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domenica 17 aprile 2016

Atalanta-Roma: rimane l'amaro in bocca, ma solo applausi per la Dea


La veemente reazione dopo l’uno-due giallorosso è stata tanto emozionante quanto inaspettata. Perché, se è vero che la Dea non aveva approcciato male il match, va pur detto che la Roma aveva costruito i due gol palla a terra, con qualità, proprietà di palleggio, sapienza tattica e tecnica. Insomma, di sostanziale superiorità. D’altronde, sulla carta e non, tra le due c’è un discreto (eufemismi) gap.

Ho subito temuto che le perle di Digne e Nainggolan avrebbero avuto effetti devastanti sulla gara dell’Atalanta. Così è stato, ma solo per pochi minuti. Giusto il tempo di incassare il duro colpo, sgomberare la testa da brutti pensieri e ricominciare a fare il proprio gioco. Pressing, accelerazioni e verticalizzazioni improvvise: quel che ci vuole per mettere in difficoltà una squadra fantasiosa come quella di Spalletti.

Così nasce l’azione che porta D’Alessandro al gol. Così prende forma la giornatona del Papu, incubo continuo per gli statici difensori romanisti. Gomez attacca, punta gli avversari, sterza e cerca i tagli in mezzo all’area. Cresce la spinta, sale l’incitamento e arriva il pareggio. Finalmente Borriello, da angolo, come un bomber vero.

Marco Borriello: primi due gol in maglia Atalanta (foto dal web)

Palla al centro e tutto riparte come nulla fosse. Questa volta, però, con un'Atalanta sulle ali dell’entusiasmo. Anche perché la Roma fatica a ritrovare lucidità e, soprattutto, la zampata decisiva. Bene fino alla trequarti, con triangolazioni e scambi veloci; meno quando deve concretizzare, con Dzeko che boh, commentatelo da soli.

La Dea ci mette la “garra”. I difensori soffrono il giusto. Magari vanno sotto nell’uno contro uno, ma il sistema di aiuti e raddoppi funziona. Così come il lavoro sporco del centrocampo, costruito più per fare da diga che per ispirare e manovrare. Freuler, Migiliaccio e Kurtic, infatti, non possono illuminare (tanti errori tecnici, perlopiù per lo svizzero), ma “picchiare” sì. E quello fanno, finchè fiato e gambe reggono.

Peccato che, dopo il colpo da biliardo di Borriellone per il 3-2, sia mancata la sfrontatezza per rimpinguare il bottino. C’è mancato poco, ma tanto è bastato alla Roma per rimettersi in pista. I cambi giusti, l’orgoglio e l’evidente calo atletico nerazzurro hanno aperto una nuova fase del match: Atalanta chiusa nella propria metà campo senza le energie per sprintare e capitolini sbilanciati in avanti. Il gol di Totti è stato lo scontato epilogo.

Per un 3-3 che lascia l’amaro in bocca, ovviamente, ma non cancella una prova lodevole. Applausi meritati, per la reazione, la resilienza, l’intraprendenza e la spavalderia.

Alzi la mano chi, dopo i primi 30 minuti, avrebbe immaginato che ci saremmo ritrovati a mangiarci le mani per due punti persi…

domenica 6 marzo 2016

Atalanta - Juventus: sconfitta pronosticata e classifica che mette i brividi


L’Atalanta si è trovata di fronte una squadra superiore. Ai bergamaschi, ma anche a tutte le altre del nostro campionato. E non è retorica cavalleria; è un dato di fatto.

Inoltre, giusto per metterci un carico in più, la Juve è l’unica “grande” che a Bergamo non ha mai sofferto particolarmente.

Giusto e comprensibile, dunque, anche viste le assenze, mettere un 3-5-2 che potesse dare sicurezze difensive, contrastare le avanzate delle ali bianconere (oggi in rosa) e garantire spinta in ripartenza.

Peccato, però, che Dramè e Conti abbiano trascurato troppo la fase offensiva. L’attacco con la coppia di punte pure – Monachello e Borriello – infatti, poteva risultare utile nel caso i due, col colpito di far salore il baricentro, avessero trovato costante sostegno e linee di scarico. Ma così non è stato. Fasce bloccate ed eccessivamente accorte, centrocampisti troppo bassi. Così facendo, non “obblighi” gli avversari a dover lavorare in copertura, magari pescandoli in inferiorità numerica. Sono state concesse letture davvero semplici.

Con la mediana impegnata a fare densità e contrastare i vari Pogba e Khedira, senza molto successo, ci si è affidati, più che altro, ai lanci lunghi per gli attaccanti e a un’eccessiva ricerca dell’imbucata immediata. Palla lunga e poco supporto. Non a caso, Borriello si è spesso lamentato con i compagni, invitandoli a servirlo in un modo piuttosto che in un altro e a proporre tagli, linee di passaggi e sponde. Un atteggiamento comprensibile. Anche perché, in effetti, il #22 ha giocato una buona partita, prendendosi spesso responsabilità da leader. Per 75 minuti, però, ha urlato in vano. Sempre isolato o con il solo Monachello: tremenda situazione. 

Borriello non mi è dispiaciuto. Perlomeno, ci ha provato (immagine presa dal web)

Di fronte, e va sempre ripetuto, c’erano i campioni d’Italia. E la qualità juventina si è vista sin da subito. Nei movimenti, nella naturalezza delle giocate, nella fredda lucidità in ogni situazione. Puoi studiare quello che vuoi, tatticamente e via dicendo, ma al primo errorino ti puniranno. E così è stato.

Anche sotto, l’atteggiamento dei ragazzi di Reja non è cambiato: mediana bloccata e con compiti prettamente difensivi, attaccanti a sgomitare e palla lunga come costante. Alla ricerca del guizzo. Magari su calcio da fermo, dove, in effetti, qualche pericolo è stato creato. Ma se Buffon non prende gol da inizio gennaio e l’Atalanta non vince da un’era geologica, un motivo ci sarà.

Anche l’apprezzabile sforzo di metà ripresa, perciò, si è spento nel nulla. Anzi, è stato sedato con un colpo di genio e classe del neoentrato Lemina. Applausi e resa definitiva; poco da farci.

D’altronde poco si può dire all’Atalanta di oggi. Avversario, assenze, riconosciute difficoltà: una combo letale per chiunque, figuriamoci per una squadra che zoppica da mesi.

Va presa con filosofia e coscienza. Era una sconfitta pronosticata; una giornata in cui focalizzare la propria attenzione sui risultati degli altri, Frosinone in primis. E i ciociari hanno vinto, anche bene, contro l’Udinese di Colantuono, riaprendo il discorso salvezza come non mai. Quattro miseri punti: questo il risicato gap che divide i bergamaschi dalla zona retrocessione.

I brividi si fanno sempre più insistenti, la paura aumenta e la fiducia nella squadra tocca minimi mai registrati. E’ l’ultima chiamata; facciamoci trovare pronti. Ne sono convinto (e lo dico con gli occhi al cielo): una vittoria, magari pure immeritata, sveglierebbe definitivamente questo gruppo. 

domenica 14 febbraio 2016

Atalanta, contro la Sampdoria è mancato il gol; come fosse una novità...


Partiamo dall’aggiustamento tattico più evidente scelto da Reja: mettere i tre attaccanti a pressare i difensori blucerchiati e Fernando, il principale costruttore di gioco dell’undici Montella, per obbligare i genovesi a scavalcare il centrocampo. Scelta più che azzeccata. Così facendo, Ranocchia e Silvestre sono stati obbligati a iniziare l’azione. E, visti i piedi che si ritrovano, per la Samp non è stato un affare. Si sono dovuti rifugiare nel lancio lungo, dando una bella mano alla difesa neroazzurra, così poco impensierita dalla velocità e imprevedibilità di Quagliarella.

Solo quando Cassano, l’unico blucerchiato con il guizzo, è venuto a prendersi palla sulla trequarti, l’Atalanta è andata in difficoltà, anche perché il Pibe ha sempre la capacità di pescare il corridoio giusto. Per fortuna, Ivan da una parte e Correa dall’atra non sono mai riusciti a sfruttare al meglio le invenzioni del barese, rendendo sterile anche la presenza di un uomo d’area come il Quaglia.

In difesa, quindi, la Dea se l’è cavata senza troppi patemi, nonostante il reparto non abbia dato quel senso di assoluta sicurezza. Soprattutto su qualche scorribanda di Dodò (come quella che ha messo Alvarez in condizione di deciderla al 93°). E’ stato fatto il compitino.

Dalla mediana in su, la solita storia: De Roon a fare diga, Freuler a dargli una mano e Kurtic con maggiori libertà di inserimento; Diamanti a tutto campo, con marcatura preventiva su Fernando, Gomez sulla sua fascia sinistra e Pinilla a fare da pivot. Il cileno, purtroppo, non è riuscito a incidere.

Mauricio Pinilla: ancora una volta poco pericoloso (immagine tratta da internet)

Come tutta la squadra, d’altronde. Per l’ennesima volta, infatti, il vero problema degli uomini di Reja si è palesato in fase realizzativa. Tutto ok finché Diamanti e Papu inventano e danno abbrivio alla manovra; meno quando si deve centrare l’assist, crossare per la punta o concludere da fuori. Troppe imprecisioni e occasioni sprecate. Basti pensare a quante volte, in particolare nella ripresa, Alino (un’altra giornata positiva) ha fallito la giocata decisiva, che fosse per un taglio di Gomez o per uno scatto nello spazio della prima punta (l’ingresso di Borriello non ha cambiato le cose).

Il gol dunque. Questo quello che manca. Perché, per il resto, nemmeno malaccio. Ovvio, il bel calcio è un altro, ma i bergamaschi hanno affrontato il match a viso aperto, senza risentire del fattore campo. Al netto, e non si può di certo ignorare, di un avversario che ha enormi problemi, anche simili a quelli dell’Atalanta. Non a caso, la Doria è dietro in classifica e gufa le ultime tre; forse persino più dei nerazzurri.

domenica 7 febbraio 2016

Mi sembra chiaro: l'Atalanta ha dimenticato come si vince


Quest'Atalanta non sa più vincere. "Bella scoperta" direte voi; "Avete ragione" risponderei io. Non ci vuole di certo il mediocre e opinabile sapere del sottoscritto, men che meno a questo punto della stagione, per scoprire che i nerazzurri si sono infilati in un tunnel da cui è dura uscire. 

Anche contro l'Empoli, una prestazione da squadra che non sta bene: momenti morti, sofferenze tattiche e imprecisioni gratuite. Perlomeno - vedere il bicchiere mezzo pieno richiede sforzi inimmaginabili - la Dea ha cercato di fare qualcosina più del solito. Soprattutto nel primo tempo.

Reja ha deciso, giustamente, di tornare sulla strada vecchia del 4-3-3, sperando che i nerazzurri ritrovassero quei meccanismi di inizio anno poi persi nell’ultimo funesto periodo. Ovviamente, con interpreti nuovi: tridente con Gomez, unico “superstite”, il rientrante Pinilla e Diamanti; centrocampo con Kurtic spostato a destra per far posto al debuttante Freuler; dietro, Brivio riproposto sulla sinistra.

In teoria, una base sicura su cui costruire il resto. In teoria. Tatticamente non ci siamo, ma non è una novità. Frequenti incomprensioni fan sì che la manovra non sia mai del tutto fluida e che, troppo spesso, ci si ritrovi con il pallone nei piedi senza sapere che ne sarà del domani. E questo irrita il pubblico, che aggiunge all’insistente acqua la propria insofferenza, facendo piovere sull’undici bergamasco fischi e rimbrotti. Tutto sommato giustificati.

Meno male che, per lunghi tratti, si sia riusciti a metterla sul piano psicologico, mandando in difficoltà, seppur lieve, un Empoli che, anche in una giornata di relativa brillantezza, conferma le proprie doti: velocità di pensiero, preparazione strategica, movimenti automatizzati e giocatori che si trovano a occhi chiusi. Da questo punto di vista, due squadre lontane.

Diamanti: per me, il migliore dei nerazzurri
E allora giusto buttarla sulla foga, affidandosi ai piedi di Diamanti e Gomez. Alino ha fatto bene, chiamando palla, stringendo verso il centro per creare gioco e coinvolgendo Conti e Kurtic (malino, ma meno del solito) sulla catena di destra. In alternativa, pronto il dialogo a distanza con Papu, sempre voglioso e dinamico, benché veramente pericoloso proprio quella volta in cui perde improvvisamente il talento e spara alto da due passi.

Pinilla si è dato da fare e si è abbassato spesso per cercare palloni giocabili. Dentro l’area, però, poca presenza. Idem per Borriello. Non è un caso, dunque, che Kurtic, grazie ai suoi inserimenti alle spalle della difesa toscana, sia stato più incisivo di entrambe le prime punte. Con tutti gli occhi sulle ali e il pivot che porta i centrali avversari fuori posizione, ecco che lo sloveno ha lo spazio per tagliare verso rete. Peccato che, alla fin della fiera, non ne sia scaturito nulla di concreto, meriti di Skorupski a parte.

Freuler, dall’altra parte, non è riuscito a fare lo stesso. Il giudizio, per un mezzo sconosciuto alla prima da titolare, comunque, rimane positivo. Con De Roon forma un duo tosto e portato alla pressione. Da alcuni tocchi si è notata una discreta proprietà tecnica, ma non è un Iniesta. Un centrocampista che fa densità, come quasi tutti quelli che abbiamo in rosa.

La storia, comunque, è sempre la stessa: tanta legna, ma fuoco zero. Ancora una volta è mancata la scintilla giusta. Partite del genere, un po’ di tempo fa, le avremmo portate a casa, magari con un gollonzo in mischia. Uno di quei match da “Dai ch’el vè” insistito e cantato sino allo sfinimento. Ora manco quello. E' quello che ti succede quando disimpari a vincere. 

Sono stati presi rischi e l’Empoli poteva anche vincerla, partendo dal principio che non erano di certo i biancoblu quelli con le spalle al muro. Skorupski ha fatto un paio di ottimi interventi e, in altrettante occasioni, è stato graziato dalle sgangherate conclusioni atalantine.

Senza dubbi, tra le due contendenti, è l’Atalanta ad aver perso due punti. Un pareggio muove la classifica e permette di fare un passo in più rispetto a Frosinone e Carpi, ma il digiuno continua e i volti sono mogi. Dagli spalti arrivano i soliti incitamenti, ma la pazienza sta finendo e la fiducia è ridotta al lumicino. Non un bel quadro, soprattutto quando ti serve sbloccare una situazione pesante e dura da digerire.

Per fortuna – ma davvero! – che nei primi mesi di campionato siano stati fatti i miracoli. Perché, guardandosi attorno, non si scorgono altre formazioni così in confusione.