un mezzo dramma. Perché la città lo ama e perché è il faro della squadra. Sostituirlo degnamente sarebbe impresa complicata.

Gomez e Petagna sono i punti fermi di un attacco “particolare”, che costruisce gioco più che finalizzare.

Nel caso della punta, è un vero limite. L’ex Ascoli è fondamentale per il gioco del Gasp, ma segna poco. Anzi, conclude poco. Quando arriva in area, si scioglie. Detto questo, il titolare è lui. E rimarrà, nonostante qualche esperto del settore abbia registrato qualche interessamento.

Alle spalle dell’inamovibile duo, il vuoto, o quasi. Delle gerarchie di inizio anno, nemmeno l’ombra. Tutto ribaltato. Non sorprende che Pesic, fisico e tecnica niente male ma ancora acerbo, sia la seconda scelta.

Paloschi: da stella a fantasma
Paloschi, “uomo di Sartori”, sarebbe il pezzo da novanta. Ma il “sarebbe” rimane tale. Ha iniziato nell’undici, poi si è perso, tra infortuni, sfiducia e brutte prestazioni. Può andare via: Pescara e Bologna sono vicine (lui preferisce gli abruzzesi). Mi auguro in prestito, perché va recuperato. E’ un investimento importante e ha le caratteristiche per fare bene anche qui. Crediamo in lui.

Pinilla, invece, ha già cambiato aria. Va al Veracruz, in Messico. Spiace. Ma era prevedibile. Talento di livello e trascinatore da battaglia, ma incostante ed enigmatico. Ci ha fatto esultare, eccome, ma era il momento giusto per salutarsi.

Dunque, facendo la conta, quattro attaccanti (escluso D’Alessandro che fa anche da vice-Papu), di cui un paio in dubbio. Qui serve un intervento. Magari una seconda punta mobile che possa dare respiro a Gomez e, perché no, possa anche affiancarlo.
Difficile fare nomi. Per ora, non se ne parla da nessuna parte. Che la società si stia muovendo sottotraccia?

Il mercato estivo è stato disastroso. Non fatevi ingannare dai risultati: Gasperini ha fatto un miracolo con gli stessi uomini, più o meno, che giocavano anche nella passata stagione. 

Che la dirigenza abbia imparato la lezione, operi con oculatezza e segua le indicazioni del mister. Si può arrivare in alto. Il momento è adesso.

martedì 20 dicembre 2016

Atalanta batte Empoli: Gasperini is the new Tom Cuise


Si va alla sosta con 32 punti, sesti. Pazzesco. Con la salvezza in tasca ancor prima del giro di boa. Missione impossibile, ma compiuta. Gasp is the new Tom Cruise.

Un traguardo favoloso, raggiunto al termine di una partita strana, per certi versi deludente. Ma in bocca rimane solo un sapore godurioso.

Una Dea stranamente molle, da subito. Tanti errori di misura, troppi uomini al di sotto delle aspettative. Non c’erano di testa. Kurtic, Gagliardini, Conti; chi più, chi meno.

Un match approcciato col passo sbagliato, contro una squadra, l’Empoli, che segna col contagocce ma ha sempre fatto della tenacia e della compattezza difensiva il proprio punto di forza, più di quanto dicano i numeri.

L’Atalanta ha attaccato al solito modo, appoggiandosi su Petagna e sfruttando il magico momento dell’accoppiata Gomez-Spinazzola. Più abulica la fascia destra.

Ma Petagna, ancora una volta, ha confermato di essere bravo nel proteggere palla, far salire la squadra e smistare. Un regista avanzato. Poi, però, ecco i suoi evidenti limiti in fase conclusiva. Gli manca mordente, si perde in tocchi inutili quando dovrebbe chiudere gli occhi e sparare. Fatti guidare dall’ignoranza!

Ottimo, invece, il supporto della catena di sinistra. Il Papu è imprendibile, di altra categoria; Spinazzola ha gamba infinita, perfetta intesa col suo capitano e idee chiare e precise. E pure semplici, che non guasta mai.

Tanti cross, tanti angoli. Ma poche conclusioni. Anche perché Kurtic, in serata no, sonnecchia. E l’Empoli, che ha molti meriti, si copre basso, con Diousse in aiuto alla linea a quattro e tanta attenzione.

Ne esce un primo tempo gestito dai nerazzurri, ma comunque equilibrato. In linea con quello che ci si aspettava.

Franck, ma quanto sei forte?
Al rientro in campo, tutto il "Kessie che c’è in Kessie": dorme sulla punizione che porta al gol di Michelidze, spreca palloni e fa disperare; poi, dà un colpo di spugna a tutto e colpisce. Vede la porta e colpisce. Senza farsi troppe domande. Bam, giù nell’angolo (semicit.)! Pareggio.
Non finisce qui: dopo un quarto d’ora di assalto collettivo, si inventa uno slalom in area che gli permette di crossare; un po’ di tafferuglio, arriva D’Alessandro ed è 2-1. Delirio.

Un vantaggio che fa dimenticare le troppe occasioni gettate al vento e quello spirito un po’ naif. Come se il successo fosse stato il risultato scontato. Come se si fosse convinti che, in un modo o nell’altro, i tre punti sarebbero arrivati. Guai!

Per fortuna, ci ha detto bene. Gli dei del calcio ci hanno premiato.  

Buon Natale a noi, atalantini e contenti.

domenica 6 novembre 2016

"Lì dove osano le Aquile": l'Atalanta non si ferma più


Inimmaginabile quarto posto, pari punti con la Lazio. Fantastico.

Sono bastati 25 minuti per capire che il Sassuolo è una squadra in netta difficoltà; solo 5 per rendersi conto che l’Atalanta ha approcciato il match nel modo giusto.

I neroverdi, resi mediocri dai tanti infortuni e dal dispendioso impegno europeo, hanno cercato di imporre alla partita un ritmo basso e cadenzato. La Dea si è adeguata, ma non passivamente: controllo palla, accelerate improvvise e decisive, tranquillità difensiva.

Due formazioni in situazioni opposte. Anche mentalmente. Proprio “vuoti” i ragazzi di casa; presenti ed efficaci gli uomini di Gasperini. A cui è stato sufficiente schierare una squadra quadrata e rodata. Ormai, ed è una sensazione piacevolissima, i nerazzurri sanno perfettamente come muoversi e cosa fare.

Non è servito il pressing forsennato visto con l’Inter. Anche trotterellando, da subito padroni del match. Tanti calci d’angolo, fraseggi in mezzo al campo, tocco e passaggio, inserimenti senza palla. Senza alcun affanno, perché, come detto, il Sassuolo era a corto di fiato. E se mancano le gambe, anche la lucidità viene meno. Berisha, infatti, ha passato una prima mezz’ora di completa tranquillità. 

Mattia Caldara: fenomenale, anche in attacco (foto dal web)
Il veloce uno-due che ha segnato il pomeriggio ha legittimato la superiorità orobica. Se il gol di Gomez è figlio di un’azione caparbia e ficcante, quello di Caldara, sempre sontuoso, ha messo in vetrina il tasso qualitativo di questa Atalanta.

Piedi buoni, giovani e sempre più raffinati. Dimostra Conti. Probabilmente, un anno fa, il numero 24 non avrebbe mai segnato quella reta. L’avrebbe sparata in curva. Ma il tempo passa, il lavoro paga e le vittorie danno tanta sicurezza.

E il laterale non avrebbe potuto colpire in un momento migliore. Dopo i due schiaffi, infatti, i romagnoli, avevano dato segni di reazione. Più d’orgoglio e dignità che di tecnica e ragionamento. Tanto era bastato, però, per spaventare Berisha. La paura per traversa di Defrel è stata cancellata dal 3 a 0 che ha smorzato i ritrovati entusiasmi casalinghi, comunque piuttosto flebili.

Fine primo tempo. E, in pratica, game over. I tanti tifosi bergamaschi giunti al Mapei Stadium, più chiassosi dei “colleghi” locali, si sono goduti una ripresa di pura amministrazione. Sì, la bella traversa di Politano, il maggiore equilibrio e il dubbioso intervento di Berisha su Defrel, ma nulla più. Tutto preventivabile. 

La testa era già colma di “pensieri post novantesimo”: dolci, esaltanti, incredibili. E come dargli torto? Quarta vittoria in fila, 22 punti: più di metà strada è già alle spalle. Quasi magia.

domenica 30 ottobre 2016

Atalanta-Genoa: che bello soffrire di vertigini


Confesso: ho caldeggiato a lungo l’esonero di Gasperini. Non per mancanza di risultati (motivazione valida, ma spesso debole), ma per il deludente atteggiamento della squadra: molle, confusa, senz’anima. Attorno al tecnico, inoltre, tanto scetticismo. Distaccato, freddino, poco coinvolto dall’ambiente. Solo nuvole; non vedevo altro.

Per fortuna, la sfiducia era un fattore esterno. Giocatori e staff, i recenti progressi lo dimostrano, hanno sempre remato nella stessa direzione del Gasp. E così è arrivata la svolta.

La mia crisi “zampariniana” si è rivelata figlia delle colpevole fretta.

La partita di quest’oggi è l’ennesima riprova di come il lavoro stia dando succosissimi frutti. La Dea ha cambiato volto. Ora è una squadra coinvolgente, emozionante per quanta “garra” ci mette.

Il pressing, continuo e forsennato, scalda il pubblico ed esalta gli interpreti. E’ portato dal primo all’ultimo minuto, con ordine e preparazione. Baricentro altissimo che soffoca la costruzione avversaria, permette il veloce recupero di palla e premia la verticalità della manovra.

Jasmin Kurtic: finalmente è "tornato"
Non è una filosofia semplice da interpretare: ci vogliono gambe e cervello. E che Kurtic sia l’uomo simbolo della riuscita della scommessa gasperiniana, beh, dice molto. Lo sloveno, infatti, ha rispolverato quell’esuberanza che tanto l’aveva fatto apprezzare a Palermo e Sassuolo. L’anno scorso, al contrario, solo delusioni. Lo avevo spesso preso di mira. Ora, rivitalizzato, copre la trequarti come un Hamsik di qualche anno fa (con le dovutissime proporzioni): aiuta in contenimento, supporta il bravo Gagliardini (piede e idee) e si getta nello spazio. Un gol buttandosi in area, l’altro a rimorchio: non è casualità.

Due perle arrivate nel finale di primo tempo e meritate. Perché, come nelle scorse settimane, l’atteggiamento nerazzurro è stato azzeccato sin dal calcio d’inizio. L’Atalanta è consapevole di stare bene. Non ha paura nemmeno di un Genoa in buona vena e giustamente apprezzato, per merito del competente Juric.

Testa bassa e puro spirito. Difesa solida, sostituzioni forzate che non influiscono, Freuler e Gagliardini fanno quadrato, Petagna a fare sportellate (ma con buona qualità) e il Papu che si diverte, dando fantasia e imprevedibilità a un organico che si muove armonico.

La Dea controlla il match, e non arretra mai. Nemmeno nella ripresa, quando dovrebbe essere il Grifone a spingere. Si rischia qualcosa (San Berisha), ma non svanisce la consapevolezza di avere tutto sotto controllo. Quando la palla è orobica, tanti uomini in movimento, diverse soluzioni a disposizione, colpi di tecnica. Pensando a un mese fa, dalla notte fonda al giorno più splendente.

Ed è giusto che sia proprio Gomez a chiudere un magico pomeriggio. Da numero 10 vero.  Maglia che porta con merito.

Tre le vittorie consecutive, 19 i punti in classifica. E’ un periodo d’oro; passerà. Ma vabbè, godiamoci la sensazione: soffrire di vertigini non è mai stato così bello.

lunedì 26 settembre 2016

Crotone - Atalanta: la Dea in scioltezza, ma c'è molto da lavorare...


Causa forza maggiore non ero ancora riuscito a vedermi un singolo minuto di Atalanta. E, sentendo un po’ gli amici e vedendo i risultati, non mi ero perso nulla; anzi… Il posticipo mi ha dato l’occasione di godermi un po’ di nerazzurri. Che poi “godermi” è un parolone: di lunedì, contro il Crotone, stadio neutro. Vabbè, meglio di nulla.

Petagna: bene la sua prima da titolare (foto dal web)
Ma l’inizio gara ha ribaltato le mie aspettative: 40” e Petagna, scelto a sorpresa al posto di Pinilla e Paloschi, si beve un avversario e serve in mezzo per Kurtic che, però, spreca. Altri 2’ e lo stesso Petagnone se ne va da panzer incontenibile ancora a Ferrari e la piazza d’interno battendo Cordaz. Che partenza: 1-0 in scioltezza.

Brava la punta, pessima la difesa rossoblu. E, dunque, ti aspetti che la Dea cominci a comandare il gioco senza problemi e così via. Invece no, perché nella bruttezza generale di un match giocato da squadre in evidente confusione tattica, tutto rimane in equilibrio, con i calabresi che, senza far nulla di che, reagiscono (sterilissimi).

Masiello: per me, il migliore (foto dal web)
L’ Atalanta sonnecchia, anche perché emergono le evidente lacune strutturali della squadra di Gasperini: l’unico difensore che sembra nel pieno delle sue facoltà mentali è Masiello, mentre Toloi e Zukanovic spazzano, svirgolano, tappano i buchi come possono e lasciano molti dubbi; il centrocampo manca di qualità, perché Kessie ha il futuro dalla sua, è potente e perfetto negli inserimenti, ma non ha la mente da regista, mentre Freuler e Kurtic sono sempre sottotraccia, così come Konko e Dramè; l’attacco va a sprazzi, con Gomez che vaga in cerca di una posizione, rifugiandosi spesso nella tanto amata fascia destra, mentre Petagna combatte e si fa vedere con continuità. 

Piccoli-grandi nodi difficili da sciogliere. Per fortuna dall’altra parte c’è un undici che ne ha altrettanti, se non di più. Ed è per questo che continuo a strabuzzare gli occhi davanti a tal scempio. Spesso e volentieri, infatti, si vedono cose da campetto amatoriale: tutti alla ricerca della palla, ruoli fluttuanti, zero idee, reparti che cozzano tra loro. Gli errori tecnici, dovuti al basso livello delle contendenti, risulta l’ultimo dei problemi.

Come detto, però, il Crotone è messo addirittura peggio dell’Atalanta. E lo dimostra la facilità con cui i bergamaschi creano, dal nulla tattico, occasioni gol importanti. Tutto nasce, o quasi, dal semplice fatto che il Papu, pur alla ricerca del suo posto al solo, con quei piedi può scherzare con chiunque degli avversari. Quindi la chance del palo di Kessie e della ribattuta di Gomez salvata sulla riga, quindi un paio di conclusioni da fuori e, infine, la bordata dello stesso numero dieci atalantino per il clamoroso e roboante 3-0. Di mezzo, infatti, la boiata di Cordaz in uscita che aveva regalato il raddoppio a firma Kurtic.

Insomma, senza fare un bel nulla di eclatante, e con tutti le pecche già elencate, Atalanta davanti di tre reti all’intervallo. Bah.

Risultato di ampio vantaggio che prelude a una seconda frazione di sbadigli e gestione. E, in sostanza, così è, nonostante l’espulsione (sacrosanta) di Kessie che avrebbe potuto riaprire un pochino i giochi (il gol di Simy arriva solo all'84° e l'assalto finale crotonese è di pura disperazione). Ma non ha cambiato nulla. Anzi, mi ha confermato che: l’Atalanta è poca roba e deve lavorare tanto; il Crotone è un squadra improponibile a certi livelli.

Quindi a testa bassa, perché domenica arriva il Napoli.

domenica 17 aprile 2016

Atalanta-Roma: rimane l'amaro in bocca, ma solo applausi per la Dea


La veemente reazione dopo l’uno-due giallorosso è stata tanto emozionante quanto inaspettata. Perché, se è vero che la Dea non aveva approcciato male il match, va pur detto che la Roma aveva costruito i due gol palla a terra, con qualità, proprietà di palleggio, sapienza tattica e tecnica. Insomma, di sostanziale superiorità. D’altronde, sulla carta e non, tra le due c’è un discreto (eufemismi) gap.

Ho subito temuto che le perle di Digne e Nainggolan avrebbero avuto effetti devastanti sulla gara dell’Atalanta. Così è stato, ma solo per pochi minuti. Giusto il tempo di incassare il duro colpo, sgomberare la testa da brutti pensieri e ricominciare a fare il proprio gioco. Pressing, accelerazioni e verticalizzazioni improvvise: quel che ci vuole per mettere in difficoltà una squadra fantasiosa come quella di Spalletti.

Così nasce l’azione che porta D’Alessandro al gol. Così prende forma la giornatona del Papu, incubo continuo per gli statici difensori romanisti. Gomez attacca, punta gli avversari, sterza e cerca i tagli in mezzo all’area. Cresce la spinta, sale l’incitamento e arriva il pareggio. Finalmente Borriello, da angolo, come un bomber vero.

Marco Borriello: primi due gol in maglia Atalanta (foto dal web)

Palla al centro e tutto riparte come nulla fosse. Questa volta, però, con un'Atalanta sulle ali dell’entusiasmo. Anche perché la Roma fatica a ritrovare lucidità e, soprattutto, la zampata decisiva. Bene fino alla trequarti, con triangolazioni e scambi veloci; meno quando deve concretizzare, con Dzeko che boh, commentatelo da soli.

La Dea ci mette la “garra”. I difensori soffrono il giusto. Magari vanno sotto nell’uno contro uno, ma il sistema di aiuti e raddoppi funziona. Così come il lavoro sporco del centrocampo, costruito più per fare da diga che per ispirare e manovrare. Freuler, Migiliaccio e Kurtic, infatti, non possono illuminare (tanti errori tecnici, perlopiù per lo svizzero), ma “picchiare” sì. E quello fanno, finchè fiato e gambe reggono.

Peccato che, dopo il colpo da biliardo di Borriellone per il 3-2, sia mancata la sfrontatezza per rimpinguare il bottino. C’è mancato poco, ma tanto è bastato alla Roma per rimettersi in pista. I cambi giusti, l’orgoglio e l’evidente calo atletico nerazzurro hanno aperto una nuova fase del match: Atalanta chiusa nella propria metà campo senza le energie per sprintare e capitolini sbilanciati in avanti. Il gol di Totti è stato lo scontato epilogo.

Per un 3-3 che lascia l’amaro in bocca, ovviamente, ma non cancella una prova lodevole. Applausi meritati, per la reazione, la resilienza, l’intraprendenza e la spavalderia.

Alzi la mano chi, dopo i primi 30 minuti, avrebbe immaginato che ci saremmo ritrovati a mangiarci le mani per due punti persi…

domenica 20 marzo 2016

Atalanta-Bologna: tre mesi e mezzo dopo, un sorriso nerazzurro


Ogni volta che si parla di Atalanta, mi prende quell’innato pessimismo tipico di noi orobici. Stavolta no. Sono sempre stato convinto che la partita contro il Bologna avrebbe portato quei benedetti tre punti. Quella vittoria fondamentale, a mio avviso decisiva per ritagliarsi un po’ di serenità in vista del finale di stagione. Anche perché la quota salvezza si preannuncia bassina. 

Per fortuna, la mia fiducia è stata ripagata. Grazie a un primo tempo in cui la Dea ha ottimizzato gli sforzi. Sì, proprio così: ottimizzato. Una bella sfuriata iniziale ha portato al gol del vantaggio, la freddezza di Pinilla al raddoppio. Per un 2-0 al 45' prezioso come non mai, visto che il Bologna, dopo un approccio così così, aveva giocato una mezz’ora di sostanza e voglia, sfiorando, e forse meritando, il pareggio.

I ragazzi di Donadoni hanno dimostrato di saper proporre buon calcio nonostante il periodo negativo: un gol in quattro match, tre pareggi a reti bianche e la sconfitta con l’Inter. Dopo lo svantaggio, hanno abbassato la testa e cominciato ad attaccare con qualità. Inserimenti, triangolazioni, capacità di attaccare gli spazi: la mano dell’allenatore si vede. E' mancata la zampata.

Sportiello e la sorte hanno stoppato le velleità felsinee. E, come spesso capita nel calcio, nel momento migliore degli avversari, è arrivato il gol. Bravo Pinilla, finalmente Alino!

Un grande Alessandro Diamanti: gol, assist e appausi (foto dal web)
Diamanti che, tra l’altro, ha preso in mano il match sin dal fischio iniziale. Schierato esterno destro nel tridente, si è spesso accentrato per cercare palla, inventare gioco e dialogare con i compagni di reparto. 25’ da applausi, l’assist per Gomez e testa sempre alta.

Come i compagni, finalmente concentrati e convinti. A partire dai difensori, rinfrancati e guidati dal ritorno di Stendardo: uomo di carisma e tecnica, troppo importante in un momento così delicato (senza nulla togliere al bravo Toloi). La mediana, con Cigarini che piace da mezz’ala libera di sfogare tecnica e fantasia, ha giganteggiato sui diretti avversari, permettendo agli attaccanti di dedicarsi quasi esclusivamente alla fase offensiva.

Insomma, per metà frazione, un’ottima Dea.

Poi, però, il sensibile calo e l’apnea. Bologna che attacca e sfiora il gol più volte (lo segna pure, ma in fuorigioco), evidenziando le ataviche difficoltà della linea difensiva bergamasca e le insicurezze di una squadra disabituata a vincere.

Per fortuna, Pinilla ha trovato Alino per il raddoppio. La differenza rispetto ai mesi precedenti sta tutta qui: invece di subire il pareggio e crollare psicologicamente, è arrivata l’inaspettata e rigenerante gioia della seconda rete. Salvifica. Decisiva.

Anche perché il secondo tempo è stata una sofferenza. Almeno per una trentina di minuti. L’ultimo quarto d’ora, con il Bologna in nove, fa storia a sé. Anzi, non la fa proprio.

Diamanti out dopo poco e Raimondi al suo posto. Un difensore come attaccante. Un giocatore utile quanto uno di quei coni utilizzati in allenamento. Uno buono solo a tappare un buco. Va da sé, pericolosità diminuita e Papu unico osservato speciale.

Mentre l’Atalanta si abbassa pericolosamente, il Bologna cresce, spinge e ci crede. Sportiello, ancora lui, fa tutta la differenza del mondo. Se il tiro di Floccari fosse entrato, o Masiello avesse spedito nella sua porta quel pallone (lui di autogol ne sa qualcosina….), sarebbe cambiato tutto. Hai voglia a sapere cosa sarebbe passato per la testa dei bergamaschi... Sarebbero crollati in tempo zero; pareggio immediato nemmeno quotato.

Ma oggi no. Nemmeno il rigore sbagliato da Pinilla (Papu da brividi) ha ribaltato la trama. E’ finita così, col 2-0 che può valere una stagione intera.

Tre mesi e mezzo dopo, un sorriso che sa di liberazione. A braccia spalancate, sotto il sole, urlare per quella che potrebbe essere la vittoria della salvezza. Senza mollare, perché non c’è alcunché di deciso, ma convinti che questi tre punti possano rappresentare la svolta.

Vamos!!

domenica 7 febbraio 2016

Mi sembra chiaro: l'Atalanta ha dimenticato come si vince


Quest'Atalanta non sa più vincere. "Bella scoperta" direte voi; "Avete ragione" risponderei io. Non ci vuole di certo il mediocre e opinabile sapere del sottoscritto, men che meno a questo punto della stagione, per scoprire che i nerazzurri si sono infilati in un tunnel da cui è dura uscire. 

Anche contro l'Empoli, una prestazione da squadra che non sta bene: momenti morti, sofferenze tattiche e imprecisioni gratuite. Perlomeno - vedere il bicchiere mezzo pieno richiede sforzi inimmaginabili - la Dea ha cercato di fare qualcosina più del solito. Soprattutto nel primo tempo.

Reja ha deciso, giustamente, di tornare sulla strada vecchia del 4-3-3, sperando che i nerazzurri ritrovassero quei meccanismi di inizio anno poi persi nell’ultimo funesto periodo. Ovviamente, con interpreti nuovi: tridente con Gomez, unico “superstite”, il rientrante Pinilla e Diamanti; centrocampo con Kurtic spostato a destra per far posto al debuttante Freuler; dietro, Brivio riproposto sulla sinistra.

In teoria, una base sicura su cui costruire il resto. In teoria. Tatticamente non ci siamo, ma non è una novità. Frequenti incomprensioni fan sì che la manovra non sia mai del tutto fluida e che, troppo spesso, ci si ritrovi con il pallone nei piedi senza sapere che ne sarà del domani. E questo irrita il pubblico, che aggiunge all’insistente acqua la propria insofferenza, facendo piovere sull’undici bergamasco fischi e rimbrotti. Tutto sommato giustificati.

Meno male che, per lunghi tratti, si sia riusciti a metterla sul piano psicologico, mandando in difficoltà, seppur lieve, un Empoli che, anche in una giornata di relativa brillantezza, conferma le proprie doti: velocità di pensiero, preparazione strategica, movimenti automatizzati e giocatori che si trovano a occhi chiusi. Da questo punto di vista, due squadre lontane.

Diamanti: per me, il migliore dei nerazzurri
E allora giusto buttarla sulla foga, affidandosi ai piedi di Diamanti e Gomez. Alino ha fatto bene, chiamando palla, stringendo verso il centro per creare gioco e coinvolgendo Conti e Kurtic (malino, ma meno del solito) sulla catena di destra. In alternativa, pronto il dialogo a distanza con Papu, sempre voglioso e dinamico, benché veramente pericoloso proprio quella volta in cui perde improvvisamente il talento e spara alto da due passi.

Pinilla si è dato da fare e si è abbassato spesso per cercare palloni giocabili. Dentro l’area, però, poca presenza. Idem per Borriello. Non è un caso, dunque, che Kurtic, grazie ai suoi inserimenti alle spalle della difesa toscana, sia stato più incisivo di entrambe le prime punte. Con tutti gli occhi sulle ali e il pivot che porta i centrali avversari fuori posizione, ecco che lo sloveno ha lo spazio per tagliare verso rete. Peccato che, alla fin della fiera, non ne sia scaturito nulla di concreto, meriti di Skorupski a parte.

Freuler, dall’altra parte, non è riuscito a fare lo stesso. Il giudizio, per un mezzo sconosciuto alla prima da titolare, comunque, rimane positivo. Con De Roon forma un duo tosto e portato alla pressione. Da alcuni tocchi si è notata una discreta proprietà tecnica, ma non è un Iniesta. Un centrocampista che fa densità, come quasi tutti quelli che abbiamo in rosa.

La storia, comunque, è sempre la stessa: tanta legna, ma fuoco zero. Ancora una volta è mancata la scintilla giusta. Partite del genere, un po’ di tempo fa, le avremmo portate a casa, magari con un gollonzo in mischia. Uno di quei match da “Dai ch’el vè” insistito e cantato sino allo sfinimento. Ora manco quello. E' quello che ti succede quando disimpari a vincere. 

Sono stati presi rischi e l’Empoli poteva anche vincerla, partendo dal principio che non erano di certo i biancoblu quelli con le spalle al muro. Skorupski ha fatto un paio di ottimi interventi e, in altrettante occasioni, è stato graziato dalle sgangherate conclusioni atalantine.

Senza dubbi, tra le due contendenti, è l’Atalanta ad aver perso due punti. Un pareggio muove la classifica e permette di fare un passo in più rispetto a Frosinone e Carpi, ma il digiuno continua e i volti sono mogi. Dagli spalti arrivano i soliti incitamenti, ma la pazienza sta finendo e la fiducia è ridotta al lumicino. Non un bel quadro, soprattutto quando ti serve sbloccare una situazione pesante e dura da digerire.

Per fortuna – ma davvero! – che nei primi mesi di campionato siano stati fatti i miracoli. Perché, guardandosi attorno, non si scorgono altre formazioni così in confusione.

sabato 23 gennaio 2016

Frosinone-Atalanta: qualche parola sulla deludente prestazione della Dea


Non è la prima volta che vedo una brutta Atalanta in questa stagione. Ci sono state altre occasioni, soprattutto nell’ultimo periodo, in cui i neroazzurri si sono espressi male, senza ritmo e personalità. Però c’era la sensazione che fossero performance negative figlie di un momento circoscritto. Insomma, la squadra c’era e una quadratura tattica pure. Poca brillantezza, tutto qui.

Contro il Frosinone, al Matusa, in uno scontro che vale molto più di tre punti, le stonature sono state troppe. Ho visto una Dea con poche idee e tante incomprensioni. Spesso i giocatori si sono ritrovati col pallone nei piedi senza sapere che fare. Sul posto, alla disperata ricerca di un compagno che si muovesse. Vanamente.

Come contro l’Inter, Reja ha deciso di puntare sul 3-5-2, con Monachello e Papu punte. Rispetto alla gara di settimana scorsa, però, Raimondi ha preso il posto di Conti e Migliaccio quello di Cigarini. E la musica è cambiata. Tanto.

Il centrocampo non aveva un costruttore di gioco. Per caratteristiche, si può dire che Kurtic, De Roon e Migliaccio siano giocatori simili: incontristi più che registi; più muscoli e interdizione che aperture, inserimenti e impostazione. Ed è un dato di fatto. Anche solo “sulla carta”, formano una mediana poco propositiva. Il che ha portato spesso Gomez ad abbassarsi per cercare palloni, spronare i compagni ad alzare il ritmo e aprire il campo o verticalizzare. Papu ci ha provato, anche rischiando qualche dribbling di troppo dove non avrebbe dovuto, e per questo va applaudito. Ma non è compito suo dare il via alla manovra. Con Cigarini, perlomeno, ci sarebbe stato un elemento in grade di dare, allo stesso tempo, ordine e fantasia all’intera squadra. Con lui il centrocampo a tre può funzionare. E’ l’unico che può tirare fuori il colpo di genio e lanciare la punta alle spalle della difesa avversaria o cambiare lato con sventagliate di quaranta metri per le ali.

Alejandro "Papu" Gomez: l'unico che prova ad accendere la luce
Ecco, le ali. Dramè è il solito: corsa, dribbling, ricerca del fondo, qualche cross di qualità discutibile e tanta foga. Tutto sommato, uno che si fa la fascia intera. Ed è fondamentale, visto che il Kurtic di questi tempi non lo agevola affatto. Davvero deludente.
Dall’altra parte c’era Raimondi (perdonatemi, ma ancora non capisco come possa essere in Serie A). Come noto, non ha qualità, dribbling, fantasia, pericolosità offensiva e possibilità di “entrare nel campo”. Per giunta, al Matusa gli è mancata pure la corsa. A sto punto, meglio un Conti qualunque che, pur non essendo affidabilissimo e del tutto maturo, almeno galoppa e non tira mai il fiato. La coppia Migliaccio-CR77 mi ha fatto davvero rabbrividire. Per come stanno messi, roba da serie B a dir tanto.

Sto spendendo tante parole sul centrocampo proprio perché convinto che sia stato il vero punto debole atalantino. I tre centrali difensivi, tutto sommato, se la sono cavata senza grossi affanni (anche perché il Frosinone è poca roba). E l’attacco ha avuto, oggettivamente, pochi palloni veramente sfruttabili. Ciò non toglie che Monachello debba crescere molto. Davvero molto.

Tutte critiche che, oltre al fatto di essere ovviamente personali, sperano di essere da sprone per squadra, allenatore e società (come se le leggessero tra l’altro…). Perché è un momento cruciale della stagione e, complici gli infortuni e le scelte di mercato, in entrata e in uscita, i neroazzurri stanno sprecando l’opportunità di giocare con quella serenità e sicurezza che il buonissimo avvio di campionato ha dato loro.

Non molliamo adesso e, soprattutto, non pensiamo di essere già tranquilli e beati.