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lunedì 24 ottobre 2016

I migliori giocatori di ciascuna franchiga NBA secondo NBA2K17


Stagione alle porte. Anzi, ha già appeso il cappotto all’ingresso. Arriviamoci preparati, mettendoci bene in testa chi suono gli uomini-franchigia.

E chi li ha scelti? Il sottoscritto? Il santone Adrian Wojnarowski? Coach Dan? Bagatta? No, direi proprio di no. Soprattutto per quanto riguarda gli ultimi due.

Questa è la lista dei migliori giocatori (raccolta da HoopsHype) di ogni squadra secondo NBA2K17. Che, si sa, è molto più di un gioco. Anche per gli stessi atleti che, sempre più spesso, si lamentano delle proprie valutazioni nel videogame.

LeBron James: anche secondo il gioco, è lui il più forte della Lega


Atlanta: Paul Millsap - valutazione di 86

Boston: Al Horford e Isaiah Thomas - 85

Brooklyn: Brook Lopez - 81

Charlotte: Kemba Walker – 85

Chicago: Jimmy Butler – 88

Cleveland: LeBron James – 96

Dallas: Dirk Nowitzki – 84

Denver: Kenneth Faried e Danilo Gallinari – 80

Detroit: Andre Drummond – 87

Golden State: Stephen Curry – 94

Houston: James Harden – 90

Indiana: Paul George – 89

LA Clippers: Chris Paul – 91

LA Lakers: D’Angelo Russell – 79

Memphis: Marc Gasol e Mike Conley – 85

Miami: Chris Bosh – 86

Milwaukee: Giannis Antetokounmpo – 83

Minnesota: Karl-Anthony Towns – 88

New Orleans: Anthony Davis – 90

New York: Carmelo Anthony – 88

Oklahoma City: Russell Westbrook – 93

Orlando: Nikola Vucevic – 80

Philadelphia: Ben Simmons e Jahlil Okafor – 79

Phoenix: Eric Bledsoe – 85

Portland: Damian Lillard – 89

Sacramento: DeMarcus Cousins – 90

San Antonio: Kawhi Leonard – 93

Toronto: DeMar DeRozan – 87

Utah: Derrick Favors – 85

Washington: John Wall - 88

venerdì 19 agosto 2016

"Gracias por todo Manu": i tweet più belli per ringraziare Ginobili


A 39 anni ha detto basta. Ultimo giro di tango con la sua Nazionale. Il che, a quell’età, potremmo anche concederglielo. Ma Manu Ginobili è un signore del basket, un campione senza tempo, Paese o casacca. Avremmo voluto che quell’uscita dal campo, tra le lacrime, non fosse mai avvenuta. Forse è proprio in quel momento che ci siamo resi conto che “El Alma” stava perdendo l’atleta più forte della sua storia, il suo simbolo, la sua leggenda. E ci siamo resi conto che, cari signori, la fine della carriera del genio da Bahia Blanca è veramente agli sgoccioli. 

Abbiamo tifato per lui sino all’ultimo, incollandoci allo schermo con la velata (nemmeno troppo) speranza che, in un ultimo atto di eroismo, il suo mancino avrebbe steso, chissà poi come, gli americani. Non è andata così, ed era facile prevederlo. La Generacion Dorada si ferma qui. Manu, Nocioni, Scola e Delfino, campioni olimpici in quell’incredibile 2004, hanno dato tutto. Corpo e, appunto, “alma”. Hanno trascinato e divertito; incantato e aizzato i tifosi. Argentini, ma non solo. Un amore trasversale, perché chi gioca con quell’intensità non può essere disprezzato.

Ed Emanuel David Ginobili, classe 1977, è il volto di quella favola, al sapor di racconto epico o cavalleresco, che ha regalato alla Seleccion medaglie, fama e gloria eterna. Per vedere un’altra squadra di questo livello, gli amici d’oltreoceano dovranno aspettare anni. Molti anni.

Ci siamo seduti sul divano e, metaforicamente, congiunti prima con i tifosi biancocelesti, chiassosi e magici, che hanno inondato d’amor i propri idoli dalle tribune; poi con gli americani che, uno a uno, sono andati in pellegrinaggio dall’oracolo col numero cinque; infine, con i compagni, di lungo e nuovo corso, che lo hanno abbracciato per dirgli grazie.

Ecco, sì: GRACIAS MANU. Te lo diciamo anche noi italiani, che da sempre ti sentiamo un po’ nostro. Grazie di tutto. Ti vedremo in campo ancora un altro anno con i tuoi Spurs (godiamocelo), ma non vederti più con la canotta della una Argentina chiude un capitolo difficile da dimenticare.

Queste alcune delle più belle parole che noi abbiamo speso per te (lo 0,0001% di tutte quelle che sono state scritte):












martedì 2 agosto 2016

NBA da capogiro: i contratti più alti nella storia di ciascuna franchigia

Ormai lo sappiamo: le cifre che girano nella NBA attuale raggiungono quasi (senza quasi) la follia. Il nuovo contratto televisivo, e le logiche di mercato di una Lega dall’appeal sempre crescente, hanno fatto impennare gli stipendi di giocatori e staff.

Campioni o meno che siano, gli atleti della National Basketball Association stanno incassando assegni che sistemeranno loro e relative famiglie per le prossime dieci generazioni.

Nonostante ciò, anche in passato, quindi prima di questa “rivoluzione contrattuale”, sono stati siglati accordi da capogiro che ancora fanno storia. Ma, ovviamente, erano casi più rari e riguardanti campionissimi della Lega, oppure incomprensibili operazioni di mercato. Ora, giusto per dirla tutta, si regalano milioni di dollari a cani e porci.

Vediamo dunque, aiutati dall’interessante lavoro di HoopHype (che su ste cose ci sa sempre fare), i salari più alti mai firmati da ciascuna delle trenta franchigie.


ATLANTA HAWKS:

Dwight Howard: contratto 2016-2017 da 23,5 milioni di dollari

BOSTON CELTICS

Al Horford: 2016-2017 da 26,5 mln

BROOKLYN NETS

Joe Johnson: 2015-2016 da 21,8 mln

CHARLOTTE HORNETS

Nicolas Batum: 2016-2017 da 20,9 mln

CLEVELAND CAVALIERS

LeBron James: 2015-2016 da 22,9 mln


 CHICAGO BULLS

Michael Jordan: 1997-1998 da 33,1 mln

DALLAS MAVERICKS

Dirk Nowitzki: 2016-2017 da 25 mln

DENVER NUGGETS

Juwan Howard: 2002-2003 da 20,1 mln

DETROIT PISTONS

Andre Drummond: 2016-2017 da 22,1 mln

GOLDEN STATE WARRIORS

Kevin Durant: 2016-2017 da 26,5 mln

HOUSTON ROCKETS

James Harden: 2016-2017 da 26,5 mln

INDIANA PACERS

Jermaine O'Neal: 2007-2008 da 19,7 mln

LOS ANGELES CLIPPERS

Chris Paul: 2016-2017 da 22,8 mln

LOS ANGELES LAKERS

Kobe Bryant: 2013-2014 da 30,4 mln

MEMPHIS GRIZZLIES

Mike Conley: 2016-2017 da 26,5 mln

MIAMI HEAT

Chris Bosh: 2016-2017 da 23,7 mln

MILWAUKEE BUCKS

Michael Redd: 2010-2011 da 18,3 mln


MINNESOTA TIMBERWOLVES



Kevin Garnett: 2003-2004 da 28,9 mln

NEW ORLEANS PELICANS


Anthony Davis: 2016-2017 da 20,9 mln

NEW YORK KNICKS


Carmelo Anthony: 2016-2017 da 24,5 mln

OKLAHOMA CITY THUNDER


Kevin Durant: 2015-2016 da 21,9 mln

ORLANDO MAGIC


Gilbert Arenas: 2013-2014 da 22,3 mln

PHILADELPHIA 76ERS

Chris Webber: 2005-2006 da 19,1 mln


PHOENIX SUNS

Shaquille O'Neal: 2008-2009 da 20 mln

PORTLAND TRAILBLAZERS

Damian Lillard: 2016-2017 da 24,2 mln

SACRAMENTO KINGS

Rudy Gay: 2014-2015 da 19,3 mln


SAN ANTONIO SPURS

Tim Duncan: 2009-2010 da 22,1 mln

TORONTO RAPTORS

DeMar DeRozan: 2016-2017 da 26,5 mln

UTAH JAZZ

Karl Malone: 2003-2004 da 19,2 mln

WASHINGTON WIZARDS

Rashard Lewis: 2011-2012 da 22,1 mln

P.S.: tutte le immagini sono prese dal web


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martedì 19 luglio 2016

Summer League Final: Chicago batte Minnesota con un super Denzel Valentine

La Summer League può sempre regalare sorprese ed emozioni. Ma, soprattutto, è un'importante vetrina per tutti i giovani talenti che stanno per entrare nel mondo della NBA.

Molti dei campioni del domani si sono affrontati nel primo torneo estivo, conclusosi ieri con la vittoria dei Chicago Bulls sui Minnesota Timberwolves. In maniera rocambolesca ed esaltante.

I canonici 48 minuti, infatti, non sono bastati. Entrambe le squadre ci hanno provato, ma nessuno è riuscito a evitare l'overtime. Tyus Jones, con una super tripla "curryana" a pochi secondi dalla sirena aveva scritto il 77-74 apparentemente definitivo.



Ecco: apparentemente. Dopo il time-out, Denzel Valentine, prima scelta dei Bulls, non ha tremato e si è preso in scioltezza la bomba del pareggio che ha mandato il match al supplementare.



Finita qui? Macchè. All'OT si ripete la storia. Minnesota, sotto 79-82, trova la parità grazie a una tripla di tabella baciata dagli dei scagliata da Xavier Silas. Coraggio, e tanta fortuna.
Ma dall'altra parte c'è sempre Valentine, e 13 seondi bastano e avanzano. Il #45 si prende il possesso, attacca il centro dell'area, pianta il perno in precario equilibrio, si inventa un giro sul piede da ballerino russo e disegna la parabolona che si spegna nella rete. 84-82: vince Chicago; Denzel è clutch!!

venerdì 22 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Southwest Division


SAN ANTONIO SPURS (67-15), voto 9.5


Le imprese dei Warriors hanno catalizzato l’attenzione globale, ma è stato impossibile ignorare quanto fatto dagli Spurs. Solo quindici sconfitte, con un record casalingo di 40-1 impreziosito da uno scarto medio di circa 15 punti. Inoltre, l’onore di poter essere considerati, numeri alla mano, la miglior difesa della storia NBA.

Capite da soli che si sta parlando di una stagione pazzesca. A maggior ragione se si pensa che questo è, a tutti gli effetti, un anno di svolta per i texani: i vecchi saggi, infatti, hanno ufficialmente lasciato la leadership tecnica della squadra alle “nuove leve”, Kawhi Leonard e LaMarcus Aldridge. Duncan, Parker e Ginobili vigilano e controllano lo spogliatoio, ma non possono, anche se spesso ci zittiscono, essere decisivi come una volta.

Aldridge e Leonard: le punte dei "nuovi" Spurs (foto dal web)

Un nuovo equilibrio trovato non senza difficoltà. Perché Aldridge ha sofferto a lungo il sistema Popovich. Solo negli ultimi due mesi è sembrato davvero parte degli schemi. Che sono stati anche cambiati e smussati, proprio per cavalcare le sue spiccate caratteristiche, soprattutto in attacco.

Sistemato anche quest’ultimo ingranaggio, l’orologio ha ripreso a girare senza intoppi: Leonard spaziale un po’ ovunque, West, Diaw e Mills a dare energia e nuove soluzioni dalla panchina, il vecchio trio a dettare pallacanestro senza affanni e troppe pressioni. Insomma, tutti importanti e fondamentali. Persino Marjanovic.

Top: Kawhi Leonard. Migliore difensore della Lega per il secondo anno consecutivo, nonché attaccante cinque stelle super lusso. Dove abbia trovato questa qualità offensiva, lo sa solo lui. Isolamenti, jumper, penetrazioni, affidabilità da tre: giocatore di completezza sconvolgente.

Flop: nessuno/ al massimo Danny Green. In realtà non merita una bocciatura. E’ un anello essenziale della catena. Solo che non ha mai trovato continuità da fuori. Tutto qui. Ma fa tante altre cose di importanza capitale.

 

DALLAS MAVERICKS (42-40), voto 7.5


Il “gran rifiuto” estivo di DeAndre Jordan aveva spiazzato e costretto a rivedere i piani. In fretta e furia, tra l’altro. Dall’aggiunta di uno dei migliori centri della Lega, alla disperata rincorsa a gente che facesse numero e potesse dare sostanza.

Tentativo dopo tentativo, Cuban ha messo in mano a Carlisle una squadra con molte incognite, tanti operai ed elementi non più di primo pelo in cerca di riscatto.

Quadretto improbabile che, però, ha portato inaspettati dividendi. Pachulia e Mejri controllano il pitturato con poca eleganza ma tanta vitalità; Deron Williams e Felton, abbandonato il viale del tramonto, sono tornati ai vecchi fasti. Aggiungiamoci un Dirk Nowitzki epico, un Matthews in crescita, un Justin Anderson sorprendente e tanti altri segnali positivi (Barea solito peperino, David Lee subito negli schemi, ecc…), e il gioco è fatto. Per gran merito di Rick Carlisle, fine stratega e conoscitore del Gioco.

La qualificazione alla post season non era pronosticata. Per questo, è stata ancor più piacevole.

Roster alla mano, non è una squadra con gran futuro, ma professionalità e voglia di migliorarsi sempre non hanno età.

Top: Dirk Nowitzki. Tutti quegli anni e non sentirli. Sempre lo stesso modo di giocare e dominare. Magari con ancora meno atletismo e impegno difensivo (eterni punti deboli del tedesco), ma freddezza unica e classe ancor più immensa.

Flop: JaVale McGee. Vabbè, “troppo facile” direte voi. In effetti… Javalone nostro ha trovato un contratto per la stagione e, all’inizio, ha anche avuto minuti. Poi, dopo uno scivolone dietro l’altro, l’inevitabile esilio sul fondo della panca.


MEMPHIS GRIZZLIES (42-40), voto 6.5


Una stagione stranissima. Talmente frammentata che è persino difficile riassumerla in poche righe. Un susseguirsi di infortuni, periodi positivi e crisi che, comunque, non ha precluso la qualificazione ai playoff. La resilienza regala una sufficienza piena.

Andamento sinusoidale: partenza orrenda, riscatto perentorio, nuovo rallentamento dovuto agli infortuni, incredibile resurrezione (visto il roster), appagamento finale. Sembra uno scherzo, ma è andata così.

Ha deciso tutto il destino. Diciamo che la Dea bendata ha dato le spalle alla franchigia del Tennessee: fuori Gasol, fuori Conley, fuori Chalmers, acciacchi per Randolph e quasi tutto il resto della rosa.

Serie di sfortune a cui la dirigenza ha risposto, gioco forza, con un mercato attivissimo che ha ridisegnato il gruppo. Che ora appare talmente improbabile da sembrare irreale: Matt Barnes, Stephenson, Randolph, Farmar, Birdman… Accozzaglia di uomini e "caratterini" che suona come farsa.

Sgomitando, coach Joerger è comunque riuscito a reggere la baracca. Applausi per lui e un “in bocca al lupo” per l’anno prossimo, quando, quasi certamente, si ritroverà un roster nuovamente stravolto.

Top: Mike Conley. Solo 56 partite. Comunque sufficienti per dimostrare di essere una point-guard di eccellente livello. Nel periodo d’oro della stagione, è stato il trascinatore. Forse anche più di Marc Gasol.

Flop: Brandan Wright. Giocatore che tutti aspettano. Passa di squadra in squadra cercando l’occasione buona. Ha talento, atletismo e stima degli addetti ai lavori, ma anche una dose di jella niente male. Sempre rotto. Non riesce ad avere continuità.


HOUSTON ROCKETS (41-41), voto 6

Sufficienza dovuta esclusivamente alla sofferta qualificazione playoff, peraltro immeritata e last minute.

Una squadra prigioniera dei propri limiti che sorprende per la capacità di sprecare il grande potenziale a disposizione. Difetti enormi che, però, l’anno scorso non avevano impedito di arrivare sino alla finale di Conference.

James Harden: attaccante miciadiale, difensore imbarazzante (foto dal web)
A sto giro, invece, i texani hanno cominciato a pagare le proprie grane sin da subito: partenza orrenda e licenziamento di McHale, in rotta con spogliatoio e dirigenza. Bickerstaff al comando e la rimonta. Molto stentata e rallentata. Non a caso, è arrivato solo un ottavo posto.

Ma non si tratta di un allenatore piuttosto che di un altro. Questo gruppo non può andare lontano, perché si trascina atavici e irrisolvibili problemi: la mancanza di un vero leader, l’impalpabilità difensiva, la questione Howard, i blackout continui e repentini, un atteggiamento mai positivo e vincente.

E per girare pagina, magari in corsa, non serve aggiungere gente tipo Beasley o Josh Smith. Possono sì garantire punti, ma non quella serenità, tecnica ed emotiva, di cui avrebbe bisogno questo roster.

Idee troppo confuse, fuori e dentro il campo.

Top: James Harden. Non difende, forza tanti tiri, a volte gioca in infradito, non è una guida vocale, non fa spogliatoio. Ma, anche così, mette 30 punti a referto, smazza assist a ripetizione e schernisce qualsiasi avversario. Ha doti offensive immense e un talento sconfinato. Peccato che il pacchetto non sia completo.

Flop: Terrence Jones. Smith era andato ai Clippers, lasciando libero il posto da ala grande. Terrence, però, non ha fatto nulla per meritarsi la conferma in quintetto. Con Bickestraff, solo panchina. La sua storia a Houston sembra al capolinea.


NEW ORLEANS PELICANS (30-52), voto 4


In estate, la coraggiosa mossa: via il buon Monty Williams e squadra affidata ad Alvin Gentry, con la speranza di diventare i nuovi Warriors. Azzardo pazzesco, anche perché NOLA era reduce da un lodevole ottavo posto a ovest.

La scommessa non ha pagato. Anzi, è stata un suicidio. Non solo per colpa di Gentry. L’ex assistente di Kerr, infatti, ha dovuto fare i conti, da subito, con una serie di sfortune senza fine. Tutti rotti, uno dietro l’altro. Quintetto ideale sfaldato, panchina inesistente, necessità di mettere giocatori sotto contratto anche solo per arrivare a una decina di elementi. Quadro straziante, in cui è oggettivamente impossibile lavorare come da programma.

New Orleans ha buttato via un anno, senza mai avere la reale possibilità di migliorare e tradurre sul campo la filosofia del nuovo staff tecnico.

Poco da aggiungere: stagione quasi ingiudicabile.

Top: Anthony Davis. Come ovvio, il migliore dei suoi ogni volta che è sceso in campo (roba da 25 punti e 10 rimbalzi). Il problema è che ha allacciato gli scarpini solo 61 volte, confermando la sua cronica fragilità. La sua completa maturazione sta subendo un irritante rallentamento.

P.S. Considerando la continuità, merita di essere sottolineata l’egregia annata di Ryan Anderson.

Flop: Omer Asik. Imbarazzante e avulso da qualsiasi cosa. Vaga per il campo stile "The Walking Dead". 


Appuntamenti precedenti: 


giovedì 21 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Pacific Division


GOLDEN STATE WARRIORS (73-9), voto 10


Paradossalmente, la squadra su cui c’è meno da dire. Perché sappiamo già tutto, perché ne discutiamo senza sosta dalla prima palla a due e perché, forse, non esistono sufficienti parole per descrivere tale meraviglia. 

I Warriors hanno riscritto la storia (foto dal web)

Una cavalcata nella storia che ci ha regalato emozioni pazzesche. In pochi avrebbero pensato che quel 72-10 targato Bulls potesse essere battuto. E in questo modo poi: gioco divertente, dinamico, rasente la perfezione, attacco stellare, difesa commovente.

Un miracolo con la palla a spicchi. Stanno cambiando questo sport.

Top: Steph Curry. Una gioia per gli occhi. MVP! MVP! MVP! A mani bassissime. Anzi, senza mani, come in bicicletta

Flop: Nessuno.


LOS ANGELES CLIPPERS (53-29), voto 7+


Partiti, al solito, come legittimi pretendenti al titolo. Visti il roster, l’esperienza e la cabala (non può sempre andare così male dai…).

Ma i Clippers sono i Clippers. Quindi tante difficoltà all’inizio, un gioco che non ingrana, risultati stentati e la sensazione di vivere l’ennesima stagione fallimentare. Soprattutto dopo il "rocambolesco" infortunio di Blake Griffin.

E invece, quando tutti si aspettavano un crollo, la ripresa. Paul e compagni hanno ritrovato ritmo, convinzione ed equilibrio, con un quintetto forse meno talentuoso (Mbah-a-Moute non è BG32 manco col binocolo) ma efficace e tosto. Un po’ più operaio del solito.

Proprio quello che serviva per sprintare nell’ultima fase di annata e arrivare ai playoff ben lanciati e coesi. Il ritorno di Griffin, inoltre, non sembra aver spostato nulla.

Magari non vinceranno, ma occhio a questo Clips. Potrebbero davvero (con loro il condizionale è d’obbligo) essere la scheggia impazzita a Ovest.

Top: Chris Paul. E’ il leader tecnico e carismatico del gruppo. Senza alcun dubbio. Uomo d’ordine e di comando che, quando serve (dopo il k.o. di Griffin sempre più spesso), sa anche mettere punti a referto come nessun’altro. Insomma, guida gli umori del team. Allenatore in campo.

Flop: Paul Pierce. Josh Smith è stato il bidone dell’anno, ma è stato rispedito a Houston ed è piuttosto incline a periodi bui e fiaschi. Per questo, decido di “rimproverare” P-Square, arrivato in estate per dare alla squadra un’anima vincente e due mani sapienti nei momenti caldi. Purtroppo, la sua presenza è passata in sordina. E gli infortuni continui rischiano di fargli mancare anche la post-season, suo habitat naturale.

 

SACRAMENTO KINGS (33-49), voto 4.5


Forse la franchigia più confusa della NBA. Dirigenza che cambia idea a ogni luna, scontri tra giocatori e staff, un proprietario inesperto ma supponente e un progetto tecnico difficile da comprendere.

Va da sé che la stagione dei californiani sia stata fallimentare. Nonostante i tanti movimenti in estate, alcuni dei quali degni di nota, non si è riusciti a costruire una squadra vera. I nomi per far benino ci sono, manca tutto il resto. E non è detto sia colpa solo di coach Karl, già con le valigie in mano.

Con Cousins e Rondo su notevoli livelli (coi loro soliti difetti), Rudy Gay spesso incontenibile e un supporting cast di discreto livello, non si possono raccogliere solo 33 vittorie. Tra l'altro, senza mai essere nel “vivo” della lotta.

Come si dice in questi casi: più che una squadra, un album di figurine. E in una Lega come questa, senza programmazione non vai da nessuna parte.

Top: DeMarcus Cousins. Falli tecnici, liti con Karl e bizze a parte, uno dei giocatori più clamorosi in circolazione: fisico da bulldozer, mani vellutate e tecnica sopraffina. Ed è pure diventato un tiratore da tre affidabile.

Flop: Caron Butler. Nonostante l’età e le residue energie a disposizione, il suo arrivo era stato ben reclamizzato. Avrebbe dovuto essere l’uomo d’esperienza in grado di legare lo spogliatoio e dettare la via nei momenti decisivi. Ecco, ehm, alzi la mano chi sa che fine ha fatto…


PHOENIX SUNS (23-59), voto 4.5


Annata nera per la franchigia dell’Arizona, che ha fatto fagotto in fretta e furia e si è "tirata fuori da tutto", senza alcuna esitazione.

Un franchigia partita senza grosse ambizioni che, dopo un paio di mesi non male, ha cominciato a navigare a vista. Anzi, a naufragare. Complici gli infortuni, su tutti quello di Bledsoe, le carenze strutturali e le incomprensioni tecniche, che hanno portato anche all’allontanamento di coach Hornacek.

Il 2016 è avaro di sorrisi. Solo sconfitte e nuvole. Earl Watson, allenatore ad interim, da poco confermato con un triennale, ha cercato di pescare quanto di meglio possibile da un gruppo inesperto, con poca qualità e orfano del duo Knight-Bledsoe (sul fatto che possano coesistere, beh, ci sarebbe da aprire un altro capitolo).

La sensazione è che si vada verso un rebuilding, puntando su qualche giovane interessante - Len, Goodwin e Booker - una scelta oculata al draft e qualche elemento di sostanza in arrivo dal mercato.

Top: Devin Booker. Il figlio di Melvin ha chiuso l’anno da rookie in crescendo. Dopo un approccio timido, fisiologico vista la presenza di Bledsoe e Knight, Devin si è sciolto e ha messo in vetrina le proprie doti: tiro micidiale, fantasia, atletismo, personalità. Come punto di partenza, per un diciannovenne, niente male.

Flop: Tyson Chandler. Innesto “di lusso” dell’estate. Nonostante il kilometraggio, si pensava potesse dare ancora molto. Invece, specialmente sotto Hornacek, ha combinato poco o nulla.

 

LOS ANGELES LAKERS (17-65), voto 3


Anno particolarissimo, per una delle piazze più chiacchierate della Lega. Tra il farewell tour di Kobe, l’affaire Russell-Young e una crisi tecnica senza fine.

Grazie di tutto Kobe! (foto dal web)
L’ultimo anno del Mamba è riuscito a distogliere l’attenzione, per quanto possibile, su quanto siano caduti in basso i gialloviola: mai così poche vittorie, zero idee e una pallacanestro a tratti imbarazzante.

L’addio di Kobe darà vita a una nuova era, ma i Lakers non sono più ambiti come una volta. Portare un free-agent di peso non sarà facile. E i giovani su cui puntare, ahi per loro, non sono proprio dei pozzi di scienza. Clarkson, Russell, Randle comunque, pur essendo giocatori tutt’altro che fatti e finiti, hanno potenziale. Attorno, il deserto. A partire dalla panchina: Byron Scott, facci il favore…

Di questo 2015/2016 rimarranno le ultime magie di Kobe e la vittoria sui Warriors. Per il resto, urge una gran passata di spugna, sperando in una gran pesca al draft.  

Top: Jordan Clarkson. Troppo facile dire Kobe. Allora, giusto riconoscere a Clarkson i propri meriti: il più pericoloso, fantasioso ed estroso del gruppo. Conferma le belle sensazioni della passata stagione.

Flop: Lou Williams. Semplicemente, non ha mai visto il canestro. E per uno che è nella Lega proprio per la capacità di mettere punti a referto, non è una situazione invidiabile. Peccato, un Lou Williams al meglio sarebbe servito. Non avrebbe salvato l’insalvabile, ma sarebbe servito.

The Play Of The Night: 21 aprile

LeBron è arrivato ai playoff in froma smagliante. Fisicamente e mentalmente. E' stato lui stesso a conferssarlo. Comunque, anche se non avesse detto nulla, ci avremmo messo poco ad accorgercene.

Spaventoso LBJ, che sta mettendo sul parquet ogni energia per dimostrare che quest'anno Cleveland vuole il bersaglio grosso. E lo vuole con autorità. Dominando gli avversari.

I Pistons ne stanno pagando le conseguenze. Serie sul 2-0 Cavs e il Re che assalta il canestro avversario con una ferocia tipica delle grandi ricorrenze. Come nell'occasione della giocata della notte, una schiacciatona a due mani dopo un taglio che, non fosse per la rabbia dell'esultanza, sarebbe "normale".

Ma LeBron, nei playoff, non si limita a inchiodare; vuole sbranare il ferro.


mercoledì 20 aprile 2016

Il pagellone della regular season NBA: Northwest Division


OKLAHOMA CITY THUNDER (55-27), voto 7


La situazione è molto chiara: attacco potenzialmente inarrestabile e incontenibile, difesa a tratti orrida. Quando va bene, appena accettabile.

Il primo anno di coach Donovan non ha portato grossi cambiamenti rispetto alla gestione Brooks. Quando hai Durant e Westbrook, che catalizzano il 99% delle azioni, hai poche vie di fuga. Può essere un bene, perché sono fenomeni, ma anche un male, perché il gioco zoppica, le soluzioni sono poche e ripetitive. Di isolamento in isolamento, senza mai costruire una manovra degna di essere definita tale.

Tutto sommato, però, l’immenso talento degli attaccanti (mettiamoci Kanter, Ibaka, Waiters) fa sì che mettere punti a referto sia l'ultimo dei problemi. Quando bisogna rintuzzare le iniziative avversarie, invece, cominciano le magagne. Poco da dire: squadra che difende poco, per limiti dei propri interpreti, ma anche per mancanza di applicazione e adeguate mosse tattiche.

Sommando il tutto: Oklahoma può vincere con chiunque, ma anche perdere con chiunque. 

Con Durant in forma e un Westbrook così, la Division non poteva che essere vinta facilmente. E il terzo posto a Ovest, dietro alle irraggiungibili San Antonio e Golden State, è un traguardo preziosissimo e confortante.

Top: Russell Westbrook. Annata spaventosa, con il record di triple doppie in una stagione, 18. Numeri clamorosi per un giocatore che, ancora una volta, dimostra di avere un fuoco che lo rende unico e inimitabile. Va preso così, pregi e difetti annessi.

Flop: Anthony Morrow. Amicone di Russell Westbrook e arma tattica per allargare il campo e trasformare in canestri le aperture del play e di Durant. Uno che deve prendere lo scarico e tirare; tutto qui. Purtroppo, non ha saputo ripetere le discrete cose mostrate nella passata stagione. Impreciso, avulso, spesso ai margini della rotazione.

 

PORTLAND TRAILBLAZERS (44-38), voto 8


In estate la grande ricostruzione: via Aldridge, Matthews, Robin Lopez e Batum. Un colpo che avrebbe messo k.o. chiunque.

Contrattone a Lillard e acquisizione di giocatori giovani, in cerca di riscatto e solidi: questa la politica del General Manager Olshey. E’ stato un successo.

Annata pazzesca per i due esterni di Portland (foto dal web)

Portland è, forse, la rivelazione più bella della stagione. Terry Stotts ha disegnato una formazione divertente, temibile e consistente anche in difesa. Il duo Lillard-McCollum può tenere testa a chiunque, facendo impazzire anche le difese più arcigne, mentre i vari Plumlee, Aminu, Crabbe ecc. sono gli equilibratori che permettono a Portland di avere un gioco organico e poco lacunoso.

Per essere una squadra assemblata da poco, i risultati sono sorprendenti. Così come il tasso qualitativo che li ha portati dritti alla post season. I playoff, dunque, sono un premio tanto meritato quanto inaspettato, da cui ripartire per avere ancor più benzina negli anni futuri.

Top: Damian Lillard. Dalla pausa dell’All Star Game, una delle migliori guardie della Lega. Cecchino dall’arco, penetratore devastante, leader carismatico e funambolo del parquet. La franchigia gli ha dato ruolo e contratto da stella, lui ha risposto presente.

Flop: Noah Vonleh. Portland ha puntato su alcuni elementi in cerca di una nuova chance. Vonleh era tra questi. Cestinato da Charlotte, è arrivato in Oregon con buone aspettative e la garanzia di avere minuti e fiducia. Pian piano, però, è stato accantonato e scavalcato nelle gerarchie.

 

 UTAH JAZZ (40-42), voto 7


Davvero un peccato che non sia arrivata la qualificazione per la post-season. E’ sfuggita nel finale, favorendo i Rockets, immeritevoli di tanta grazie.

A differenza della giovane truppa di coach Snyder, che in due anni ha messo in piedi un gran bel sistema. Difesa tostissima, disciplina tattica e silenziosa efficacia. Forse troppo silenziosa. Ai Jazz, infatti, è mancata, ancora una volta, quella scintilla in più. Tutti bravi, belli, puntuali e attenti, ma manca l’uomo in grado di accendere la manovra con la trovata del genio.

Un problema che nello Utah si trascinano da anni. Perché, per il resto, la struttura è ottima: Hayward è un sottovalutatissimo fenomeno, Hood è esploso, il reparto lunghi straripa fisicamente e non tradisce, la panchina, tutto sommato, fa il suo.

Ci vorrebbe quello “zing” in più per riuscire a completare l’opera. Ma ciò non toglie che la stagione sia stata ulteriore conferma dell’ottimo lavoro svolto.

Top: Gordon Hayward. Sarebbe la perfetta spalla, di lusso, per un uomo franchigia da 20 e passa punti a partita. Perché sa fare tutto e ha l’atteggiamento da bravo ragazzo amato da tifosi e allenatore. Mai fuori dagli schemi e sempre affidabile.

Flop: Trey Burke. Ha talento indiscutibile, ma ancora non rende al meglio. Ha limiti fisici che consiglierebbero di puntare sul tiro da fuori, tuttavia si intestardisce spesso in penetrazioni malconsigliate e soluzioni estemporanee e avventate. Giocasse con più raziocinio, sarebbe un sesto uomo di lusso. 


DENVER NUGGETS (33-49), voto 5,5


Il solito, pallido anonimato. Una stagione di transizione, con l’arrivo di coach Malone e la necessità di ripianificare tutto.

Denver non ha il roster per puntare in alto, perché, tra le altre cose, manca una stella vera e propria. Passi in avanti rispetto alla scorsa e disgraziata annata, ma c’è ancora molta strada da fare.

Da salvare: Gallinari super prima dell’infortunio, Burton a tratti fenomenale, Mudiay da accudire ma già prontarello, Faried sicurezza, Jokic e Harris piacevoli sorprese. Tutti giocatori buoni, ma nulla più, almeno per ora. 

Il Gallo, alla migliore annata NBA (foto dal web)
Servirebbe un salto di qualità generale, che solo un mercato coi fiocchi potrebbe dare. Magari con cessioni illustri (lo stesso Gallo?) per cercare di imbastire qualche trade che coinvolga  nomi pesanti. Anche se la piazza non sembra essere molto appetibile, perlomeno per elementi di primissima fascia.

Top: Danilo Gallinari. Non per patriottismo (giusto un pizzico), ma per merito. Finalmente in forma, l’ex Olimpia ha dimostrato di essere quello splendido giocatore ammirato al di qua e al di là dell’Oceano. A Denver è leader carismatico e tecnico. Peccato per l’acciacco che l’ha fermato nel finale di stagione.

Flop: Mike Miller. Ovvio che non ci si aspettasse il Miller degli anni d’oro, ma nemmeno questa penuria. Mi sa che è alla frutta, fisicamente e mentalmente.

 

MINNESOTA TIMBERWOLVES (29-53), voto 5


La giovane età non regge come attenuante. Soprattutto davanti a così poche vittorie. Perché puoi essere inesperto e acerbo, ma con quel talento devi fare di più. Colpa dei giocatori ovviamente, ma anche di chi li mette in campo. Mitchell è difficilmente salvabile. Si è ritrovato allenatore capo dopo la tragedia di Flip Saunders, senza mai dimostrare di potersi meritare la riconferma.

C’erano tutti gli ingredienti per fare ottime cose. Non si parla di titolo, ma, perlomeno, di lotta playoff. Towns è un rookie fenomenale che non ha avuto bisogno di adattamento; Wiggins ha proseguito sull’onda dello scintillante anno da matricola. Già due tasselli fondamentali attorno ai quali costruire qualcosa di importante.

La sensazione è che sia stato sprecato un potenziale enorme.

Prendere questo affascinante gruppo e affidarlo a un maestro capace di farlo rendere al meglio: questa la linea guida che dovrebbe seguire la dirigenza.

Top: Karl-Anthony Towns. Preferito a Wiggins solo perché al primo anno. Impatto pazzesco, per un giocatore sorprendente. A dispetto del fisicone, una strabiliante capacità di lavorare anche lontano dal canestro, muovendosi e tirando da ala. Rookie of The Year a mani basse, con doppia-doppia quasi automatica.

Flop: Damjan Rudez. Arrivato da Indiana in silenzio, anche perché non è di certo un fenomeno. Dunque, nessuna aspettativa. Poi il buon Damjan ha deciso, chissà perchè, di esternare la propria insoddisfazione per lo scarso impiego. Accontentati: è già un miracolo che tu sia lì.