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venerdì 22 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Southwest Division


SAN ANTONIO SPURS (67-15), voto 9.5


Le imprese dei Warriors hanno catalizzato l’attenzione globale, ma è stato impossibile ignorare quanto fatto dagli Spurs. Solo quindici sconfitte, con un record casalingo di 40-1 impreziosito da uno scarto medio di circa 15 punti. Inoltre, l’onore di poter essere considerati, numeri alla mano, la miglior difesa della storia NBA.

Capite da soli che si sta parlando di una stagione pazzesca. A maggior ragione se si pensa che questo è, a tutti gli effetti, un anno di svolta per i texani: i vecchi saggi, infatti, hanno ufficialmente lasciato la leadership tecnica della squadra alle “nuove leve”, Kawhi Leonard e LaMarcus Aldridge. Duncan, Parker e Ginobili vigilano e controllano lo spogliatoio, ma non possono, anche se spesso ci zittiscono, essere decisivi come una volta.

Aldridge e Leonard: le punte dei "nuovi" Spurs (foto dal web)

Un nuovo equilibrio trovato non senza difficoltà. Perché Aldridge ha sofferto a lungo il sistema Popovich. Solo negli ultimi due mesi è sembrato davvero parte degli schemi. Che sono stati anche cambiati e smussati, proprio per cavalcare le sue spiccate caratteristiche, soprattutto in attacco.

Sistemato anche quest’ultimo ingranaggio, l’orologio ha ripreso a girare senza intoppi: Leonard spaziale un po’ ovunque, West, Diaw e Mills a dare energia e nuove soluzioni dalla panchina, il vecchio trio a dettare pallacanestro senza affanni e troppe pressioni. Insomma, tutti importanti e fondamentali. Persino Marjanovic.

Top: Kawhi Leonard. Migliore difensore della Lega per il secondo anno consecutivo, nonché attaccante cinque stelle super lusso. Dove abbia trovato questa qualità offensiva, lo sa solo lui. Isolamenti, jumper, penetrazioni, affidabilità da tre: giocatore di completezza sconvolgente.

Flop: nessuno/ al massimo Danny Green. In realtà non merita una bocciatura. E’ un anello essenziale della catena. Solo che non ha mai trovato continuità da fuori. Tutto qui. Ma fa tante altre cose di importanza capitale.

 

DALLAS MAVERICKS (42-40), voto 7.5


Il “gran rifiuto” estivo di DeAndre Jordan aveva spiazzato e costretto a rivedere i piani. In fretta e furia, tra l’altro. Dall’aggiunta di uno dei migliori centri della Lega, alla disperata rincorsa a gente che facesse numero e potesse dare sostanza.

Tentativo dopo tentativo, Cuban ha messo in mano a Carlisle una squadra con molte incognite, tanti operai ed elementi non più di primo pelo in cerca di riscatto.

Quadretto improbabile che, però, ha portato inaspettati dividendi. Pachulia e Mejri controllano il pitturato con poca eleganza ma tanta vitalità; Deron Williams e Felton, abbandonato il viale del tramonto, sono tornati ai vecchi fasti. Aggiungiamoci un Dirk Nowitzki epico, un Matthews in crescita, un Justin Anderson sorprendente e tanti altri segnali positivi (Barea solito peperino, David Lee subito negli schemi, ecc…), e il gioco è fatto. Per gran merito di Rick Carlisle, fine stratega e conoscitore del Gioco.

La qualificazione alla post season non era pronosticata. Per questo, è stata ancor più piacevole.

Roster alla mano, non è una squadra con gran futuro, ma professionalità e voglia di migliorarsi sempre non hanno età.

Top: Dirk Nowitzki. Tutti quegli anni e non sentirli. Sempre lo stesso modo di giocare e dominare. Magari con ancora meno atletismo e impegno difensivo (eterni punti deboli del tedesco), ma freddezza unica e classe ancor più immensa.

Flop: JaVale McGee. Vabbè, “troppo facile” direte voi. In effetti… Javalone nostro ha trovato un contratto per la stagione e, all’inizio, ha anche avuto minuti. Poi, dopo uno scivolone dietro l’altro, l’inevitabile esilio sul fondo della panca.


MEMPHIS GRIZZLIES (42-40), voto 6.5


Una stagione stranissima. Talmente frammentata che è persino difficile riassumerla in poche righe. Un susseguirsi di infortuni, periodi positivi e crisi che, comunque, non ha precluso la qualificazione ai playoff. La resilienza regala una sufficienza piena.

Andamento sinusoidale: partenza orrenda, riscatto perentorio, nuovo rallentamento dovuto agli infortuni, incredibile resurrezione (visto il roster), appagamento finale. Sembra uno scherzo, ma è andata così.

Ha deciso tutto il destino. Diciamo che la Dea bendata ha dato le spalle alla franchigia del Tennessee: fuori Gasol, fuori Conley, fuori Chalmers, acciacchi per Randolph e quasi tutto il resto della rosa.

Serie di sfortune a cui la dirigenza ha risposto, gioco forza, con un mercato attivissimo che ha ridisegnato il gruppo. Che ora appare talmente improbabile da sembrare irreale: Matt Barnes, Stephenson, Randolph, Farmar, Birdman… Accozzaglia di uomini e "caratterini" che suona come farsa.

Sgomitando, coach Joerger è comunque riuscito a reggere la baracca. Applausi per lui e un “in bocca al lupo” per l’anno prossimo, quando, quasi certamente, si ritroverà un roster nuovamente stravolto.

Top: Mike Conley. Solo 56 partite. Comunque sufficienti per dimostrare di essere una point-guard di eccellente livello. Nel periodo d’oro della stagione, è stato il trascinatore. Forse anche più di Marc Gasol.

Flop: Brandan Wright. Giocatore che tutti aspettano. Passa di squadra in squadra cercando l’occasione buona. Ha talento, atletismo e stima degli addetti ai lavori, ma anche una dose di jella niente male. Sempre rotto. Non riesce ad avere continuità.


HOUSTON ROCKETS (41-41), voto 6

Sufficienza dovuta esclusivamente alla sofferta qualificazione playoff, peraltro immeritata e last minute.

Una squadra prigioniera dei propri limiti che sorprende per la capacità di sprecare il grande potenziale a disposizione. Difetti enormi che, però, l’anno scorso non avevano impedito di arrivare sino alla finale di Conference.

James Harden: attaccante miciadiale, difensore imbarazzante (foto dal web)
A sto giro, invece, i texani hanno cominciato a pagare le proprie grane sin da subito: partenza orrenda e licenziamento di McHale, in rotta con spogliatoio e dirigenza. Bickerstaff al comando e la rimonta. Molto stentata e rallentata. Non a caso, è arrivato solo un ottavo posto.

Ma non si tratta di un allenatore piuttosto che di un altro. Questo gruppo non può andare lontano, perché si trascina atavici e irrisolvibili problemi: la mancanza di un vero leader, l’impalpabilità difensiva, la questione Howard, i blackout continui e repentini, un atteggiamento mai positivo e vincente.

E per girare pagina, magari in corsa, non serve aggiungere gente tipo Beasley o Josh Smith. Possono sì garantire punti, ma non quella serenità, tecnica ed emotiva, di cui avrebbe bisogno questo roster.

Idee troppo confuse, fuori e dentro il campo.

Top: James Harden. Non difende, forza tanti tiri, a volte gioca in infradito, non è una guida vocale, non fa spogliatoio. Ma, anche così, mette 30 punti a referto, smazza assist a ripetizione e schernisce qualsiasi avversario. Ha doti offensive immense e un talento sconfinato. Peccato che il pacchetto non sia completo.

Flop: Terrence Jones. Smith era andato ai Clippers, lasciando libero il posto da ala grande. Terrence, però, non ha fatto nulla per meritarsi la conferma in quintetto. Con Bickestraff, solo panchina. La sua storia a Houston sembra al capolinea.


NEW ORLEANS PELICANS (30-52), voto 4


In estate, la coraggiosa mossa: via il buon Monty Williams e squadra affidata ad Alvin Gentry, con la speranza di diventare i nuovi Warriors. Azzardo pazzesco, anche perché NOLA era reduce da un lodevole ottavo posto a ovest.

La scommessa non ha pagato. Anzi, è stata un suicidio. Non solo per colpa di Gentry. L’ex assistente di Kerr, infatti, ha dovuto fare i conti, da subito, con una serie di sfortune senza fine. Tutti rotti, uno dietro l’altro. Quintetto ideale sfaldato, panchina inesistente, necessità di mettere giocatori sotto contratto anche solo per arrivare a una decina di elementi. Quadro straziante, in cui è oggettivamente impossibile lavorare come da programma.

New Orleans ha buttato via un anno, senza mai avere la reale possibilità di migliorare e tradurre sul campo la filosofia del nuovo staff tecnico.

Poco da aggiungere: stagione quasi ingiudicabile.

Top: Anthony Davis. Come ovvio, il migliore dei suoi ogni volta che è sceso in campo (roba da 25 punti e 10 rimbalzi). Il problema è che ha allacciato gli scarpini solo 61 volte, confermando la sua cronica fragilità. La sua completa maturazione sta subendo un irritante rallentamento.

P.S. Considerando la continuità, merita di essere sottolineata l’egregia annata di Ryan Anderson.

Flop: Omer Asik. Imbarazzante e avulso da qualsiasi cosa. Vaga per il campo stile "The Walking Dead". 


Appuntamenti precedenti: 


lunedì 4 aprile 2016

The Play Of The Night: 4 aprile

Stagione poco memorabile quella di K.J. McDaniels. Perlomeno sin qui. Sempre in fondo alla panca, sperando in una chiamata per tentare di sfruttare al massimo il poco spazio concesso.

Nella gara di ieri sera tra i suoi Rockets e i Thunder, però, coach Bickerstaff gli ha dato un discreto minutaggio, complice anche l'atteggiamento rinunciatario di molti dei compagni che precedono l'ex Philly nelle rotazioni. Va anche detto, però, che McDaniels si è via via guadagnato fiducia grazie a un buon impatto sul match. Con tanto di giocata della notte. Che non ribalta il giudizio su un'annata da comprimario, ma, almeno, dimostra che lui c'è.

Bella partenza sul rivedibile close-out di Morrow e circus shot con reverse lay-up appoggiato al vetro per evitare il corpaccione di Adams e proteggersi con il ferro: complicato da descrivere a parole, pensate farlo...


venerdì 1 aprile 2016

The Play Of The Night: 1 aprile

Sgomberiamo subito il campo da qualsivoglia dubbio o critica: c'è un'infrazione di passi grande come una casa. Detto questo, la giocata di James Harden rimane una perla che merita, anzi stramerita, il titolo di migliore azione della notte.

Sfida tiratissima con i Bulls, in cui il Barba ha cercato in tutti i modi di trascinare i suoi Rockets. Ahi per lui, vanamente. Da lontano, penetrazioni, assist: il solito Harden insomma. Uomo di tecnica e fioretto, ma carenato da bulldozer e capace di spaccare in due il ferro. Come dimostra la già citata giocata da applausi: crossover ubriacante sul disorientato Dunleavy e chiusura a canestro non curandosi della presenza di uno stoppatore come Gasol.

Fenomeno vero.

mercoledì 23 marzo 2016

The Play Of The Night: 23 marzo

Come fermare quest'uomo? Non ho risposta alcuna. Ma, per fortuna, non è nemmeno compito mio.

Russell Westbrook piazza la sua quindicesima tripla-doppia stagionale e illumina il parquet di Oklahoma City con le sue giocate alla velocità della luce. Nella notte, almeno tre o quattro degne di essere la numero uno tra gli highlights.

La migliore in assoluto rimane, comunque, la penetrazione con inchiodata finale che fa tremare l'intera Chesapeake Arena: difesa (non estremamente arcigna) scardinata senza troppi problemi, un paio di passi di caricamento e su dritto al ferro per l'ormai caratteristica hammer jam senza pietà. Il tutto, in un battito di ciglia.


lunedì 25 gennaio 2016

The Play Of The Night: 25 gennaio

L'avventura ai Clippers non è andata benissimo. Il ritorno ai Rockets, invece, sembra essere cominciato con il passo giusto.

Josh Smith ritrova Houston e, quasi all'improvviso, anche il talento e, soprattutto, la voglia. Triple, assist, stoppate, trash talking... Il J-Smooth che conosciamo. Ovviamente, con annessi difetti. E non sono pochi.

Ma se sul carattere dell'ex Hawks possiamo discutere a lungo, in pochi dissentono sul suo effettivo valore tecnico. Se in serata, può fare la differenza.

Ieri, nel derby tra Houston e Dallas, ha messo la sua firma. In generale sul risultato finale (vittoria Rockets) e, più nello specifico, sulla classifica delle azioni più belle della notte.

Al minuto 1.12 del video qui sotto trovate la sua linea di fondo più inchiodata mancina che gli vale il premio di "migliore giocata della serata". Però vi do un consiglio: guardatevi tutto gli highlights; meritano.


mercoledì 30 dicembre 2015

The Play Of The Night: 30 dicembre

Paul Millsap si sta rendendo protagonista di una stagione maiuscola. Un pò sottotraccia, silente come sempre, lontano dai riflettori riservati ai supercampioni. Ma questa è la un pò la natura di questo splendido giocatore, decisivo e incisivo quanto alcuni colleghi ben più acclamati.

Sono dunque felice che l'highlight della notte sia suo. Anche perchè è un manifesto di ciò che l'ex Jazz può e sa fare: giocata difensiva di intensità, voglia, tempismo e sacrificio. Una doppia stoppata, su Ariza e Howard, che sigilla la vittoria Hawks sui Rockets e ci fa amare sempre più il #4. 

mercoledì 23 dicembre 2015

I Rockets mettono Lawson sul mercato, ma il telefono di Morey continua (e continuerà) a tacere


Arrivato in estate a Houston come ultimo e decisivo tassello per puntare al titolo, Ty Lawson è ora ai margini del progetto dei Rockets (ammesso ci sia). Messo sul mercato, pronto a essere ceduto o scambiato.


Ty Lawson durante la sua presentazione a Houston

Un fallimento figlio della crisi della franchigia, ma anche dell’innegabile involuzione del play ex Nuggets, rovinatosi anche con le proprie mani. E vedremo il perché.

E pensare che, comunque, coach McHale gli aveva dato fiducia, facendogli cominciare l’annata in quintetto, in contumacia Beverley, per favorire la convivenza con Harden e gli altri. Più che altro, ahi loro, si è rivelata una forzatura. 

Un disegno di squadra che era sembrato perlomeno azzardato già al momento dell’annuncio del suo passaggio in Texas: un regista atipico (e già chiamarlo “regista”…), con talento ma tatticamente discutibile, in una delle franchigie più anarchiche e confusionarie della Lega. Perché, sì, diciamolo chiaro: Houston era arrivata fino alla finale di Conference, ma, più che altro, per merito dei singoli (se non del singolo barbuto) e non per una filosofia di basket corale e innovativa.

Sarebbe servito un playmaker "tradizionale", meno scorere più votato all’assist e alla gestione del ritmo e dei movimenti. Perché tanto, e lo sanno tutti, ai Rockets non mancano elementi con tanti punti nelle mani. 

La scelta di Lawson, dunque, è sembrata contraddire il buon senso; ma tant’è.

Come detto, il prodotto di North Carolina ha avuto sin da subito l’occasione di prendersi le chiavi di Houston. Come avrete già intuito, non è stato un successo.

Qualche partita discreta, poi il vistoso calo. Lasciando perdere le statistiche personali, che dicono qualcosa ma non tutto, a colpire sono i dati riguardanti il suo impatto sulla squadra: con Lawson in campo a lungo, i Rockets hanno sempre avuto un net rating nettamente negativo. Nelle due partite di ottobre, 36 minuti di media e -19; in novembre, con minutaggio già sceso a 28 minuti, -10.

Ciò non significa che tutti i mali dei biancorossi siano legati a Lawson, anzi. I problemi tecnici, tattici e mentali erano moto più profondi. Tanto da arrivare all’allontanamento di McHale.

L’ex coach aveva comunque già intuito che la presenza di Ty in quel quintetto non avrebbe portato poi a molto, contraddicendo il proprio azzardo iniziale. Non ci voleva un genio per capirlo: l’ennesimo mangiapalloni in un gruppo con Harden, Howard e compagnia bella. Non esattamente i big three meglio assortiti della storia. 

Da lì l’idea di dare meno spazio a Lawson (soprattutto dopo il ritorno di Beverley), che, di suo, non ha fatto molto per ribaltare il corso delle cose. Inizio timido ma nemmeno troppo drammatico, da poco più di 10 punti e 5 assist di media. Purtroppo per lui, con un sospettoso 28% dal campo. Poi, con l’incedere di novembre, sotto la doppia cifra nei punti e meno di 5 assist a gara. Per uno che dovrebbe essere un play maker di rango, davvero troppo poco. 

Lawson in questi primi tre mesi di stagione (via nba.com)






Via McHale, dentro Bickerstaff, le cose non sono cambiate; anzi. L’idea del coach ad interim, e immagino anche del G.M. Morey, è stata quella di dare il più possibile un po’ di logica e “normalità” alla sgangherata compagine, finita nei bassifondi della Lega. Dunque, Lawson sempre più in fondo alla panchina. Tanto che non se ne è avuta più traccia, o quasi, se non per la notizia della sospensione per due gare a causa della vecchia vicenda (non un caso isolato) dell’anno scorso, quando, in luglio, fu pizzicato ubriaco al volante per le strade di Los Angeles. 

Fu probabilmente quello il turning point della storia recente del nativo di Clinton, nel Maryland. Denver, sua squadra di allora, cominciò a pensare che il ragazzo avesse problemi irrisolvibili e che, senza un tempestivo intervento, la franchigia ne avrebbe pagato le conseguenze. Gli avevano abbuonato la stessa stupidaggine pochi mesi prima (arrestato per DUI nella stessa Denver); ma ora basta. 

Lawson dopo l'arresto

Tanti, troppi i dubbi sul Lawson uomo, ancor prima che sul Lawson giocatore. Come se le due cose non fossero legate tra loro. Nel Colorado ci si chiedeva se un ragazzo così inaffidabile potesse essere un vero leader. “Sarà in grado di prendere in mano lo spogliatoio? Soprattutto, lo spogliatoio lo seguirà?”.   

“No”. Questa la risposta. 

“Ty non ha dimostrato quello che vorresti dal leader della tua squadra e di un ragazzo che ne ha avuto l’opportunità. Non ha dimostrato la leadership che la squadra avrebbe voluto” dichiarò il vecchio saggio Chauncey Billups poche ore dopo il draft, quando si capì che il futuro dell’ex Tar Hell sarebbe stato lontano da Denver. La scelta di Mudiay non fu che un’ulteriore imbeccata. “E adesso hai un giovane ragazzo di nome Mudiay che, per me, ha la chance di diventare una star della Lega. Per ora il migliore giocatore della squadra è Ty Lawson. Se sei un giovane giocatore, di 19-20 anni, spesso cerchi di emulare dentro e fuori dal campo il miglior giocatore della tua squadra perché, un giorno, vorresti essere come lui. Quindi penso che, per il bene di Mudiay, sia meglio vendere Lawson”, sentenziò Chauncey.

Tutto più che condivisibile: Lawson non può essere un esempio per una matricola. Ma è vero anche che, nella passata stagione, è stato il faro dei Nuggets. Con Gallinari più in infermeria che in campo, e team in piena deriva tecnica, costata il posto a Casey, Ty fu l’unico dei Nuggets a emergere. Numeri finali. di assoluto livello: 15 punti e ben 9.6 assist di media. Fino al fine di gennaio fu protagonista assoluto, imponendosi (e non esagero), come una delle point guard più costanti ed efficaci della NBA. 

“Certo”, obietterete giustamente, “in un panorama desolante e senza capo né coda” (in effetti, così si presentavano quei Nuggets), ma tant’è. Seguendo con costanza l’evolversi della Northwest Division per DailyBasket (scrivo ancora lì, giusto per autospammarmi), non ho potuto ignorare quanto di buono Lawson facesse. Che poi le cifre dicano poco e che lui non sia mai stato un eccelso uomo squadra, beh, mi sembra di averlo già accennato.

Ho anche detto, solo qualche riga più su, che fu un fattore assoluto “fino a gennaio”. Negli ultimi tre mesi di campionato, infatti, cominciò la parabola discendente poi prolungatasi anche in questo 2015/2016. Guarda caso, dopo il primo scivolone dovuto all’alcol. 

Lawson nella passata stagione (via nba.com)

Crisi da cui non si è più ripreso. La sua immagine è scesa sempre più. La Lega non te lo perdona. Se vieni etichettato in un certo modo, hai voglia a toglierti quel fardello di dosso…  

Non lo voleva nessuno. Poi si fece l’affare con i Rockets.

Ora la storia si ripete, solo che: uno, non porta in dote credenziali tecniche incoraggianti; due, non ci sono più franchigie disposte a dargli un’altra chance. E, aggiungerei, ha sempre quel piccolo ma terribilmente ingombrante neo di un contratto, in scadenza dopo la prossima stagione, di 12 milioni di dollari (13 non garantiti nel 2016/2017). Per un panchinaro indisciplinato, troppa roba. 

Houston l’ha messo su piazza e sta cercando interlocutori interessati. Eh, buona fortuna! Come testimoniato dagli addetti ai lavori d’oltreoceano, il telefono di Morey tace. E tacerà.

Anche provando a fantasticare, così giusto per farsi qualche volo mentale, non si capisce chi possa volerlo. A quelle cifre, in questo stato, ora come ora. Houston tenta di far leva su quell’ultimo anno di accordo non garantito, ma la strategia non sembrerebbe pagare dividendi.   

Il caro e venerabile George Karl ha dichiarato (fonte CBS), non più tardi di una giornata fa, che esisterebbe una squadra a cui farebbe molto comodo una guardia con punti nelle mani ed esperienza: gli inenarrabili Sixers. Della serie “affondiamoli del tutto”. E’ vero: Colangelo vuole portare a Philadelphia qualche veterano solido e credibile. Lawson rispecchia il profilo ricercato? Mah.

E se dietro le parole di Karl si nascondesse una tattica per portarselo a Sacramento? D’altronde l’ha già avuto a Denver, con buoni risultati, e in estate c’erano stati contatti (“Ve lo dico io: vado a Sacramento” dichiarò la notte del draft). In realtà no, anche la pista Kings sembra poco perseguibile. L’ha ammesso (sempre fonte CBS) lo stesso Morey: “L’unica franchigia che potrebbe essere interessata ha già Rajon Rondo” . E nella Eastern Conference “non c’è mercato”. 


Facile intuire come andrà a finire: salvo sorprese, Lawson resterà dov’è, per essere messo di nuovo in vetrina la prossima estate, quando il suo ultimo anno di contratto non garantito potrebbe affascinare qualche G.M. alla ricerca di inaspettati colpacci. 

Caro Ty, accetta un consiglio: abbassa il gomito, datti una sistemata e salva il salvabile.

venerdì 18 dicembre 2015

The Play Of The Night: 18 dicembre

Che bella sorpresa! Sinceramente, non avrei mai pensato di vedere Kobe Bryant griffare la miglior giocata della notte. Perlomeno, questo Kobe Bryant.

Il Mamba, però, si sta divertendo un bel pò, tra un saluto al pubblico, un abbraccio con eterni avversari e momenti amarcord. Gioca col cuore leggero, dispensando sorrisi e facce comiche.

E allora può anche capitare che, un pò dal nulla, ti salti fuori una schiacciatona simile a quelle dei bei tempi: penetrazione (Ariza difende in maniera pessima), un palleggio e su verso il canestro, incurante della presenza di Capela.

Che dire? Lacrimoni.

mercoledì 16 dicembre 2015

The Play Of The Night: 16 dicembre

Altro giro, altra posterizzata.

Rudy Gay confeziona la giocata più spettacolare della notte travolgendo Patrick Beverley. Comunque encomiabile, visto che ha tentato in ogni modo di prendersi lo sfondamento nonostante gli stesse arrivando addosso un treno in corsa.

Tutto in campo aperto, dopo la persa da Harden che ha lanciato la ripartenza 3 vs. 1 dei Kings. Gay guida il contropiede e cede a Casspi, che gli ridà palla quando il numero #8 è all'altezza del tiro libero. Da lì, due bei passoni, lo stacco e il volo, passeggiando sopra l'avversario e affondando nel ferro.


mercoledì 9 dicembre 2015

The Play Of The Night: 9 dicembre

Quella di Thomas Robinson non è una schiacciata perfetta. Sembra quasi incompleta, visto che la palla sembra quasi lanciata nel cesto. Insomma, si stacca dalle manone un pò troppo presto.

Dettagli. L'inchiodata in testa a Capela vale al giocatore dei Nets il premio per la miglior giocata della notte. Troppo intensa, spettacolare e roboante per passare inosservata.

Capela va su bene per la stoppata, tanto da sporcare leggermente l'azione di Robinson, che, però, ha energia e rabbia per portarla fino in fondo. Il risultato è d'impatto, come ribadisce l'esultante panchina di Brooklyn.

giovedì 3 dicembre 2015

Butto lì le prime pagelle di questa stagione NBA - Southwest Division

E’ passato poco dall’inizio di questa stagione. Un mese circa: nulla se pensiamo a quanto dura quella dolce maratona detta NBA. Tuttavia, siamo in quel momento in cui è possibile tirare i primi bilanci, acerbi ma non troppo, e renderci conto di quali squadre stanno deludendo, quali convincendo e quali, infine, devono cambiare rotta per non buttar via l’annata.

Ripeto: una ventina di partite è poco, ma anche sufficiente per farsi un’idea. Cercherò, dunque, di analizzare Division per Division l’andamento delle varie franchigie, dando un voto (valutazione stupida e limitante, ma facile e immediata) a ciascuna e indicando quale giocatore sta rispettando(o addirittura superandole) le aspettative e quale, invece, le sta deludendo.

Ok? Ci siamo? Tutto molto semplice direi. 


Appuntamenti precedenti: 

Atlantic Division
Southeast Division 
Northwest Division 
Pacific Division


SOUTHWEST DIVISION


 

Dallas Mavericks, voto 7.5


Vista la movimentata estate, tra un parziale rebuilding e il "gran rifiuto" di DeAndre Jordan, ci si aspettava una stagione di mediocre profilo. Invece, i texani hanno sorpreso tutti cominciando l’annata alla grande. Poi qualche sconfitta in fila che, però, non rovina quanto di buono è stato fatto.

Cavalcando un Dirk in spolvero, soprattutto come percentuale dal campo, e un Deron Williams ritornato su buonissimi livelli, Carlisle sta costruendo una squadra operaia ma con sprazzi di talento, senza super stelle (almeno come cifre) ma tanti lottatori.

Senza pressioni e particolari ambizioni, questa Dallas può togliersi qualche bella soddisfazione. Viste le difficoltà inaspettate di altre franchigie, non è impossibile sperare nei playoff. 

Top: Dirk Nowitzki – Detto che anche D-Will meriterebbe lode, il tedescone si sta confermando, una volta di più, il leader indiscusso della squadra, sia per tecnica che per carisma. In 30 minuti, “solo” 17.5 punti di media, ma tirando divinamente: 50.4% dal campo, 44.6% da tre e 90.6 ai liberi.

Flop: Devin Harris – Esce dalla panchina e ha meno spazio rispetto alle passate stagioni. Ecco spiegate le cifre poco esalanti. Paga la crescita di Williams ma, un po’ a sorpresa, anche la presenza di Felton. Spesso viene accantonato.


Houston Rockets, voto 4.5


Inizio imbarazzante, condito di sconfitte e prestazioni indecenti. Per pochezza tecnica e tattica, ma anche a causa di un atteggiamento autolesionista, poco professionale e deleterio.
Sembrava che non volessero giocare e che, tutto sommato, poco gli importasse di perdere.

Crisi che ha portato all’allontanamento di McHale, sostituito dal suo vice Bickerstaff.

Le cose non sono cambiate poi molto, anche se si è visto qualcosa in più, soprattutto da Harden. I numeri, sempre impietosi, parlano di un gruppo ancora nel mezzo di un vortice negativo che rischia di segnare indelebilmente la stagione.

Houston attacca male e difende peggio. Anzi, non difende proprio. Aggrappata a un gioco di isolamenti che ormai rende il giusto e alla speranza che il “Barba” estragga sempre il coniglio dal cilindro. A volte ci prova e ci riesce; peccato che la mancanza di applicazione e grinta nella propria metà campo renda tutto inutile.

Top: James Harden - Nonostante un atteggiamento da schiaffi, specialmente quando c'è da difendere, non si può negare che sia lui la stella della squadra. Giocando male ne mette 20 come nulla fosse. Ancora, però, c'è da lavorare. Più che altro, è sintomatico il fatto che si parli quasi esclusivamente delle sue dormite difensive.

Flop: Ty Lawson – Preso in estate per colmare il vuoto nel ruolo di play, è stato spedito in panchina dopo pochi match. Non ha il fosforo e le caratteristiche per aiutare il gioco di questi Rockets. Non a caso, si parla già di un’ipotesi trade. 

 

 

San Antonio Spurs, voto 8.5


L’arrivo di Aldridge ha inciso sui collaudatissimi schemi di una squadra abituata a giocare a memoria. Ancora c’è qualcosa da sistemare, ma Pop sa il fatto suo, il gruppo anche e Aldridge è giocatore intelligente.

Più isolamenti per l’ex Portland, un ritorno a due torri nel pitturato e responsabilità sempre maggiori per Leonard: queste le nuove chiavi in un attacco che, comunque, sa predicare basket.

In difesa, poi, le cose non hanno fatto che migliorare. La chiave di questo ottimo inizio dei nero-argento sta proprio nella solidità in fase di contenimento. Sugli esterni ci sono uomini in grado di cambiare su tutti e stoppare ogni tentativo avversario, mentre, nel pitturato, Duncan e Aldridge intimoriscono chiunque.

Aspettando che l’attacco si affini ancor di più, sono i 90 punti a partita concessi agli avversari che fanno la differenza.

Top: Kawhi Leonard – Si può essere i più incisivi su entrambi i lati del campo? Sì, se sei Kawhi Leonard. Alle straordinarie doti difensive, sta aggiungendo, di partita in partita, una crescente consapevolezza nei propri mezzi offensivi. E adesso crea dal palleggio, spara da tre, va dritto al ferro e mette 20 punti a partita come nulla fosse.

Flop: Kyle Anderson – Visto il talento, e l’ottima Summer League, mi aspettavo qualcosa in più. Pensavo riuscisse ad avere più impatto nelle rotazioni. Invece, qualche errore e distrazione di troppo hanno fatto perdere la pazienza a Popovich, che, ormai, gli fa vedere il campo solo per una decina di minuti.

 

Memphis Grizzlies, voto 6+


Prime settimane da 4, ultimo periodo 8.5. Ecco perché la sufficienza stentata. Ma i Grizzlies, ne sono certo, sono destinati a migliorare.

E’ che l’inizio di stagione è stato davvero disastroso: squadra lentissima, molle, impacciata, impalpabile in attacco e stranamente fragile in difesa. C’era la sensazione che il gioco compassato e trotterellato tipico di Joerger stesse diventando un boomerang.

Ma va anche detto che gli uomini chiave non stavano rendendo al massimo: Gasol avulso, Randolph sprecone, Lee impreciso e tanti dubbi su chi dovesse completare il quintetto. Il solo Conley si è sempre mantenuto su alti standard. Anzi, conoscendone le caratteristiche, si è anche sforzato di prendersi maggiori responsabilità.

Poi l’arrivo di Chalmers (un pò di follia che serviva), Green in quintetto, la crescita di Barnes e quel pizzico di velocità in più messa sul campo. Tutto è andato migliorando e, ora, i Grizzlies sono tornati competitivi e vivi.

Il record è in positivo: una volta trovati gli equilibri giusti, ci sarà ancora margine di crescita.

Top: Mike Conley – Come accennato, anche nelle avversità è sembrato l’unico “sul pezzo”. Rispetto agli anni scorsi, inoltre, mette più aggressività e intraprendenza in attacco. Uomo fondamentale.

Flop: Vince Carter – Grazie agli acciacchi di Randolph ha trovato un po’ di spazio in più, ma rimane la sensazione che, ahimè, Vincredible sia al termine della sua straordinaria carriera.

 

New Orleans Pelicans, voto 4.5


Alvin Gentry è arrivato in estate per esaltare le caratteristiche del gruppo e portare nella Louisiana il basket vincente dei Warriors. Nulla di tutto ciò è stato visto dalle parti di New Orleans. Per buona pace di Monty Williams, sacrificato a sorpresa dopo aver conquistato degli inaspettati playoff.

Tanta confusione, pochi risultati e troppe figuracce. C’è da dire, ed è un alibi gigantesco, che gli infortuni hanno decimato la rosa, costringendo lo staff tecnico ad affidarsi a giocatori che, sulla carta, avrebbero dovuto fare numero e nulla più. Mettiamoci pure che Anthony Davis ha dovuto saltare qualche match, e la frittata è fatta.

Tre settimane di oblio. Poi 3 vittorie in 4 partite, grazie a Davis, un solidissimo Anderson e un sorprendente Ish Smith. Si pensava a una lenta ma costante risalita. Diciamo che, per ora, sta rimanendo molto ma molto lenta. Anzi, non si capisce nemmeno se sia una risalita.

Da un paio di gare è tornato anche Evans. Dunque, il roster pare quasi al completo. Da qui a fine anno (solare) si capirà se il progetto Gentry sia stato un giusto azzardo.   

Top: Anthony Davis – Troppo facile, troppo scontato. Ma tant’è: ogni volta che mette piede in campo, e ci rimane, dimostra di essere un potenziale MVP. E ha mantenuto fede alle promesse: adesso tira anche da tre con buona efficacia.

Flop: Omer Asik – Ha uno stipendio pesante, tanta considerazione e un posto quasi fisso in quintetto. Io, però, non riesco a giustificare nessuna delle tre cose. Mi sembra sempre molle e svogliato, per non parlare dell’inutilità offensiva. Per me, un mistero.

lunedì 30 novembre 2015

The Play Of The Night: 30 novembre

Stavolta Superman è tornato Superman; ma per davvero.

Dwight Howard sale sul gradino più alto della notte grazie a una di quelle inchiodate che l'hanno reso celebre: alley-oop di rara potenza, violenza (sportiva), atletismo e spettacolarità.

A farne le spese il povero Kristaps Porzingis che, nonostante sia lunghissimo (221 cm), si vede volare in testa il #12 dei Rockets, ben servito da Marcus Thornton.

mercoledì 18 novembre 2015

Kevin McHale: allenatore rivedibile, giocatore leggendario

Kevin McHale esonerato dagli Houston Rockets. Alzi la mano chi è sorpreso (senza barare).

In effetti, non si può dare torto alla dirigenza texana. I biancorossi, a prescindere da tutti i limiti tecnici e, soprattutto, mentali del proprio roster, stavano sprofondando in una sprirale poco confortante. Record di 4-7, una striscia aperta di 4 sconfitte consecutive e un gioco inesistente. Un'involuzione che andava fermata, anche con decisioni drastiche.

McHale non dava più l'idea di avere la squadra in mano, prigioniero di una filosofia di gioco poco chiara e troppo legata alle fortune, o sfortune, di un paio di interpreti. Se non solo uno: James Harden.

Ma vabbè, non mi va di entrare nello specifico (ammesso ne sia capace) della crisi tecnico-tattica di Houston. Questo è un post che vuole essere di conforto per l'ormai ex coach. O meglio, che lo vuole riabilitare agli occhi di tutti. E il modo migliore per farlo è, senza dubbio, ricordare chi era McHale prima di diventare allenatore.

Era un giocatore strepitoso, capace di scrivere la storia del Gioco con i fantastici Celtics versione anni Ottanta di cui era simbolo e trascinatore insieme a Larry Bird e Robert Parish: un trio che, fino a pochi giorni fa, era il più vincente all-time (superati da Manu-Timmy-Tony).

Un'ala grande com tutti i suoi crismi: fisico (circa 2.08), tecnica, carattere, talento difensivo e offensivo. Uno da All Star Game e Hall Of Fame che, ancora oggi, viene preso come esempio e punto di riferimento.

Gustatevelo, cercando di dimenticarvi per un attimo che, al contrario, come allenatore non è sembrato proprio leggendario.

domenica 8 novembre 2015

The Play Of The Night: 8 novembre

I Los Angeles Clippers si sono arresi agli Houston Rockets di un devastante da James Harden (43 punti).

Ma che si vinca o si perda, una cosa è sicura: quando in campo ci sono i losangelini, fioccano gli highlights spettacolari.

Così è stato anche stanotte. Protagonista, una volta di più, DeAndre Jordan, capace di volare tanto in alto da non sembrare reale. Una schiacciata al volo in piena estensione che fa impallidire i migliori saltatori in alto del mondo. L'assist di Stephenson, infatti, non è perfetto, ma se hai le gambe, le braccia e l'esplosività del #6, nulla è impossibile...

sabato 24 ottobre 2015

The Play Of the Night: 24 ottobre

La giocata più bella della notte è un inno al gioco di squadra, alla fantasia e ai fondamentali del basket, così come dovrebbe essere.

Ovviamente, non poteva che portare la firma dei San Antonio Spurs. E di mezzo c'è ancora lo zampino dei soliti fenomeni neroargento: Manu Ginobili e Tim Duncan.

Nel match contro i Rockets, i due veteranissimi hanno dato ulteriore prova di come, anche alla soglia dei 40 e con 20 anni di NBA sulle spalle, si possa predicare basket. E che i due si conoscano e si trovino a occhi chiusi era cosa nota, ma che continuino a farlo anche con le molte primavere... Beh, poesia in movimento.