La notizia del
passaggio di Josh Childress all’Olympiakos fece scalpore. Era il 2008.
A sorvolare l’Oceano
non era un giocatore 'bollito' e al termine della carriera, ma un ragazzo con un
solido presente nella Lega. Uno da NBA a tutti gli effetti.
Soldi, tanti (20
milioni in tre anni che, tasse comprese, equivarrebbero a 32 milioni), ma anche
la voglia di cambiare aria. Di “fare quello che riteneva giusto in quel
momento”. L’importante era essere Josh Childress, anywhere. E questo significò anche scegliere il contratto migliore, l'opportunità migliore.
Due anni al Pireo,
con giocate quasi mai viste su un parquet europeo e tanto clamore. Ha vinto una
Coppa di Grecia (2010) ed è stato nel secondo quintetto ideale dell’Eurolega
2010. Nulla di che insomma. Soprattutto per una sesta scelta assoluta del
draft.
A Stanford
impressionò. Fisico longilineo, atletico, con braccia smisurate. Un’ala
piccola di 203 centimetri che può giocare come guardia. Una rarità. Atlanta lo
chiama e lui entra nel basket dei grandi. Fa bene, da subito. Doppie-doppie a
ripetizioni e l’All-Rookie second team.
E’ parte delle rotazioni. Non diventa una stella assoluta ma
si guadagna il suo status. Poi, una volta scaduto il contratto con gli Hawks,
la decisione di andare in Grecia. Torna in NBA dopo due anni, a Phoenix, ma ha
perso un po’ di smalto. Passa ai Nets e poi ai Pelicans.
Ma l’avventura lontano
dagli States ha lasciato il segno. Così, nell’agosto del 2014, decide di varcare
di nuovo l’Oceano. Non l’Atlantico; il Pacifico. Si riparte dall’Australia e
dai Sidney Kings. Si fa cacciare un paio di volte dal campo e si becca più di
una multa. Gioca troppo violento per gli standard di laggiù. Si fa pure male,
ma l’idea di tornare a casa non lo intriga. Quattro giorni fa ha firmato un nuovo annuale con gli australiani.
Una storia particolare e curiosa. Non perché ci siano di mezzo le
solite sparatorie o magagne legali, a cui, ahimè, certi personaggi NBA ci hanno
abituato; ma solo perché si sta parlando di un ragazzo che ha preso delle
scelte ‘diverse’. Sì, definirle coraggiose sarebbe esagerato. ‘Diverse’ mi
sembra l’aggettivo giusto.
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