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venerdì 22 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Southwest Division


SAN ANTONIO SPURS (67-15), voto 9.5


Le imprese dei Warriors hanno catalizzato l’attenzione globale, ma è stato impossibile ignorare quanto fatto dagli Spurs. Solo quindici sconfitte, con un record casalingo di 40-1 impreziosito da uno scarto medio di circa 15 punti. Inoltre, l’onore di poter essere considerati, numeri alla mano, la miglior difesa della storia NBA.

Capite da soli che si sta parlando di una stagione pazzesca. A maggior ragione se si pensa che questo è, a tutti gli effetti, un anno di svolta per i texani: i vecchi saggi, infatti, hanno ufficialmente lasciato la leadership tecnica della squadra alle “nuove leve”, Kawhi Leonard e LaMarcus Aldridge. Duncan, Parker e Ginobili vigilano e controllano lo spogliatoio, ma non possono, anche se spesso ci zittiscono, essere decisivi come una volta.

Aldridge e Leonard: le punte dei "nuovi" Spurs (foto dal web)

Un nuovo equilibrio trovato non senza difficoltà. Perché Aldridge ha sofferto a lungo il sistema Popovich. Solo negli ultimi due mesi è sembrato davvero parte degli schemi. Che sono stati anche cambiati e smussati, proprio per cavalcare le sue spiccate caratteristiche, soprattutto in attacco.

Sistemato anche quest’ultimo ingranaggio, l’orologio ha ripreso a girare senza intoppi: Leonard spaziale un po’ ovunque, West, Diaw e Mills a dare energia e nuove soluzioni dalla panchina, il vecchio trio a dettare pallacanestro senza affanni e troppe pressioni. Insomma, tutti importanti e fondamentali. Persino Marjanovic.

Top: Kawhi Leonard. Migliore difensore della Lega per il secondo anno consecutivo, nonché attaccante cinque stelle super lusso. Dove abbia trovato questa qualità offensiva, lo sa solo lui. Isolamenti, jumper, penetrazioni, affidabilità da tre: giocatore di completezza sconvolgente.

Flop: nessuno/ al massimo Danny Green. In realtà non merita una bocciatura. E’ un anello essenziale della catena. Solo che non ha mai trovato continuità da fuori. Tutto qui. Ma fa tante altre cose di importanza capitale.

 

DALLAS MAVERICKS (42-40), voto 7.5


Il “gran rifiuto” estivo di DeAndre Jordan aveva spiazzato e costretto a rivedere i piani. In fretta e furia, tra l’altro. Dall’aggiunta di uno dei migliori centri della Lega, alla disperata rincorsa a gente che facesse numero e potesse dare sostanza.

Tentativo dopo tentativo, Cuban ha messo in mano a Carlisle una squadra con molte incognite, tanti operai ed elementi non più di primo pelo in cerca di riscatto.

Quadretto improbabile che, però, ha portato inaspettati dividendi. Pachulia e Mejri controllano il pitturato con poca eleganza ma tanta vitalità; Deron Williams e Felton, abbandonato il viale del tramonto, sono tornati ai vecchi fasti. Aggiungiamoci un Dirk Nowitzki epico, un Matthews in crescita, un Justin Anderson sorprendente e tanti altri segnali positivi (Barea solito peperino, David Lee subito negli schemi, ecc…), e il gioco è fatto. Per gran merito di Rick Carlisle, fine stratega e conoscitore del Gioco.

La qualificazione alla post season non era pronosticata. Per questo, è stata ancor più piacevole.

Roster alla mano, non è una squadra con gran futuro, ma professionalità e voglia di migliorarsi sempre non hanno età.

Top: Dirk Nowitzki. Tutti quegli anni e non sentirli. Sempre lo stesso modo di giocare e dominare. Magari con ancora meno atletismo e impegno difensivo (eterni punti deboli del tedesco), ma freddezza unica e classe ancor più immensa.

Flop: JaVale McGee. Vabbè, “troppo facile” direte voi. In effetti… Javalone nostro ha trovato un contratto per la stagione e, all’inizio, ha anche avuto minuti. Poi, dopo uno scivolone dietro l’altro, l’inevitabile esilio sul fondo della panca.


MEMPHIS GRIZZLIES (42-40), voto 6.5


Una stagione stranissima. Talmente frammentata che è persino difficile riassumerla in poche righe. Un susseguirsi di infortuni, periodi positivi e crisi che, comunque, non ha precluso la qualificazione ai playoff. La resilienza regala una sufficienza piena.

Andamento sinusoidale: partenza orrenda, riscatto perentorio, nuovo rallentamento dovuto agli infortuni, incredibile resurrezione (visto il roster), appagamento finale. Sembra uno scherzo, ma è andata così.

Ha deciso tutto il destino. Diciamo che la Dea bendata ha dato le spalle alla franchigia del Tennessee: fuori Gasol, fuori Conley, fuori Chalmers, acciacchi per Randolph e quasi tutto il resto della rosa.

Serie di sfortune a cui la dirigenza ha risposto, gioco forza, con un mercato attivissimo che ha ridisegnato il gruppo. Che ora appare talmente improbabile da sembrare irreale: Matt Barnes, Stephenson, Randolph, Farmar, Birdman… Accozzaglia di uomini e "caratterini" che suona come farsa.

Sgomitando, coach Joerger è comunque riuscito a reggere la baracca. Applausi per lui e un “in bocca al lupo” per l’anno prossimo, quando, quasi certamente, si ritroverà un roster nuovamente stravolto.

Top: Mike Conley. Solo 56 partite. Comunque sufficienti per dimostrare di essere una point-guard di eccellente livello. Nel periodo d’oro della stagione, è stato il trascinatore. Forse anche più di Marc Gasol.

Flop: Brandan Wright. Giocatore che tutti aspettano. Passa di squadra in squadra cercando l’occasione buona. Ha talento, atletismo e stima degli addetti ai lavori, ma anche una dose di jella niente male. Sempre rotto. Non riesce ad avere continuità.


HOUSTON ROCKETS (41-41), voto 6

Sufficienza dovuta esclusivamente alla sofferta qualificazione playoff, peraltro immeritata e last minute.

Una squadra prigioniera dei propri limiti che sorprende per la capacità di sprecare il grande potenziale a disposizione. Difetti enormi che, però, l’anno scorso non avevano impedito di arrivare sino alla finale di Conference.

James Harden: attaccante miciadiale, difensore imbarazzante (foto dal web)
A sto giro, invece, i texani hanno cominciato a pagare le proprie grane sin da subito: partenza orrenda e licenziamento di McHale, in rotta con spogliatoio e dirigenza. Bickerstaff al comando e la rimonta. Molto stentata e rallentata. Non a caso, è arrivato solo un ottavo posto.

Ma non si tratta di un allenatore piuttosto che di un altro. Questo gruppo non può andare lontano, perché si trascina atavici e irrisolvibili problemi: la mancanza di un vero leader, l’impalpabilità difensiva, la questione Howard, i blackout continui e repentini, un atteggiamento mai positivo e vincente.

E per girare pagina, magari in corsa, non serve aggiungere gente tipo Beasley o Josh Smith. Possono sì garantire punti, ma non quella serenità, tecnica ed emotiva, di cui avrebbe bisogno questo roster.

Idee troppo confuse, fuori e dentro il campo.

Top: James Harden. Non difende, forza tanti tiri, a volte gioca in infradito, non è una guida vocale, non fa spogliatoio. Ma, anche così, mette 30 punti a referto, smazza assist a ripetizione e schernisce qualsiasi avversario. Ha doti offensive immense e un talento sconfinato. Peccato che il pacchetto non sia completo.

Flop: Terrence Jones. Smith era andato ai Clippers, lasciando libero il posto da ala grande. Terrence, però, non ha fatto nulla per meritarsi la conferma in quintetto. Con Bickestraff, solo panchina. La sua storia a Houston sembra al capolinea.


NEW ORLEANS PELICANS (30-52), voto 4


In estate, la coraggiosa mossa: via il buon Monty Williams e squadra affidata ad Alvin Gentry, con la speranza di diventare i nuovi Warriors. Azzardo pazzesco, anche perché NOLA era reduce da un lodevole ottavo posto a ovest.

La scommessa non ha pagato. Anzi, è stata un suicidio. Non solo per colpa di Gentry. L’ex assistente di Kerr, infatti, ha dovuto fare i conti, da subito, con una serie di sfortune senza fine. Tutti rotti, uno dietro l’altro. Quintetto ideale sfaldato, panchina inesistente, necessità di mettere giocatori sotto contratto anche solo per arrivare a una decina di elementi. Quadro straziante, in cui è oggettivamente impossibile lavorare come da programma.

New Orleans ha buttato via un anno, senza mai avere la reale possibilità di migliorare e tradurre sul campo la filosofia del nuovo staff tecnico.

Poco da aggiungere: stagione quasi ingiudicabile.

Top: Anthony Davis. Come ovvio, il migliore dei suoi ogni volta che è sceso in campo (roba da 25 punti e 10 rimbalzi). Il problema è che ha allacciato gli scarpini solo 61 volte, confermando la sua cronica fragilità. La sua completa maturazione sta subendo un irritante rallentamento.

P.S. Considerando la continuità, merita di essere sottolineata l’egregia annata di Ryan Anderson.

Flop: Omer Asik. Imbarazzante e avulso da qualsiasi cosa. Vaga per il campo stile "The Walking Dead". 


Appuntamenti precedenti: 


mercoledì 27 gennaio 2016

The Play Pf The Night: 27 gennaio

Mi sembra che quel vecchietto biondo con la maglia #41 abbia ancora qualcosina da dare a questo sport.

Dirk Nowitzki, oggi come ieri, decisivo con i jumper. Una sentenza che batterà cassa sino all'ultimo minuto speso sul parquet dal fenomeno tedesco.

Contro i Lakers, questa notte, un'azione vista e rivista migliaia di volte: isolamento, parteza spalle a canestro, un paio di palleggi e tiretto dalla media ad altezza inarrivabile e con parabola infinita. Ovviamente solo rete, per il 92-90 finale per i suoi Mavericks.

Il tutto in faccia al caro avversario Kobe, in borghese, che, da grande uomo di sport, si complimenta con l'antagonista di tante battaglie.


giovedì 3 dicembre 2015

Butto lì le prime pagelle di questa stagione NBA - Southwest Division

E’ passato poco dall’inizio di questa stagione. Un mese circa: nulla se pensiamo a quanto dura quella dolce maratona detta NBA. Tuttavia, siamo in quel momento in cui è possibile tirare i primi bilanci, acerbi ma non troppo, e renderci conto di quali squadre stanno deludendo, quali convincendo e quali, infine, devono cambiare rotta per non buttar via l’annata.

Ripeto: una ventina di partite è poco, ma anche sufficiente per farsi un’idea. Cercherò, dunque, di analizzare Division per Division l’andamento delle varie franchigie, dando un voto (valutazione stupida e limitante, ma facile e immediata) a ciascuna e indicando quale giocatore sta rispettando(o addirittura superandole) le aspettative e quale, invece, le sta deludendo.

Ok? Ci siamo? Tutto molto semplice direi. 


Appuntamenti precedenti: 

Atlantic Division
Southeast Division 
Northwest Division 
Pacific Division


SOUTHWEST DIVISION


 

Dallas Mavericks, voto 7.5


Vista la movimentata estate, tra un parziale rebuilding e il "gran rifiuto" di DeAndre Jordan, ci si aspettava una stagione di mediocre profilo. Invece, i texani hanno sorpreso tutti cominciando l’annata alla grande. Poi qualche sconfitta in fila che, però, non rovina quanto di buono è stato fatto.

Cavalcando un Dirk in spolvero, soprattutto come percentuale dal campo, e un Deron Williams ritornato su buonissimi livelli, Carlisle sta costruendo una squadra operaia ma con sprazzi di talento, senza super stelle (almeno come cifre) ma tanti lottatori.

Senza pressioni e particolari ambizioni, questa Dallas può togliersi qualche bella soddisfazione. Viste le difficoltà inaspettate di altre franchigie, non è impossibile sperare nei playoff. 

Top: Dirk Nowitzki – Detto che anche D-Will meriterebbe lode, il tedescone si sta confermando, una volta di più, il leader indiscusso della squadra, sia per tecnica che per carisma. In 30 minuti, “solo” 17.5 punti di media, ma tirando divinamente: 50.4% dal campo, 44.6% da tre e 90.6 ai liberi.

Flop: Devin Harris – Esce dalla panchina e ha meno spazio rispetto alle passate stagioni. Ecco spiegate le cifre poco esalanti. Paga la crescita di Williams ma, un po’ a sorpresa, anche la presenza di Felton. Spesso viene accantonato.


Houston Rockets, voto 4.5


Inizio imbarazzante, condito di sconfitte e prestazioni indecenti. Per pochezza tecnica e tattica, ma anche a causa di un atteggiamento autolesionista, poco professionale e deleterio.
Sembrava che non volessero giocare e che, tutto sommato, poco gli importasse di perdere.

Crisi che ha portato all’allontanamento di McHale, sostituito dal suo vice Bickerstaff.

Le cose non sono cambiate poi molto, anche se si è visto qualcosa in più, soprattutto da Harden. I numeri, sempre impietosi, parlano di un gruppo ancora nel mezzo di un vortice negativo che rischia di segnare indelebilmente la stagione.

Houston attacca male e difende peggio. Anzi, non difende proprio. Aggrappata a un gioco di isolamenti che ormai rende il giusto e alla speranza che il “Barba” estragga sempre il coniglio dal cilindro. A volte ci prova e ci riesce; peccato che la mancanza di applicazione e grinta nella propria metà campo renda tutto inutile.

Top: James Harden - Nonostante un atteggiamento da schiaffi, specialmente quando c'è da difendere, non si può negare che sia lui la stella della squadra. Giocando male ne mette 20 come nulla fosse. Ancora, però, c'è da lavorare. Più che altro, è sintomatico il fatto che si parli quasi esclusivamente delle sue dormite difensive.

Flop: Ty Lawson – Preso in estate per colmare il vuoto nel ruolo di play, è stato spedito in panchina dopo pochi match. Non ha il fosforo e le caratteristiche per aiutare il gioco di questi Rockets. Non a caso, si parla già di un’ipotesi trade. 

 

 

San Antonio Spurs, voto 8.5


L’arrivo di Aldridge ha inciso sui collaudatissimi schemi di una squadra abituata a giocare a memoria. Ancora c’è qualcosa da sistemare, ma Pop sa il fatto suo, il gruppo anche e Aldridge è giocatore intelligente.

Più isolamenti per l’ex Portland, un ritorno a due torri nel pitturato e responsabilità sempre maggiori per Leonard: queste le nuove chiavi in un attacco che, comunque, sa predicare basket.

In difesa, poi, le cose non hanno fatto che migliorare. La chiave di questo ottimo inizio dei nero-argento sta proprio nella solidità in fase di contenimento. Sugli esterni ci sono uomini in grado di cambiare su tutti e stoppare ogni tentativo avversario, mentre, nel pitturato, Duncan e Aldridge intimoriscono chiunque.

Aspettando che l’attacco si affini ancor di più, sono i 90 punti a partita concessi agli avversari che fanno la differenza.

Top: Kawhi Leonard – Si può essere i più incisivi su entrambi i lati del campo? Sì, se sei Kawhi Leonard. Alle straordinarie doti difensive, sta aggiungendo, di partita in partita, una crescente consapevolezza nei propri mezzi offensivi. E adesso crea dal palleggio, spara da tre, va dritto al ferro e mette 20 punti a partita come nulla fosse.

Flop: Kyle Anderson – Visto il talento, e l’ottima Summer League, mi aspettavo qualcosa in più. Pensavo riuscisse ad avere più impatto nelle rotazioni. Invece, qualche errore e distrazione di troppo hanno fatto perdere la pazienza a Popovich, che, ormai, gli fa vedere il campo solo per una decina di minuti.

 

Memphis Grizzlies, voto 6+


Prime settimane da 4, ultimo periodo 8.5. Ecco perché la sufficienza stentata. Ma i Grizzlies, ne sono certo, sono destinati a migliorare.

E’ che l’inizio di stagione è stato davvero disastroso: squadra lentissima, molle, impacciata, impalpabile in attacco e stranamente fragile in difesa. C’era la sensazione che il gioco compassato e trotterellato tipico di Joerger stesse diventando un boomerang.

Ma va anche detto che gli uomini chiave non stavano rendendo al massimo: Gasol avulso, Randolph sprecone, Lee impreciso e tanti dubbi su chi dovesse completare il quintetto. Il solo Conley si è sempre mantenuto su alti standard. Anzi, conoscendone le caratteristiche, si è anche sforzato di prendersi maggiori responsabilità.

Poi l’arrivo di Chalmers (un pò di follia che serviva), Green in quintetto, la crescita di Barnes e quel pizzico di velocità in più messa sul campo. Tutto è andato migliorando e, ora, i Grizzlies sono tornati competitivi e vivi.

Il record è in positivo: una volta trovati gli equilibri giusti, ci sarà ancora margine di crescita.

Top: Mike Conley – Come accennato, anche nelle avversità è sembrato l’unico “sul pezzo”. Rispetto agli anni scorsi, inoltre, mette più aggressività e intraprendenza in attacco. Uomo fondamentale.

Flop: Vince Carter – Grazie agli acciacchi di Randolph ha trovato un po’ di spazio in più, ma rimane la sensazione che, ahimè, Vincredible sia al termine della sua straordinaria carriera.

 

New Orleans Pelicans, voto 4.5


Alvin Gentry è arrivato in estate per esaltare le caratteristiche del gruppo e portare nella Louisiana il basket vincente dei Warriors. Nulla di tutto ciò è stato visto dalle parti di New Orleans. Per buona pace di Monty Williams, sacrificato a sorpresa dopo aver conquistato degli inaspettati playoff.

Tanta confusione, pochi risultati e troppe figuracce. C’è da dire, ed è un alibi gigantesco, che gli infortuni hanno decimato la rosa, costringendo lo staff tecnico ad affidarsi a giocatori che, sulla carta, avrebbero dovuto fare numero e nulla più. Mettiamoci pure che Anthony Davis ha dovuto saltare qualche match, e la frittata è fatta.

Tre settimane di oblio. Poi 3 vittorie in 4 partite, grazie a Davis, un solidissimo Anderson e un sorprendente Ish Smith. Si pensava a una lenta ma costante risalita. Diciamo che, per ora, sta rimanendo molto ma molto lenta. Anzi, non si capisce nemmeno se sia una risalita.

Da un paio di gare è tornato anche Evans. Dunque, il roster pare quasi al completo. Da qui a fine anno (solare) si capirà se il progetto Gentry sia stato un giusto azzardo.   

Top: Anthony Davis – Troppo facile, troppo scontato. Ma tant’è: ogni volta che mette piede in campo, e ci rimane, dimostra di essere un potenziale MVP. E ha mantenuto fede alle promesse: adesso tira anche da tre con buona efficacia.

Flop: Omer Asik – Ha uno stipendio pesante, tanta considerazione e un posto quasi fisso in quintetto. Io, però, non riesco a giustificare nessuna delle tre cose. Mi sembra sempre molle e svogliato, per non parlare dell’inutilità offensiva. Per me, un mistero.

giovedì 3 settembre 2015

Eurobasket 2015 - I 'pezzi da novanta' del nostro girone: chi dobbiamo tenere d'occhio?


Ormai ci siamo: due giorni e sarà Eurobasket 2015. Finalmente.

L’Italia ci arriva con grandi aspettative e la consapevolezza di poter dir la sua. Non sarà facile e non bisogna montarsi la testa, ma le chances di fare bene ci sono. Magari la vittoria è ancora obiettivo azzardato, ma la qualificazione alle prossime Olimpiadi no.

La strada sarà in salita sin da subito. Il gruppo B, in cui gli Azzurri sono inseriti, è ritenuto da tutti il più equilibrato e complicato della competizione. A parte l’Islanda – guai a sottovalutare un avversario – le altre Nazionali sono forti, toste, blasonate e ambiziose: Spagna, Serbia, Turchia e Germania. Fate un po’ voi…

Di presentazioni dei gironi e dei vari team se ne sono viste a bizzeffe. Io non voglio proporvene l’ennesima (che sarebbe anche tardiva). Mi limiterò a indicarvi il ‘pezzo da novanta’ di ciascuna delle altre squadre del temutissimo raggruppamento B. Brevemente, “sottovoce, come piace a noi”.. (citazione da capire; sennò andate a cercarla!)


ISLANDA

Come accennato, gli unici che partono ‘dietro’ all’Italia. Non ci sono grandi nomi e talenti eccezionali. Il solo da tenere veramente d’occhio, perlomeno sulla carta, è Jon Stefansson.

Jon Stefansson
Nome noto a tutti gli appassionati di basket europeo, protagonista da anni in squadre di ottimo livello. Il 33enne nativo di Reykjavik non ha ancora squadra per il 2015, ma non tarderà a trovarla. Nel suo passato, anche una ‘toccata e fuga’ in NBA, coi Mavericks, prima di tornare da questa parte dell’Oceano e farsi apprezzare sui parquet italiani e spagnoli. L’abbiamo visto con le maglie di Napoli (vittoria della Coppa Italia nel 2006), Roma e Treviso. Ma è forse in Liga ACB che ha dato il meglio: Valencia, Granada, Saragozza e Malaga.

Guardia solida, ‘canonica’, con tiro, visione di gioco e buone doti offensive. Cecchino di striscia, capace di accendersi e spegnersi all’improvviso. In questa Nazionale, è sicuramente, il faro assoluto.


TURCHIA

Squadra con tanto talento, in tutti i ruoli. Gente che da anni dà del ‘tu’ all’Eurolega o dice la sua in NBA. Un buon mix di giovani e meno giovani, con picchi di qualità altissimi.

Non è facile individuare l’uomo chiave. Ma, dovendomi sbilanciare, direi Ersan Ilyasova.

Ersan Ilyasova

Il 28enne neo acquisto dei Detroit Pistons è un ‘quattro’ atipico NBA che può dominare i parquet continentali in lungo e in largo. Ha presenza fisica notevole (sempre in ottica europea), tecnica da vendere, tiro, ampia rosa di movimenti e voglia di emergere.


Da quando ha 15 anni veste la maglia della Nazionale turca. Fedelissimo ai suoi colori, non ha mai detto no alla convocazione. Talvolta, però, ha disatteso le aspettative. Il perchè ce l’ha fatto vedere nei suoi anni americani: classe cristallina ma troppa discontinuità.

Arriva a questo Europeo da nuovo ‘uomo-chiave’ dei Pistons, come l’ha definito Van Gundy, e questo potrebbe dargli quello ‘zing’ in più per alzare la voce.
Tatticamente può essere devastante (alla Gallinari diciamo), tecnicamente pure.


SPAGNA

Se la Francia è la vera favorita (almeno per gli addetti ai lavori) dell’intero lotto, la Spagna è seconda. Un roster pazzesco, senza punti deboli o giocatori di basso profilo.

Che invidia e che ammirazione. Sono fenomenali. E pensare che solo con gli assenti ci si potrebbero fare altri due o tre quintetti dominanti (qualche nome: Marc Gasol, Ibaka, Rubio, Navarro, Calderon….).

Beh, tant’è. Quelli che ci sono bastano per far sognare, ancora una volta, i tifosi iberici.

A capo delle ‘Furie Rosse’, ovviamente, Pau Gasol.

'Sua Maestà' Pau Gasol

Che dire di Pau? Ho sempre pensato che l’aggettivo che gli calzi a pennello sia quello spesso usato da Flavio Tranquillo: “principesco”. Perché, Pau, in effetti, è un Principe del basket. Anzi, dello sport.

Lo davano per bollito. E lui, a 35 anni, si è preso la sua rivincita. Con Chicago è tornato il Gasol che conoscevamo: immarcabile in attacco, grintoso e puntuale in difesa. Realizzatore, stoppatore, rimbalzista, passatore. Il tutto, dall’alto, ed è proprio il caso di dirlo, dei suoi 215 centimetri (uno in più, uno in meno) che, soprattutto in Europa, sono un fattore già di loro.

Oltre alla tecnica, ha anche la testa da leader. E pensare che possa ‘godere’ di una truppa di quel livello mi fa paura. Tutti ai suoi piedi.


GERMANIA

Di leggenda in leggenda.

La Germania è una di quelle squadre che non sai mai come descrivere. Stando ai nomi, nulla di che. Poi, appena te li trovi di fronte, capisci che sono dei ‘cagnacci’ che non molleranno mai nulla. Lavoro e applicazione; a testa bassa, senza sgarrare.

Ciò non vuol dire che non ci sia del talento puro. Pleiss, Schroder, il giovane Lo. Ma, ovviamente, tutto passa dalle mani sapienti e armoniose di Dirk Nowitzki. 

L'altro 'Re' del nostro girone: Dirk Nowitzki

Anche a 37 anni, Wunder Dirk rimane la stella indiscussa della squadra. Non potrebbe essere altrimenti.
A differenza di Gasol, la sua stagione non è stata super. Paga un po’ l’età, ma, se in giornata, mette tutti in fila. E anche se non ha i numeri dei giorni d’oro, la palla decisiva la dai a lui. Non esiste uomo al mondo di contrastare il suo fadeaway; figuriamoci in Europa. 
Ma Dirk non è solo quel tiro: carisma, visione di gioco, esperienza, malizia. In più, al contrario di quanto accade in NBA, può reggere anche fisicamente, ovviando allo scarso atletismo con i centimetri e le braccia lunghe.

Come per Pau: tutti ai suoi piedi. 


SERBIA

Finalisti ai Mondiali: impossibile non mettere i serbi di Djordjevic tra i papabili al titolo.
Hanno la ‘garra’ (in argentino; non so come si dice in serbo) di chi non molla mai e lascia sul campo anima e corpo. E non solo: classe e assoluta ‘competenza’.

Mostruosi pure loro eh: Teodosic, Bogdanovic, Kalinic, Nedovic… La stella, però, è Nemanja Bjelica.


Nemanja Bjelica

Chiariamo subito una cosa: è un giocatore che adoro, da sempre. E’ fresco di primo contratto NBA, con Minnesota, e tutto il mondo si è accorto del nativo di Belgrado. Ed era ora, anche perché è da anni che predica basket in giro per l’Europa.

L’ultima stagione l’ha consacrato. A livello di Eurolega, ormai, una certezza. E così dovrebbe essere anche a Berlino. Da ala, piccola o grande che sia, spaventa: tiro, rimbalzi, movimenti spalle a canestro ecc…. Ha tutto; inutile stare a dilungarsi. E lo sbarco in America gli darà ancor più convinzione dei propri mezzi.

Occhio a questo.